Scompare Vittorio Taviani,
ma non il cinema dei fratelli

Ho scritto, purtroppo, centinaia di necrologi in 40 anni di lavoro giornalistico sul cinema. Qualcuno anche “preventivo” (i leggendari “coccodrilli” che, nelle redazioni dei giornali, dovevano essere pronti per i più grandi anche quando erano ancora in vita). Conosco a memoria tutte le regole del genere: partire dalla notizia (chi, dove, quando, quanti anni aveva), inserire subito qualche notazione personale o poco nota, alternare sapientemente (se ci si riesce) la ricostruzione biografica al giudizio storico, chiudere con un climax emotivamente “caldo”. Ebbene, per mille motivi è assolutamente impossibile fare la stessa cosa con Vittorio Taviani, che se n’è andato nella notte tra sabato e domenica dopo un lungo periodo di salute compromessa. Non si era mai rimesso, Vittorio, da un assurdo incidente che l’aveva coinvolto nell’ottobre del 2015: lui e la moglie Carla erano stati investiti da un’auto a Roma, nei pressi di piazza Venezia, uscendo da una festa organizzata dal grande architetto Renzo Piano. Il fratello Paolo, e sua moglie Lina, erano con loro ma erano rimasti illesi. Infatti, successivamente, Paolo ha girato da solo il film tratto da Fenoglio, Una questione privata, anche se Vittorio l’aveva totalmente condiviso in fase di ideazione, scrittura, montaggio. Tanto che Una questione privata è, come tutti i loro film, un film “di Paolo e Vittorio Taviani”.

Vittorio era il più grande dei due: classe 1929, quindi 88 anni compiuti (era nato il 20 settembre). Paolo invece è nato l’8 novembre del 1931. C’è un terzo fratello anch’egli cineasta, Franco, del 1941. Lo schema del necrologio si ferma qui. Proviamo a condividere alcuni di quei “mille motivi” di cui sopra. Mi è assolutamente impossibile scrivere un “necrologio” di Vittorio sapendo che Paolo potrebbe leggerlo, anzi, quasi sicuramente lo leggerà appena il dolore si sarà un pochino alleviato. Mi è impossibile congelare in un giudizio chiuso, cristallizzato, “il cinema dei fratelli Taviani” proprio perché mi auguro che Paolo avrà voglia di andare avanti, come ha fatto con Una questione privata, e quindi voglio sperare e credere che “il cinema dei fratelli Taviani” sia ancora in fieri. Del resto è difficile immaginare un film più aperto, più fluido, più vivo di Una questione privata, che pur parlando della Resistenza mette in campo temi di scottante attualità: in primis, il rapporto fra la militanza politica e i drammi individuali, addirittura una storia d’amore. Infine, mi è impossibile parlare di Paolo e Vittorio senza ricordare le tantissime interviste, le tante occasioni in cui ci siamo incontrati. E questa frequentazione era legata a qualcosa di importante, di più grande di noi e di loro, che oggi non esiste più. Per Paolo e Vittorio – e per il loro affezionatissimo produttore Giuliani De Negri, morto nel 1992 – “l’Unità” era il giornale più importante. Forse sarà bene ricordare che il vero nome di De Negri era Gaetano, e “Giuliani” era il suo nome di battaglia da partigiano. Classe 1924, era un po’ più grande dei due fratelli e aveva combattuto nella Resistenza, nella sua Liguria. Paolo e Vittorio avevano invece vissuto la Resistenza da ragazzi, nella loro San Miniato, seguendo le peripezie di un padre che veniva spesso arrestato dai fascisti e assistendo di persona a tragedie come quella raccontata nella Notte di San Lorenzo. Crescendo, e diventando cineasti, nel dopoguerra Paolo e Vittorio rimasero sempre dei compagni veri, spesso critici nei confronti del Pci ma sempre leali, pronti a tutte le battaglie.

Vorrei ricordare una cosa. Lavoravo ancora all’”Unità” di Milano, alla fine degli anni ’70 o all’inizio degli ’80, e conoscevo i Taviani solo come spettatore. La Rai, miracolo!, dedicò un ciclo completo ai loro film. Il nostro critico cinematografico di allora, Ugo Casiraghi, decise che per ogni film in onda sulla Rai fosse necessario scrivere un pezzo di presentazione. Uno alla settimana, per un paio di mesi! E non pezzi come quelli di oggi, di 30-40 righe: pezzi densi e molto ideologici, pur con la scrittura limpida e comprensibile che rendeva Casiraghi inimitabile, lunghi almeno 7-8 cartelle, che occupavano tutta una pagina. In redazione qualche collega brontolava (di nuovo i Taviani!, alla quarta-quinta settimana…) ma Casiraghi era irremovibile e la direzione era ovviamente e giustamente con lui. Sicuramente Paolo e Vittorio videro e lessero quegli articoli, e si confermarono ancora di più nell’idea che “l’Unità” era il “loro” giornale.

Arrivato a Roma nel 1985, cominciai a intervistarli ogni volta che preparavano e poi presentavano un film, a scocciarli quando servivano dichiarazioni di voto o interventi su campagne politiche che il giornale o il partito lanciavano. Ricordo che li chiamavo a turno: una volta Paolo, una volta Vittorio, per non infastidire sempre lo stesso. Lo stesso meccanismo si riproduceva nelle interviste. Era bellissimo intervistarli, sempre con la mediazione di un’altra compagna inarrestabile, la loro addetta stampa e collaboratrice Amelia Marconcini. Non ho mai capito come facessero, ma andava così: tu facevi la prima domanda, passava un nano-secondo nel quale fra di loro doveva passare un flusso telepatico, poi uno dei due rispondeva. Da lì in poi, l’alternanza era rigorosa: una domanda per ciascuno, esattamente come sul set si dividevano i ciak. Non li ho mai visti entrare in conflitto, non ho mai sentito uno dei due contraddire l’altro. Anche per questo è forte la speranza che Paolo possa andare avanti, portare a termine progetti che lui e Vittorio sognano e si coccolano da anni. La vita continua, “il cinema dei fratelli Taviani” continua.