Schiphol, crocevia
del mondo nuovo

Ad Amsterdam era scesa la notte. Io ero seduto nella mia stanza al buio, nel sottotetto dell’albergo al Vondelpark, e tendevo l’orecchio alle raffiche del vento che scuotevano le cime degli alberi. In lontananza si sentiva il rombo del tuono. Il pallido bagliore di un lampo correva sulla linea dell’orizzonte.

Verso l’una, non appena sentii le prime gocce picchiare sul tetto di lamiera davanti alla finestra della mansarda, mi accostai al davanzale e mi affacciai nell’aria tiepida e tutta scrosci. Di lì a poco si sentì la pioggia venir giù a rovesci nei recessi bui del parco, illuminati di tanto in tanto da lampi di luce che parevano bengala. Le grondaie gorgogliavano come torrenti di montagna.

Il giardino dell’albergo

A un certo punto, mentre un lampo tornava a rischiarare il cielo, guardai verso il giardino dell’albergo, laggiù sotto di me, e nell’ampio fossato che lo separava dal parco vidi, protetta dai rami bassi di un salice piangente, una coppia di anatre immobili sullo specchio dell’acqua, interamente coperto da una poltiglia verde erba che vi galleggiava sopra. Per una frazione di secondo questa immagine è affiorata dall’oscurità con una chiarezza tale che ancora adesso mi sembra di vedere ogni singola foglia di salice, le più tenui sfumature nel piumaggio dei due volatili, anzi persino i pori delle loro palpebre abbassate sugli occhi.

L’aeroporto di Schiphol

La mattina dopo all’aeroporto di Schiphol regnava un’atmosfera così meravigliosamente ovattata da farti credere d’essere già per un tratto al di là del mondo terreno. A passi lenti, come sotto l’influsso di sedativi o come si stessero muovendo in un tempo dilatato, i viaggiatori vagavano per le diverse sale o si dirigevano, fermi sulle scale mobili, verso le loro destinazioni ai piani alti o nei sotterranei.  Sul treno che mi aveva portato lì da Amsterdam, sfogliando il libro sui Tristi Tropici *, mi ero imbattuto in una descrizione dei Campos Elyseos, una strada di San Paolo, dove chalet e castelli di legno, che un tempo dei riccastri avevano fatto costruire e dipingere a colori vivaci in una sorta di stile svizzero di pura fantasia, cadevano a poco a poco in rovina mentre attorno i giardini erano invasi dal alberi di eucalipto e mango.

Le voci delle speaker

Forse è per questo che quel mattino l’aeroporto, attraversato da un tenue brusio, mi era parso l’anticamera del paese ignoto dal quale nessun viaggiatore fa ritorno. Di tanto in tanto qualcuno veniva chiamato dalle voci delle speaker, creature palesemente immateriali, le quali intonavano i loro messaggi alla maniera degli angeli. Passagiers Sandberg en Stromberg naar Copenhagen. Mr. Freeman to Lagos. La señora Rodrigo, por favor. A tutti sarebbe toccata, prima o poi.

Mi sedetti su una delle panche imbottite, dove qua e là dormivano ancora, placidamente distesi o raggomitolati, i viaggiatori che avevano trascorso la notte in quell’aeroporto di transito. Non lontano da me sedeva un gruppo di africani, avviluppati in ampie vesti candide, mentre proprio dirimpetto al mio posto c’era un signore, molto curato nel vestire e con la catenina d’oro dell’orologio sul panciotto, che stava leggendo un giornale, la cui prima pagina era in gran parte occupata dalla fotografia di una nuvola di fumo spaventosamente debordante, simile a un fungo atomico su un atollo. De asvolk boven de Vulkaan Pinatubo ** diceva il titolo.

L’avviso

Fuori, sulle superfici asfaltate luccicava la calura estiva, veicoli di piccole dimensioni andavano e venivano senza sosta, e dalla pista di decollo i pesanti apparecchi, con centinaia di persone a bordo, si alzavano inconcepibilmente uno dopo l’altro nell’aria azzurra. Io però dovevo essermi appisolato per qualche istante mentre contemplavo quello spettacolo, perché tutto d’un tratto, e da molto lontano, il suono del mio nome mi investì l’orecchio, seguito dall’avviso perentorio: Immediate boarding at Gate C4 please.

Il piccolo velivolo a elica, che collega Amsterdam a Norwich, si alzò subito contro il sole prima di virare verso ovest. Sotto di noi si estendeva una delle regioni più fittamente popolate d’Europa: successioni infinite di case a schiera, enormi città satellite, business parks e serre scintillanti che, simili a lastroni di ghiaccio quadrangolari, sembravano avanzare sulla campagna sfruttata fin nei suoi angoli più sperduti.

Un’attività plurisecolare di regolamentazione, messa a coltura e costruzione aveva trasformato l’intera superficie in un disegno geometrico. Le autostrade, le vie d’acqua e i tracciati della ferrovia correvano, lungo linee rette e morbide curve, attraverso appezzamenti di pascolo e di bosco, in mezzo a bacini e riserve. Come su un abaco ideato per calcolare l’infinito, i veicoli scorrevano lungo il loro stretto solco, mentre le navi che risalivano e discendevano la corrente davano un’impressione di eterna fissità. Un podere circondato da isole arboree figurava lì, inserito in quel tessuto regolare, come vestigio di epoche trascorse.

L’assenza

Vedevo in basso l’ombra del nostro aereo superare in fretta siepi e recinzioni, filari di pioppi e canali. Un trattore avanzava lentamente, come al traino della fune tracciante, attraverso un campo di stoppie e lo ripartiva in due metà, una più chiara e l’altra più scura. Ma a vista d’occhio non c’era un solo essere umano. Che si sorvoli Terranova oppure, al calar della notte, il brulichio di luci senza soluzione di continuità fra Boston e Filadelfia, che sotto di noi ci siano i deserti dell’Arabia baluginanti come madreperla, la regione della Ruhr o l’area di Francoforte, si ha sempre l’impressione che gli uomini siano assenti, che ci siano soltanto le loro creazioni, al cui interno essi si nascondono.

Gli uomini

Si vedono le loro case e le vie che le collegano, si vede il fumo salire dai tetti e dalle fabbriche, si vedono i veicoli in cui sono seduti, ma gli uomini in quanto tali non si vedono mai. E tuttavia sono presenti ovunque sulla faccia della Terra, di ora in ora si moltiplicano, si muovono attraverso gli alveoli di torri svettanti contro il cielo e si ritrovano in misura crescente prigionieri di strutture reticolari, la cui complessità sopravanza di gran lunga l’immaginazione del singolo, come accadeva un tempo fra le migliaia di cavi e verricelli nelle miniere di diamanti sudafricane, o come accade oggi nei saloni della Borsa e nelle agenzie di stampa con il flusso di informazioni che circola senza sosta intorno al globo terrestre.

Se ci osserviamo da una tale altezza è terribile dover constatare quanto poco sappiamo di noi stessi, della nostra ragion d’essere e della nostra fine, a questo pensavo mentre ci lasciavamo alle spalle la costa e prendevamo quota al largo sul mare d’un verde gelatinoso.

(Winfried Georg Sebald, “Gli anelli di Saturno”, 1995)

*Celebre saggio dell’antropologo francese Claude Lévi-Strauss.
** In riferimento alla gigantesca eruzione, nel 1991, del Monte Pinatubo, vulcano attivo presso l’isola di Luzón, nelle Filippine.