“Schifosa”, “stronza”, “brutta cessa”: l’odio contro le giornaliste

«Cessa», «maestrina», «troia», «vai a fare la calza ragazzina maleducata», «meriti di morire», «sei solo brava con la bocca»; «un mostro di bruttezza e cattiveria», «strega», «parli delle donne stuprate, a te non sarebbe successo»; «ritorna casalinga»; «la vedo bene come cassiera», «le donne utilizzano in modo surrettizio il sesso per fare carriera o presunta tale»; «ma lei come ha fatto ad ottenere il permesso di fare giornalismo?”.

I dati allarmanti dell’odio e delle minacce

Questi sono alcuni dei commenti che si possono facilmente leggere sugli account Facebook o Twitter di giornaliste famose o in prima linea su temi scottanti, o anche su profili di giornalisti uomini, a commento di notizie che riguardano donne in posizioni particolarmente esposte, come ministre o protagoniste di fatti di cronaca. E’ quello che è emerso “dragando” i due social network più importanti nel corso di un focus sull’informazione realizzato tra marzo e settembre del 2020 dall’associazione Giulia giornaliste in collaborazione con Vox osservatorio diritti, che dal 2015 ogni anno mappa l’odio online. Si volevano capire due cose: da un lato se e come sui social network più diffusi si manifesti la misoginia, il sessismo e l’hate speech nei confronti delle giornaliste, dall’altro come i profili dei professionisti dell’informazione, maschi e femmine, possano contribuire o meno, anche involontariamente, a creare un ecosistema favorevole al discorso misogino in generale. In tutti e due i casi la risposta è stata, purtroppo, positiva.

Si è trattato di un’analisi a campione, che ha monitorato 38 profili scelti in base alla popolarità, (numero di fan/follower) e, per quanto riguarda la scelta dei profili femminili, anche la particolare esposizione per i temi trattati (politica, immigrazione, criminalità). Il monitoraggio è stato condotto con modalità diverse sulle due piattaforme.

Su Twitter gli algoritmi elaborati dal dipartimento di informatica dell’università Aldo Moro di Bari hanno analizzato 45.448 tweet in tutto, postati dai vari profili, che hanno prodotto 793.302 menzioni in tutto il 57% di commenti e menzioni negative. Analizzando poi i singoli profili si vede che le giornaliste più attive sui social network o più esposte raccolgono anche più del 60% dei commenti negativi. Un dato opposto all’andamento in generale, perché la mappa dell’odio di Vox diritti 2020 ha indicato rispetto agli anni precedenti una diminuzione dei tweet negativi, solo il 43%, rispetto ad un 57% di negativi. Nel 2020, almeno fino a settembre, prima della seconda ondata della pandemia di Covid 19, si è odiato un po’ di meno, probabilmente anche per le conseguenze del clima generale dell’emergenza sanitaria, ma questa diminuzione dell’odio non ha riguardato affatto i giornalisti e le giornaliste. Le menzioni ad esplicito contenuto misogino (insulti diretti) sono poche, riferite alla totalità (1.593) dei tweet: 706 (44,32%) nei profili dei maschi e 887 (55,68%) nei profili delle donne. Le parole intolleranti rivolte alle giornaliste (wordcloud) sono state, nell’ordine: stronza; schifosa; puttana; isterica; cesso; zoccola; merda; sfigata; ignorante; frustrata; vacca; culona; vecchia; mignotta.

Su Facebook il monitoraggio è stato condotto manualmente da volontari e volontarie scorrendo i singoli post e i commenti. Questo ha permesso di andare più a fondo anche nell’analisi non solo lessicale del sessismo e del discorso d’odio che viaggia in rete, quindi non centrato solo sugli insulti o sulle minacce esplicite ma anche su formulazioni più complesse, come la frase vista sopra «Ma lei come ha fatto ad ottenere il permesso di fare giornalismo?», oppure «Ma ogni tanto potresti andare a cucinare e lasciare in pace gli italiani» o ancora «La famosa tuttologa non che tettologa» che hanno un chiaro significato di discredito ma difficilmente possono essere intercettate da un algortimo.

Quello che emerge chiaramente è che i giornalisti maschi (a meno che, presumibilmente, non appartengano ad una minoranza, stranieri, Lgbtq, ebrei, ma il focus non ha non ha analizzato questi target) sono attaccati magari molto rudemente per quello che dicono ma alle colleghe capita di essere attaccate più frequentemente per quello che sono. La differenza di genere diventa un’aggravante: quindi si aggredisce con il bodyshaming, le minacce di stupro e le oscenità, oppure – come ha sottolineato l’indagine di Vox Diritti nel suo complesso come tendenza emergente globalmente nel 2020, forse a causa dell’effetto pandemia e dei conflitti generati dallo smart working – si sminuiscono le competenze professionali delle donne. Il grosso problema che abbiamo quindi ancora e sempre di più si può riassumere in questo modo: la critica ad una donna professionista, quindi anche una giornalista, si pratica con il discredito, prima sottolineando il suo genere, il suo sesso, il suo corpo e poi screditando anche quello, dando per scontato che essere una donna sia già di per se una colpa o una diminuzione e che per questo motivo non potrebbe fare quella professione o dire quelle cose.

 

Sul web non esistono moderatori

L’altro dato emerso, soprattutto dall’analisi qualitativa di Facebook, è il tema della moderazione, quindi la responsabilità dei media e anche dei singoli giornalisti nella costruzione o nella veicolazione dei discorsi d’odio in generale e quindi anche di carattere misogino. Ci sono giornaliste, tra i profili analizzati, che sorvegliano molto la loro pagina e cancellano o bannano o denunciano con grande difficoltà e dispendio di energie i loro hater. Altri profili invece, pagine pubbliche di giornalisti ma anche di giornaliste, seguite da migliaia di persone, lasciano totalmente libero il discorso d’odio, l’insulto, la volgarità, anche quella di carattere sessista, anche quando è rivolto verso loro stesse, con un effetto paradossale e disturbante di ping pong tra seguaci e detrattori, e come conseguenza, probabilmente voluta, la moltiplicazione delle interazioni dei post e del traffico.

Il meccanismo può essere subdolo: pagine pubbliche di giornalisti tra i più seguiti pubblicano sostanzialmente in modo neutro post di rilancio dei link agli articoli del loro giornale; i post in sé non contengono affermazioni sessiste e misogine. Ma molto spesso basta una fotografia, una foto buffa o strana di una donna di cui si parla, per scatenare gli hater. Per esempio la foto di una ministra, che rimanda ad un articolo sul suo operato, sotto la quale si possono leggere commenti del tipo «Ma chi è ‘sta cessa» oppure «sembra una strega manipolatrice». O la foto di una candidata alle regionali commentata con «stupida gallina» o «a chi l’avrà data».

Nel periodo esaminato dal monitoraggio, uno dei picchi di commenti sessisti, misogini e insieme islamofobi si è raggiunto quando è stata liberata Silvia Aisha Romano. Su diversi profili analizzati, di giornalisti e giornaliste, trasversali ad aree politiche differenti, si sono letti nei commenti insulti, pesantissime allusioni sessuali, minacce di stupro rivolti alla volontaria, senza che intervenisse apparentemente nessun tipo di moderazione.

Per una gestione consapevole della comunicazione

Molta parte della formazione dell’opinione pubblica ormai avviene anche sui social network, che non possono essere considerati terra di nessuno. La pandemia e il lockdown hanno avuto un effetto moltiplicatore: stiamo tutti a casa, il traffico sui social network è mostruosamente aumentato, ed è diventata la nostra unica finestra sul mondo. Si parla molto delle responsabilità delle stesse piattaforme digitali, Facebook e Twitter, che si stanno dando da fare per evitare di subire regole imposte, cercando di introdurre paletti e contromisure, anche se piuttosto blandi, per limitare gli abusi e le fake news. Ma per chi si occupa professionalmente di informazione la gestione consapevole della comunicazione sui social network assume una valenza deontologica ed etica sostanziale. Fondamentale è che di questi temi si parli sempre di più nelle redazioni e nelle associazioni di categoria, per trovare politiche e strumenti di moderazione, protezione e tutela. Il rischio è duplice: da un lato contribuire a veicolare stereotipi, discriminatori, sessisti e misogini. Dall’altro, per chi è bersaglio, giornaliste e giornalisti, è quello di abbassare il tono di voce, o decidere di non stare più sui social che ormai oggi rappresentano uno degli strumenti di lavoro dei giornalisti.

https://giulia.globalist.it/documenti/2020/11/24/l-odio-online-che-chiude-la-bocca-alle-giornaliste-2068778.html
http://www.voxdiritti.it/ecco-le-mappe-di-vox-contro-lintolleranza/

 

Questo testo è tratto dal libro

Silvia Garambois e Paola Rizzi

#STAIZITTA
giornalista!

Dall’hate speech allo zoombombing
quando le parole imbavagliano

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Il libro è acquistabile in formato ebook sulle maggiori piattaforme