Schedature e attacco
alla scienza: c’è metodo
in questa follia

Schedati, come in un qualsiasi paese autoritario. E mandati via senza spiegazione ufficiale perché ritenuti potenziali avversari politici. Secondo le voci interne al Movimento 5 Stelle, raccolte da Repubblica, la richiesta della schedatura di almeno sei membri del Consiglio Superiore di Sanità sarebbe partita dal Ministro della Salute, Giulia Grillo, e sarebbe stata soddisfatta dalla capogruppo del M5S nella Commissione Sanità della Camera, Celeste D’Arrado. Le schede, a quanto pare piuttosto raffazzonate, avrebbero individuato avversari politici molto, ma molto potenziali. Antonio Colombo, cardiologo in forze allo Stamford Medical Hospital, di Stamford, nel Connecticut e al Columbia University Hospital di New York, è accusato di aver fatto parte dell’equipe che nel 2016 ha operato al cuore Silvio Berlusconi. Mentre Adelfio Elio Cardinale, professore di Radiologia presso l’università di Palermo, avrebbe l’inescusabile colpa sia di essere stato sottosegretario nel governo Monti sia di avere sposato un magistrato, Anna Maria Palma, probabilmente una sovversiva, perché non solo è stata procuratore a Palermo e a Caltanissetta, ma persino stretta collaboratrice di vari ministri di diverso colore politico – da Giuliano Amato a Roberto Maroni, da Annamaria Cancellieri ad Andrea Orlando – nonché di un presidente del Senato, Renato Schifani.

La ministra Grillo

Pare che i sospetti avversari del cambiamento regolarmente schedati siano stati sei. Ma non essendoci alcun appiglio per mandarli via, il ministro pentastellato ha pensato bene di mandare via tutti i trenta membri non di diritto del Consiglio Superiore di Sanità. Tutte persone, fino a prova contraria, di notevole valore scientifico. Alcuni, come il farmacologo Silvio Garattini, conosciuti anche al grande pubblico. Come dire: punirne trenta per educarne sei.

Questo caso è davvero grave in sé. Perché non esiste al mondo – non nel mondo libero, almeno – che un organo scientifico venga azzerato perché i suoi membri possono avere idee politiche diverse da quelle dell’esecutivo. Anche Donald Trump ha operato uno spoil system selettivo, in alcune istituzioni di ricerca, ma almeno ha dato una motivazione di carattere scientifico: ha cambiato la direzione dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente perché, ha detto, non credo nei cambiamenti climatici.

Men che meno esiste che si spari nel mucchio per colpire alcuni sospetti. Questo non è un semplice spoil system esteso: è una sorta di rastrellamento scientifico. Una follia, per il paese, perché mette in conflitto la scienza e la democrazia. E poiché siamo nella società della conoscenza, nessun paese – né un paese democratico; né un paese a democratura incipiente o conclamata; e neppure una dittatura – può fare molti passi avanti se il potere politico entra in stridente conflitto con la comunità scientifica. Ovunque le donne e gli uomini di scienza sono classe dirigente.

Ma c’è del metodo, in questa follia.
In pochi mesi i motivi di contrasto tra il governo che si autodefinisce del cambiamento e la comunità scientifica sono stati molti, in un conflitto con pochi precedenti (ne ricorderemo uno, tra poco) ma con tanti esempi da assumere il carattere della sistematicità.

Il conflitto inizia con un medico, Stefano Vella, che ad agosto si dimette da capo dell’Agenzia italiana per il farmaco perché ritiene incompatibile la sua presenza in un’alta istituzione medica che impedisce ai medici, vedi caso migranti, di ottemperare al giuramento di Ippocrate: curare chiunque ne ha bisogno, senza alcuna ulteriore specificazione. Si prosegue con la rimozione del fisico Roberto Battiston, stimato presidente dell’Agenzia spaziale italiana. Poi quattro membri su cinque del comitato che seleziona la rosa dei candidati, su esclusiva base scientifica, alla direzione degli Enti pubblici di ricerca per inaccettabili pressioni del ministro della ricerca, Marco Bussetti. Tra questi illustri dimissionari c’è Fabiola Gianotti, direttrice generale del CERN, il più grande laboratorio scientifico del mondo. E, pertanto, la notizia fa il giro del pianeta. Poi ancora le dimissioni di Walter Ricciardi dall’Istituto Superiore di Sanità, per manifesta incompatibilità con le posizioni del governo in fatto di scienza e medicina. Poi ancora una controversa nomina all’ISTAT, l’Istituto italiano di statistica. Poi…

Walter Ricciardi

Sì, c’è del metodo in questa follia. Non sono solo colpe di dilettanti allo sbaraglio, che pure ci sono. Sono soprattutto colpe di una occhiuta volontà di potere che porta a realizzare in Italia un inedito (o quasi) spoil system che si estende alle istituzioni scientifiche. Un attacco (pressoché) inusitato alla libertà di ricerca, riconosciuto dalla Costituzione e caposaldo della democrazia, che trova motivazione anche in un carattere strutturale di questo governo, lucidamente descritto da Walter Ricciardi in una recente intervista al Corriere della Sera: su molti argomenti alcuni esponenti del governo «hanno posizioni ascientifiche o francamente antiscientifiche». Potremmo allargare il giudizio a quasi tutti i membri del governo.

Non è una situazione del tutto sconosciuta, nella storia della Repubblica italiana. All’inizio degli anni ’60 del secolo scorso il nostro paese vantava posizioni scientifiche e tecnologiche di assoluta avanguardia. All’Istituto Superiore di Sanità lavoravano, pensate, due premi Nobel – uno inglese, Ernst Boris Chain, e uno svizzero, Daniel Bovet – perché trovavano a Roma un ambiente migliore per la ricerca che nei loro rispettivi paesi. Dirigeva il CNEN Felice Ippolito, che fece dell’Italia uno dei paesi leader al mondo nello sviluppo dell’energia nucleare civile. All’Olivetti di Ivrea vengono realizzati i primi computer a transistor e i primi personal computer al mondo. Mentre Luigi Broglio manda il primo satellite nello spazio, il San Marco I, non appartenente a una delle due superpotenze, USA o URSS. E Giulio Natta mette a punto un sistema catalitico che consente la produzione del polipropilene isotattico, la plastica che diventerà nota con il nome commerciale di Moplen e di cui l’Italia avrà il monopolio mondiale per alcuni decenni. A latere, Enrico Mattei stava regalando all’Italia l’indipendenza energetica.

Enrico Mattei

Poi tutto, improvvisamente, finì. Il Dipartimento elettronica dell’Olivetti venne venduto perché considerato “un cancro da estirpare” e il suo ingegnere capo morì in un incidente stradale che molti considerano strano. Domenico Marotta, il fondatore dell’Istituto Superiore di Sanità, e Felice Ippolito vennero arrestati, con accuse improbabili. Enrico Mattei, invece, fu deliberatamente ucciso.

Tutto questo avvenne anche a opera di una classe politica miope e corriva. Che pretese e ottenne di schiacciare la comunità scientifica e l’industria tecnologicamente avanzata.

I postumi di quella scellerata – e a tratti tragica – decisione li subiamo ancora oggi. L’Italia uscì dal novero dei paesi tecnologicamente avanzati e non c’è più rientrata. Dapprima andò bene, perché eravamo i più poveri tra i ricchi e ci ritagliammo una nicchia economica umile ma pagante nel settore industria a media e bassa tecnologia. Ma da quando è iniziata la nuova globalizzazione, circa trent’anni fa, quella prepotenza politica si è rivelata una catastrofe. Da tre decenni l’Italia è avviluppata in una spirale di declino da cui non riesce a uscire.

E questi nuovi attacchi alla libertà e all’autonomia della ricerca non ci lasciano davvero ben sperare.