Schedatura per i i giudici
un altro passo verso
la democrazia illiberale

Budapest e Varsavia sono lontane, ma per Matteo Salvini l’Italia è pronta ad entrare nel gruppo di Visegrád. L’attacco che ieri il vero padrone del governo italiano ha sferrato ai magistrati “disobbedienti” è molto simile a quelli che hanno portato in Ungheria e in Polonia all’asservimento del potere giudiziario al potere dell’esecutivo, con tanti saluti al barone di Montesquieu e a tre secoli di civiltà giuridica.

Lo spirito è lo stesso e il presupposto è identico: io sono stato eletto dal popolo e voi no. Quindi io comando e voi obbedite, e se non obbedite vi punisco. Intanto vi metto sotto osservazione: voglio sapere come la pensate, che cosa scrivete, a quali incontri andate, chi frequentate, perfino chi vi siede accanto. Non è il primo passo che il premier di fatto e ministro di tutti i ministeri compie verso la traduzione in dura politica dell’ossimoro inventato tra Mosca, Ankara, Varsavia e Budapest e presto esportato verso ovest: la democrazia illiberale. Ma è, finora, il più esplicitamente eversivo.

La crisi intorno al CSM

Poiché l’uomo è furbo, il suo attacco lo ha sferrato nel momento in cui quelli che considera i suoi nemici, i magistrati, sono più deboli, nel pieno della crisi scoppiata intorno al CSM. L’occasione è stata la sentenza del Tar che ha cassato il provvedimento prefettizio che istituiva le cosiddette “zone rosse” a Firenze, dalle quali avrebbero dovuto essere allontanati per decreto prefettizio pregiudicati, drogati e altri “soggetti pericolosi”. Ma quel che certamente ha suscitato di più la sua ira funesta sono stati i provvedimenti giudiziari che hanno bocciato, limitato o ridimensionato le sue pirotecniche iniziative politiche in fatto di immigrazione e di sicurezza.

Come quelli emessi a Bologna e in altre sedi giudiziarie che hanno prescritto agli uffici comunali l’iscrizione nelle anagrafi degli stranieri espulsi dai centri di accoglienza. Da qui la direttiva, impartita agli uffici del ministero dell’Interno e all’Avvocatura dello Stato, di tracciare le pubblicazioni e le uscite pubbliche dei magistrati che hanno emesso sentenze in questi ambiti, onde accertare i “loro rapporti di vicinanza e collaborazione con chi difende gli immigrati contro il Viminale”. Un’operazione di dossieraggio degna più di un servizio deviato che d’una struttura amministrativa dello Stato e che, per quanto è dato sapere (c è probabilmente poco, rispetto a quello che è stato fatto) ha riguardato per ora una giudice del Tribunale di Firenze e una presidente di sezione del Tribunale civile di Bologna.

Bene, le analogie con i primi passi della “orbanizzazione” della politica giudiziaria che è avvenuta in Ungheria e che è approdata nella pratica sottomissione della giustizia all’esecutivo sono davvero impressionanti. Anche il capo del governo ungherese, facendosi forte di un sostanzioso consenso elettorale, cominciò con l’ordine impartito alla polizia e ai servizi del ministero dell’Interno di indagare sui giudici che si permettevano di mettere il becco negli affari della politica. In particolare di certi casi di corruzione in cui erano coinvolti lo stesso Orbán e i suoi accoliti.

Poi si passò alla “normalizzazione” della Corte dei Conti e della Banca Centrale (non solo della sua indipendenza in fatto di politica monetaria, ma anche dei suoi poteri ispettivi) per arrivare alla Corte Costituzionale, che è stata prima infarcita di giudici nominati dal parlamento dominato dal partito di Orbán e poi sottomessa definitivamente al controllo del governo.

“Orbanizzazione” della giustizia

L’ultimo passo della sottomissione del potere giudiziario a quello dell’esecutivo è cosa recente: la nomina, da parte del governo, di un Ufficio Nazionale della Giustizia che potrà rivedere i processi e deciderà sulla nomina degli uffici giudiziari. Il ministro della Giustizia deciderà in ultima istanza sulla nomina dei giudici dell’Alta Corte e stabilirà l’entità dei fondi per i tribunali amministrativi, che dovranno così adeguarsi ai voleri del governo se non vorranno trovarsi senza soldi per funzionare.

Questa riforma, che entrerà in vigore pienamente dal prossimo anno, è la mossa del governo Orbán che è apparsa più indigeribile alle istituzioni europee. Prima c’è stata l’approvazione nel parlamento europeo di una mozione di condanna della deriva politica di Budapest  contraria ai diritti civili che è stata votata non solo dai socialisti e dai liberali ma anche da una grande maggioranza dei popolari (non gli italiani di Forza Italia, però) e poi la sospensione di Fidesz, il partito di Orbán, dai ranghi del gruppo popolare. Nel quale, con ogni evidenza, lui vuole restare. Tant’è che ha fatto sapere che, almeno per ora, di fare gruppo insieme con Salvini, Le Pen e compagnia bella non ha alcuna intenzione.

È questa la strada che Salvini vuole percorrere in Italia? Qualcuno dirà che non è certo il primo a sognare la “normalizzazione” della magistratura. Va detto che al tempo di Berlusconi i tentativi vennero respinti. Le tv “amiche” dovettero ridursi alla fine a denunciare il colore dei calzini d’un giudice “cattivo”. Dilettanti.

 

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