Scende la produzione industriale,
la Lega all’attacco: troppo legata
l’economia italiana a quella tedesca

L’ultimo dato, molto negativo, sulla produzione industriale italiana, che nel 2019 è tornata a scendere per la prima volta da cinque anni (-1,3% rispetto al 2018) segna un’ulteriore scatto della Lega nella sua retorica contro l’Europa. Per il Carroccio sembrano lontani i tempi dell’idillio con la Germania: nel 1997 l’ex ministro delle Finanze, Giancarlo Pagliarini, spiegava che “se nel Mezzogiorno ci fossero i tedeschi non ci sarebbe bisogno di fare la secessione”. I modelli industriali da seguire erano quelli di Lufthansa e Bmw.
Acqua passata. Alberto Bagnai, l’economista presidente della commissione Finanze del Senato, all’avanguardia nelle critiche leghiste contro l’euro, sposta ancora il bersaglio.
“Il pessimo dato sulla produzione industriale italiana, un -1,4% su base trimestrale conseguente al -1,90% della Germania, è la riprova di quanto dannoso sia per l’economia italiana rimanere legata mani e piedi a quella tedesca”, afferma. Aggiungendo che “un calo così importante evidenzia i limiti del nostro aggancio al modello mercantilista tedesco, eccessivamente sbilanciato verso la domanda estera, e quindi mette in luce i limiti dell’integrazione europea, che ci lega a economie incapaci di stimolare la propria domanda interna, e ci obbliga a obbedire a regole di bilancio irrazionali”.

La Germania contrae le importazioni dall’Italia

Che il settore industriale del Nord Italia, in molti distretti, sia strettamente legato alla filiera tedesca è indubbio. Qualche cifra: la Germania è il nostro primo partner commerciale e il valore dei beni esportati rappresenta il 12,5% dell’export italiano, un quarto di quanto viene venduto dall’Italia in tutta la Ue. Un recente studio di Intesa SanPaolo segnala come 91 dei 150 distretti industriali italiani stiano registrando una netta contrazione delle vendite destinate alla Germania. E l’impatto principale è concentrato in regioni del Centro Nord (Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna, Veneto, Toscana) dove la Lega governa o ha alti tassi di rappresentanza.

Ma, al di là della crisi che sta frenando l’apparato industriale esportatore dei due Paesi, anche per fattori contingenti come la guerra Usa-Cina sui dazi o la più recente epidemia di Coronavirus, l’economista della Lega sembra dimenticare un dato di fatto. I grandi successi della metalmeccanica italiana nei distretti del Nord Italia negli ultimi anni (si calcola ad esempio che circa un terzo della componentistica delle celebrate auto tedesche sia made in Italy) sono proprio legati a questa integrazione sempre maggiore tra Italia e Germania, e a imprenditori medio-piccoli che hanno osato, e vinto la sfida del mercato. Lo stesso può dirsi anche per altri comparti, come ad esempio i sistemi di refrigerazione, i prodotti chimici e la gomma, i tessuti e l’agroalimentare.

Bagnai propone nuovo deficit

Buttare via dunque il bambino con tutta l’acqua sporca? Bagnai non si limita a proporre, irrealisticamente, di modificare una struttura produttiva, e un’alleanza industriale de facto tra i due Paesi che si è affermata sul mercato. Ma torna a teorizzare, in un Paese gravato da un debito pubblico-monstre (il 135% del Pil) di fare nuovo deficit. “Questo brutto risultato – afferma ancora con riferimento ai dati sul calo della produzione italiana – si spiega con una legge di bilancio tutta tagli e terrore fiscale, che ha generato incertezza e pessimismo. È di assoluta urgenza adoperarsi al fine di affrancare la nostra economia da un abbraccio che diventa sempre più soffocante mano a mano che il commercio mondiale mostra segnali di rallentamento occorre pertanto iniziare a lavorare per stimolare i consumi interni e offrire alla nostra economia un supporto durante i cicli negativi della congiuntura internazionale”.

Nessun riferimento a politiche che, in questo contesto, potrebbero dare risultati più efficaci salvaguardando nel contempo i conti pubblici: una paziente opera di riorientamento dei mercati di sbocco delle esportazioni italiane; un ulteriore rafforzamento degli incentivi all’innovazione tecnologica ed ecologica nella produzione; un maggior afflusso di fondi per la ricerca applicata e lo sviluppo nelle università e nelle aziende. Al di là della crisi attuale, l’industria italiana e quella tedesca sono diventate nel tempo partner sempre più strategici nella competizione globale e rappresentano un modello virtuoso di integrazione economica, in cui dall’unione delle diversità deriva un reciproco arricchimento. Un modello che oggi più che mai vale la pena difendere, di fronte all’ondata nazionalistica che monta in tutta Europa.