Pd, per fare un “partito nuovo” bisogna pensare a un “nuovo partito”

La discussione sulle sorti della sinistra in Italia sembra finalmente riprendere: da una parte, Zingaretti, nella sua ultima uscita, ha annunciato un “congresso” da cui possa sorgere un “partito nuovo”; dall’altra, Bersani, in un’importante intervista, si è detto pronto ad avviare un processo che dia alla sinistra un “nuovo partito”. In questo apparente gioco di parole (“partito nuovo” vs. “nuovo partito”) sono annidate molte questioni sostanziali.

Che cosa c’è dietro la parola “apertura”

Le premesse sulle quali Zingaretti ha fondato il suo annuncio sono piuttosto fragili e comprensibile appare dunque lo scetticismo: evidentemente se ne riparlerà dopo le elezioni regionali. Ma intanto possiamo notare come risulti molto equivoca la parola magica da più parti evocata: l’”apertura”, alla famosa “società civile”, ai “sindaci”, persino alle “sardine”…Ma non si può non osservare come l’idea del “partito aperto” sia stata, alle origini del Pd, uno dei miti fondativi di questo partito: si può riproporre ancora questo schema senza chiedersi perché mai da questa idea è nato un disastro e perché mai, oggi, dovrebbe invece miracolosamente funzionare? Senza un radicale ripensamento del modello di partito che il Pd ha costruito nei suoi dodici anni di vita non si va molto lontano. Questo partito, così com’è, è solo parte del problema, non certo la sua soluzione.

Liquidare sommariamente i buoni propositi di Zingaretti, però, non sarebbe corretto: la consapevolezza della radicale insufficienza (per usare un eufemismo) del Pd si è fatta strada, e qualcosa è pur accaduto: sono passate un po’ sotto silenzio, ma alcune modifiche dello statuto del Pd, approvate nel novembre scorso, possono – a certe condizioni – rivelarsi positive. Ritorna finalmente la parola “congresso”, si prevede una “prima fase” in cui gli iscritti (e solo loro) dovrebbero discutere di “piattaforme politiche”, e non dei candidati alla segreteria. E’ vero che questa innovazione coesiste, in modo contraddittorio, con la successiva, vecchia pratica delle “primarie aperte” per l’elezione del segretario; ma può essere nondimeno un varco attraverso cui, forse, questo partito può provare a cambiare profilo e identità.

Naturalmente, queste novità statutarie di per sé possono anche significare molto poco: se davvero si vuole andare verso un “partito nuovo”, occorrono alcune fondamentali pre-condizioni, che soltanto possono rendere credibile questo processo di “rifondazione”. La più importante delle quali riguarda, e non sembri riduttivo, le procedure democratiche. Non basta appellarsi ad una mitica “società civile”: bisogna stabilire chiaramente chi e come decide sull’esito del processo. Il “come” è definito dal nuovo statuto, prevedendo un termine entro cui presentare dei documenti politici da sottoporre alla discussione degli iscritti. Ma è il “chi”, che è davvero decisivo: ovvero, chi sono gli iscritti chiamati a discutere e decidere?

pd zingarettiIl Pd ha scoraggiato nuove adesioni

Nel corso dei suoi dodici anni vita, nel PD ha operato potentemente la cosiddetta “legge di Gresham”: ovvero, quel principio in base al quale “la cattiva moneta scaccia quella buona”. Fuor di metafora, vuol dire che il regime interno del Pd (con il passare degli anni, ma con un’accelerazione negli anni del renzismo) ha sempre più scoraggiato un’adesione motivata da ragioni politiche e ideali e sempre più incentivato un’adesione legata alle cordate di potere che hanno caratterizzato il concreto modo di operare di questo partito. Oltre a non sapere veramente quanti sono oggi gli iscritti, non sappiamo nemmeno chi sono, quanti di essi hanno aderito saltuariamente (specie in occasione dei congressi locali, dove si decide il controllo delle candidature), e quanti oramai ne sono rimasti, tra quelli che nel 2008 risultavano tra i “fondatori” del nuovo partito. Insomma, non può essere questo Pd, che ha vissuto una profonda mutazione, ad auto-riformarsi: bisogna che un processo “ricostituente” attinga forze ed energie dall’esterno.

Ma evocare l’”apertura”, – o ricordare, come ha fatto Bersani, il Pci che si rivolgeva ai giovani del ‘68 dicendo loro “entrate e cambiateci” – rischia di rivelarsi solo un appello retorico se non si aggiunge una condizione essenziale: è necessario che, all’esterno, si percepisca l’utilità stessa del proprio contributo. Bisogna sapere cosa si viene a fare, concretamente, in un partito: ora come ora, “entrare” nel Pd significa solo affiliarsi ad una qualche corrente o sub-corrente.

Per tutto ciò, è necessario davvero rompere gli schemi: occorre che l’annunciato congresso non sia solo una partita interna agli attuali gruppi dirigenti del Pd. Si può immaginare, ad esempio, che contestualmente alla presentazione delle piattaforme politiche, sia prevista una fase di riapertura del tesseramento (magari nella forma di una pre-adesione) e di rigorosa verifica degli iscritti attuali (direi anche, in molti casi, di radicale “ripulitura” del vecchio tesseramento). E bisogna giungere ad una definizione pubblica e rigorosa del “corpo sovrano” chiamato a pronunciarsi: solo sulla base di regole democratiche certe e ben definite, si potrà sperare di coinvolgere quella sinistra “dispersa” che potrebbe essere interessata a partecipare ad un vero confronto politico e ideale.

Bisogna chiedersi: un partito con quali contenuti?

Insomma, bisogna dare all’operazione il necessario respiro politico e culturale, qualcosa che dia davvero il senso di una nuova fase. Altrimenti, l’invocata “apertura” si rivelerà vuota e inefficace. E solo così si potrà discutere dei famosi “contenuti”: misurandosi su “tesi” scritte nero su bianco e su proposte alternative che ridefiniscano, innanzi tutto, la cultura politica del “partito nuovo/nuovo partito” che si vuole. Davvero disarmante e sconsolante appare l’idea che tutto si possa risolvere nel maquillage di un nuovo “nome”, magari proprio togliendo solo il termine “partito”, illudendosi così di mandare chissà quale messaggio innovativo: ma sarebbe solo un ulteriore segno di subalternità, significherebbe restare immersi all’interno di quella che Miguel Gotor, nel suo ultimo libro (L’Italia del Novecento, Einaudi) ha giustamente definito la “Repubblica dell’antipolitica”, quella dell’ultimo quarto di secolo: significherebbe proseguire nella deleteria denigrazione (e auto-denigrazione) dell’idea stessa di partito che ha rappresentato uno dei tratti costitutivi della cultura politica egemone in questi decenni.

Solo se le procedure democratiche risulteranno affidabili, ci si potrà dedicare alla discussione/decisione sulle “piattaforme politiche”: e qui, naturalmente, si apre un vaso di Pandora, alla ricerca di una risposta credibile al quesito che tutta la storia del Pd ha lasciato irrisolto, il terreno su cui si misura pienamente il fallimento del progetto originario di un Pd pensato come partito post-ideologico, nella presunzione che un partito si potesse reggere solo sulla base di una convergenza sulle “cose da fare”, senza una vera cultura politica unificante. Non è così, e non è stato così. Un “partito nuovo”, che sia vissuto davvero come un “nuovo partito”, potrà nascere solo se si dice finalmente cos’è e cosa vuole, sulla base di quali principi concepisce il proprio ruolo, da quali analisi prende le mosse (ad esempio, una visione critica del capitalismo contemporaneo), sulla parte della società italiana (interessi e idee) che intende rappresentare (smettendola, dunque, con l’idea del partito “pigliatutto”), sul disegno di trasformazione che si immagina per la società italiana. Si vuole un partito, ad esempio, genericamente di “centrosinistra”, o un partito grosso modo “liberaldemocratico” (ma sapendo che il “mercato” è già molto affollato e i “clienti” scarseggiano)? o vogliamo un partito che recuperi pienamente una tradizione socialista, sorretta e innervata da una nuova coscienza ambientalista? E che ruolo può svolgere una cultura cattolico-democratica e cristiano-sociale, oggi ricca di potenzialità antagonistiche?

Questo “partito nuovo” potrà serenamente continuare a chiamarsi “democratico”, ma a patto che si ponga una domanda cruciale: cosa vuol dire oggi definirsi “democratici”, cosa comporta assumere seriamente la “democrazia” come ideale politico e orizzonte programmatico? Domande da far tremare le vene e i polsi: speriamo solo che se ne possa quanto meno cominciare a discutere.