Santiago, in piazza con il fazzoletto
contro la repressione e il liberismo

Diseguaglianze e neo liberismo: la grande rivolta che sta scuotendo il Cile ha un chiaro obiettivo. E’ esplosa per un aumento del prezzo del biglietto della metro di Santiago. Un aumento neppure enorme, ma la goccia di un vaso ormai colmo. Un’intero popolo è stremato da cinquant’anni di liberalizzazione assoluta promossa dal dittatore Pinochet e mai attenuata. La salute è privata e costosissima. La pensione è un terno al lotto: la compagnia pensionistica (privata, ovviamente) investe in borsa. Finché la borsa va magari hai la pensione, se va giù, ci dispiace, è andata male.

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Murales che ricorda i 200 occhi perduti in un mese per le pallottole dei Carabinieros. Foto di Sergio Baffoni

La popolazione cilena è stremata, e le proteste godono di un supporto esteso. I cortei sono accompagnati dai saluti festosi dei clacson: delle auto bloccate dalla manifestazione stessa incitano i manifestanti a continuare.
Un decimo di tutta la popolazione è sceso in strada a ottobre, sfidando le autoblindo dei Carabineros.

Giustizia per i morti e gli accecati

Con l’esplodere del movimento, e con i morti lasciati sulle strade, e le centinaia di occhi spappolati dalle pallottole di gomma sparate deliberatamente al viso, sono emerse altre domande: giustizia prima di tutto, processi trasparenti, riforma della polizia, e soprattutto una nuova costituzione, dato che l’attuale è ancora quella scritta dal dittatore su misura per il suo regime. E poi la domanda di autonomia, riconoscimento e restituzione delle terra da parte della popolazione indigena Mapuce. La bandiera Mapuce non a caso è divenuta la bandiera della rivolta.

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Le due bandiere in piazza. Foto di Sergio Baffoni

La risposta del presidente Piñera e del governo è stata inviare l’esercito. Dopo le brutalità dei carabineros, dichiarando lo stato di emergenza e il coprifuoco.
La repressione è stata additata al ministro dell’interno Andrés Chadwick, uomo del dittatore Pinochet, accusato dalla Commissione speciale del congresso di essere responsabile dell’esecuzione extragiudiziale del leader indigeno Camilo Catrillanca e della militarizzazione delle aree indigene.

Il libero mercato, questo sovversivo

“Siamo in guerra contro un nemico potente e implacabile che non rispetta nulla e nessuno” ha dichiarato Piñera, lasciando intendere che forze oscure puntassero a distruggere il Cile. In guerra sì, ma contro il suo stesso paese: un milione di persone, su una popolazione di 18 milioni, ha sfilato pacificamente a Santiago in ottobre per chiedere una nuova costituzione.

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Padre e figlio in piazza. Foto di Sergio Baffoni

Per screditare il movimento che chiede le sue dimissioni, il Presidente Piñera lo ha descritto come mera delinquenza organizzata, guidata da oscure forze destabilizzanti che soffiano sul fuoco della rivolta. Ma di organizzazione se ne vede ben poca. Se c’è davvero un grande vecchio di questa rivolta, un’entità che spinge verso la radicalizzazione dello scontro, questa non è la Spectre del Terrore, ma il cuore stesso dello spirito neo-liberale: il libero mercato.

Nella zona rossa, quella dove la polizia non entra se non in formazione falange macedone, decine e decine di venditori di strada stendono sull’asfalto un il loro fazzoletto e vendono tutto quello che può trovare mercato: bandiere Mapuche, empanadas vegane, dolci macrobiotici, bandane, fazzoletti da volto con simboli vari, occhiali protettivi (da moto, da nuoto, da bicicletta), bustine di bicarbonato anti-lacrimogeno, adesivi, figurine magnetiche, mascherine antigas, passamontagna e perfino fionde e biglie. Tutto a prezzi popolari, perché anche la concorrenza è spietata.

Tutta questa offerta implica la tentazione di utilizzare tanto bendidio. In assenza di gruppi organizzati che guidano la rivolta, il commercio di strada si è trasformato nella spina dorsale logistica delle proteste, ma anche in un diavolo tentatore verso azioni più estreme.
Il libero mercato, come Kronos, che divora sé stesso.

Festa di piazza

Una banda di una trentina di strumenti suona all’impazzata musiche dal ritmo irresistibile, attorno migliaia di persone ballano felici e scatenate. Bandiere del Cile e bandiere Mapuche sventolano allegramente. Poco più in là un’altra banda, e un’altra folla che salta e balla. Più oltre, due one-man-band girano velici in circolo come sufi con le loro batterie che ritmano all’impazzata. Qualcuno fa partire dei fuochi d’artificio, tra boati di entusiasmo.

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I veterani della guardia presidenziale di Salvador Allende. Foto di Sergio Baffoni

Sembra una festa popolare ben riuscita, ma qualcosa non torna, c’è come qualcosa di sbagliato: è l’aria. L’aria della piazza non è impestata da colonne di fumo di salsiccia, incensi orientali alito di vinaccia, no, l’avvolge una coltre azzurrina di gas lacrimogeno. Non che le salsicce manchino: in un banchino due ragazzi con occhiali protettivi e bandana, cuociono solertemente würstel – che probabilmente avranno acquistato un aroma tutto particolare. I candelotti lacrimogeni cadono regolarmente ai margini della piazza, ma le migliaia di manifestanti non scappano, piuttosto ballano. Il volto coperto da bandane, fazzoletti, magliette arrotolate a mo’ di burqa, ballano e cantano.

Negro Matacopos, il cane santo

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Il cane “santo”, Negro Mastacopos. Foto di Sergio Baffoni

I fazzoletti non sono per coprire il volto, ma per respirare. Li portano gli alternativi, i ragazzi delle periferie, ma anche anziani, professionisti, Li portano le mamme e i bambini. Le signorinelle eleganti – in gonnella e casco. Si vendono ai margini della piazza, c’è quello con l’arcobaleno che rappresenta l’unione dei popoli indigeni. C’è quello verde delle femministe, che tutte normalmente portano al polso come un bracciale (in città vedi signore di tutte le età col fazzoletto verde) ma una volta in piazza si srotola e finisce sul volto.

E poi c’è il fazzoletto rosso col simbolo della rivolta: Negro Matapacos: il cane mascotte delle proteste studentesche, poi passato a miglior vita e santificato dai manifestanti. Si narra che abbaiasse con entusiasmo ai cordoni di Carabineros, bandana rossa al collo, ragion per cui Nero è stato ribattezzato l’ammazzasbirri (Matapacos), benché, pare, non gli sia scappato neanche un piccolo morso. Di fatto, è divenuto un culto: le icone di Negro Matapacos sono onnipresenti: magliette, adesivi, magnetici, fazzoletti, poster. Lo vedi sui muri circondato di cherubini o neoclassicistiche ninfe.

Negro Matacopos
Negro Matacopos, il cane “santo”. Foto di Sergio Baffoni

I fazzoletti non sono tutto. In molti portano occhiali e casco da bicicletta o da moto, per proteggersi dalle pallottole di gomma sparate altezza volto. E poi entra in scena l’improvvisazione. Una ragazzina in divisa scolastica, con kilt, cravattino e le calze bianche, si porta verso la piazza trascinando un pesante scudo fatto con la porta strappata a un vecchio frigorifero. La sua compagna è più fortunata, ha trovato un’antenna parabolica.

I carabinieri assaltano la Croce rossa

In tanti hanno uno sprizzino con acqua e bicarbonato, che offrono generosamente al prossimo loro. Lo stand della Croce Rossa cilena offre un liquido rosa dal contenuto indefinito – sì, hanno montato uno stand, lo stesso che per onorare la giornata dei diritti umani, i panzer dei Carabineros penseranno bene di assaltare.
I volontari del servizio sanitario auto-organizzato, dotati di casco e scudo crociato (Templari di strada?), offrono agli anziani mascherine di carta spruzzate di liquido bianco. Due ragazze mi spruzzano il fazzoletto con un liquido verdognolo: “non è bicarbonato – spiegano con orgoglio – è infuso di alloro, molto più sano!” Omeopatia e fitoterapia applicate allo scontro di piazza.

Giardinetti alla cilena

Una bimba dondola sull’altalena in un rettangolino di verde al lato dello stradone. Il padre le ha costruito l’altalena appendendo la bicicletta a un albero, e alla bicicletta la corda su cui la bimba siede felice. A pochi metri giunge un’autoblindo dei Carabineros. E’ verde scuro, coperta di grate e piena dei graffi e degli schizzi di vernice bianca sul metallo: un autentico veterano. L’autoblindo si ferma minacciosa, un ragazzo le si avvicina e lancia un sasso, che rimbalza innocuamente sulle grate. Sulla strada un mucchio di immondizia è in fiamme. La bambina scende cautamente dall’altalena, aspetta che la scena si concluda, che l’autoblindo abbia finito di sparare col cannone ad acqua, poi risale sulla corda e riprende a dondolare con allegria.
Due ragazze hanno portato i fratellini piccoli, e ora mangiano insieme un ghiacciolo, cosa che richiede pratica, portando il fazzoletto sul naso.

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Cile, basta violenza. Foto di Sergio Baffoni

Un papà fa ingresso nella piazza col figlio di cinque anni, mano nella mano. Entrambi hanno gli occhiali protettivi, il bimbo ha una mascherina antigas.
Un’altro bimbo tiene un cartello: mai più violenza in Cile. Sorride orgoglioso. Al collo, la maschera antigas.
Ai margini della piazza un bambino di tre anni gioca. Ha un camion di plastica. E un fazzoletto al collo. E’ molto preso dalle manovre del suo camion. La mamma lo segue con la coda dell’occhio e parla amabilmente con un’amica, forse un’altra mamma. Una scena da giardinetti. Ma entrambe hanno il fazzoletto sul viso e gli occhiali protettivi.

E dal fumo azzurrino, da un momento all’altro potrebbe sbucare una colonna di autoblindo che sparano all’impazzata su tutto quel che si muove.