Sanremo, uno spettacolo monstre
che vende emozioni che non ci sono

L’Ariston è un cinema-teatro di dimensioni generose, come ne esistevano molti in Italia fino a qualche decina di anni fa. Serve un bacino relativamente ampio, che da Sanremo si estende verso le province vicine della Liguria e, in direzione opposta, Monaco e la Francia (Montecarlo e Nizza sono più vicine a Sanremo di Genova). Ospita – ospitava, prima del Covid – tournée teatrali, recital di attori e cantanti, concerti di vari generi, proiezioni cinematografiche. Ma credo che non si sbagli a dire che se non fosse per il Festival della Canzone (dunque, la Rai e i suoi sponsor) e in misura minore la Rassegna del Club Tenco, l’Ariston avrebbe fatto da tempo la stessa fine di molti altri locali simili, in provincia e nelle grandi città: sarebbe diventato un multisala, un centro commerciale, un garage. O magari sarebbe stato ristrutturato e mai riaperto, come il Teatro Lirico di Milano.

Quel teatro come uno studio tv

La platea e la galleria sono abbastanza grandi, anche troppo per la maggior parte degli spettacoli: se si lavora all’Ariston, il problema è riempirlo, e questo aiuta anche a capire certe scelte “popolari” del Club Tenco, che hanno fatto storcere il naso ai puristi della canzone d’autore. Per il Festival della Canzone questo particolare problema non è mai esistito, perché sono sempre bastati i dirigenti della Rai e i loro ospiti, i giornalisti, gli addetti dell’editoria musicale e della discografia, un po’ di politici locali e nazionali, a occupare gran parte delle poltrone della platea. In questo senso, l’Ariston è sempre stato utilizzato dalla Rai come uno studio televisivo per riprendere uno spettacolo di canzoni e altri intrattenimenti, e se quest’anno fosse stata accettata la proposta iniziale di utilizzare delle comparse al posto del pubblico non ci sarebbe stata nessuna differenza: quello dell’Ariston, al Festival, è sempre stato in maggioranza un pubblico fasullo.

C’è da riflettere sull’insistenza con cui si è parlato della presenza e dell’assenza del pubblico prima e durante il Festival: sì, le poltrone vuote (o riempite di palloncini) possono dare adito a una gag di cinque minuti (su cinque ore di trasmissione), ma perché non toglierle del tutto, o ricoprirle, o mascherarle con un effetto digitale, come si fa durante le trasmissioni delle partite di calcio svolte negli stadi senza pubblico? Peraltro, l’Ariston non è propriamente uno studio televisivo ideale: lo spazio dietro le quinte è angusto, i camerini sono pochi e approssimativi, ci si deve adattare. In ogni caso, nelle non poche occasioni in cui mi è capitato di frequentare l’Ariston, come spettatore o sul palcoscenico (sempre per il Premio Tenco), non ho mai provato quelle ondate di emozione che sono state uno dei temi ricorrenti delle prime serate del Festival di quest’anno, anche con l’insistente descrizione da parte dei/delle cantanti dei sintomi fisici (secchezza delle fauci, ginocchia tremolanti, eccetera).

Senza pubblico che emozione è?

È vero che oggi l’emozione è onnipresente e imprescindibile: serve a vendere di tutto, dagli hamburger alle automobili, ed è uno strumento potentissimo nelle mani dei persuasori di ogni tipo, dagli influencer ai politici. E dunque, non riuscendo a domare l’ossessione (quanto giustificata?) che un Festival senza pubblico non buchi lo schermo, perché non dare sempre più spazio al trac dei cantanti, degli attori, degli ospiti? Perché non insistere sulla discesa pericolosa della scalinata, con inquadrature (un po’ sessiste, possiamo dirlo?) delle gambe delle signore, in equilibrio incerto sui tacchi e sui gradini?

Trucchetti spettacolari, certo. Dei quali due professionisti come Amadeus e Fiorello non avrebbero bisogno. La questione, alla fine dei conti, non riguarda tanto il Festival della Canzone, che quando nacque – e per molti anni – consisteva nella presentazione in successione abbastanza spigliata delle canzoni in gara. La questione, grossa come una casa, o più, è che le trasmissioni di cinque ore che la Rai ammannisce al pubblico televisivo sono costituite solo in piccola parte dalle canzoni, essendo il resto occupato da spot pubblicitari, ospiti e altri interventi. La cosa è tanto più evidente nella trasmissione radiofonica, dove le canzoni sono separate da lunghe interruzioni, a coprire le gag dei conduttori, gli spot visuali, le parti meno radiogeniche degli interventi degli ospiti: se uno (mi è capitato più volte, in passato) vuole sentire il Festival dall’estero, presto si domanda se stia ascoltando un Festival di canzoni. Per sentirne un paio bisogna stare in ascolto per mezz’ora.

La questione, dunque, è soprattutto economica: per stare in piedi il Festival ha bisogno di quei tempi, di quelle pubblicità, e la Rai deve poter sbandierare i dati dello share per sostenere le tariffe pubblicitarie. Ne viene fuori un tour de force per ascoltatori e telespettatori, che alla fine invoglia a spegnere e andare a letto (o a guardarsi un altro programma) quando ancora quasi la metà delle canzoni deve passare.

Se facessimo un festival più snello?

Non siamo qui a dare consigli: il Festival così com’è esiste perché lo vuole la Rai, perché lo vogliono gli investitori pubblicitari, perché lo vogliono i discografici e gli editori di musica, da troppo tempo (o da sempre) concentrati quasi solo su questo evento per far quadrare i bilanci di un anno intero, e perché lo vogliono autori e cantanti. Nessuno di tutti questi, direi, ha una buona disposizione ad ascoltare consigli, in materia di Festival della Canzone. A noi, però, piace immaginare un Festival più snello, con una durata di due ore e mezzo o giù di lì, svelto nella successione degli interventi, e concentrato sulla qualità e sulla coerenza delle scelte musicali.

Prendiamo la serata delle cover. È stata anticipata, da tutti i media, come la serata dedicata alla canzone d’autore, o ai cantautori. E in parte era così, ma l’eterogeneità e la dispersione dell’offerta fa dubitare che alla fine si trattasse di un pretesto, per offrire un altro spazio ai cantanti, e soprattutto ai loro autori, editori e discografici (lo sapete, vero, che la Siae prevede compensi maggiorati per i brani eseguiti in un festival trasmesso dal vivo?). È chiaro che sia una buona soluzione anche per il pubblico, perché spesso anche la più geniale delle canzoni nuove impallidisce al confronto con la più dimessa delle canzoni che circolano da trent’anni o più. Ma non per cinque ore…

Se proprio ci deve essere un altro festival l’anno prossimo (puntuale come la morte, ci sarà), datecene uno dove i mesi precedenti sono dedicati a pensare come farne uno spettacolo musicale avvincente, non a come riempire quelle dannate poltrone rosse.