Sanremo, lo specchio nazional popolare dell’Italia e il “dirottatore” Baglioni

L’Italia che “affoga nel presente”, incapace di agguantare il cambiamento dato che per riuscirci, per dirla con uno che se ne intende, Giuseppe De Rita, il fondatore del Censis, c’è “bisogno di un prima e di un dopo con qualcosa in mezzo” mentre questi sono giorni in cui prevale l’impegno a valorizzare solo l’oggi nell’incapacità di misurarsi con il passato e di costruire il futuro.

In questa situazione, mentre crolla il dato della produzione industriale, mentre il Pil italiano si guadagna la maglia nera in Europa, mentre si mettono a rischio i rapporti con la Francia per una provocatoria gita a Parigi, mentre un ragazzo può restare senza l’uso delle gambe per colpa di due individui esaltati che la legge per portare le armi in giro e usarle in modo criminale l’hanno già applicata, impazza come ogni anno il Festival di Sanremo. Quello in corso è il numero sessantanove, un anziano signore che da tempo non è più solo canzonette ma finisce ad ogni inizio di febbraio per essere il catalizzatore delle tensioni, delle visioni contrapposte di cos’è il vivere civile, della guerriglia politica anche tra anomali alleati di governo, chi in divisa, chi con il gilet giallo, sempre più impegnati a farsi le scarpe l’un l’altro. L’Italia degli appassionati e di chi se ne frega, ma che finisce comunque coinvolto.

Quest’anno oggettivamente più del solito. In giro troppe novità sociali e politiche che hanno finito per arrivare inevitabilmente anche a condizionare la kermesse nella capitale della riviera dei fiori,  a cominciare dal palcoscenico che per la prima volta non è petaloso. Ci sono solo i  fiori dei mazzolini riservati alle signore in gara e non a ricordare che da queste parti rose e tulipani sono un’industria. Fiorente.

I nuovi dirigenti Rai giallo-verdi si sono trovati bello e fatto il piatto sanremese. Quelli di prima avevano blindato Claudio Baglioni che ha cominciato il suo lavoro sul campo fulminato dall’anatema della neodirettrice di RaiUno, Teresa De Santis, che ne ha ”facilitato” l’avvio dichiarando che questa era l’ultima prova per Baglioni conduttore, colpevole solo di una ragionevole posizione sui migranti espressa in totale libertà sulla scia del suo noto impegno in materia. Il “clima orrendo” del dietro le quinte è stato servito. L’anno prossimo, l’anno del settantesimo potrebbe essere il più facile di tutti: una bella performance collettiva di alcuni big degli anni scorsi. Il manuale Cencelli della conduzione…e non si scontenta nessuno.

Si vedrà cosa accadrà. Ora c’è il Sanremo del capitano artistico Baglioni, diventato dirottatore, a cui non dispiacerebbe l’anno prossimo proporsi come “aggressore artistico”. A consentirgli la velleità di una riconferma lo zoccolo duro di ascolti che resiste. Un po’ meno del primo Baglioni, questa volta affiancato da un altro Claudio, Bisio cui è stato demandato il compito del politicamente scorretto ma all’acqua di rose, assieme ai comici più duri, tipo Pio e Amedeo andati in onda a tardissima sera, e da una strepitosa Virginia Raffaele.

C’è chi storce il naso, chi usa il bilancino, chi fa le classifiche minuto per minuto per età, sesso, provenienza geografica. Resta il fatto che c’è uno zoccolo duro di circa dieci milioni persone, uno su due rispetto a chi guarda la tv, che a Sanremo non rinunciano. Per passione musicale, curiosità sociologica, tifo, nostalgia. Un bilancio favorito dal fatto che tutte le altre reti hanno messo in onda una programmazione soft per non disturbare l’ammiraglia Rai. E’ dunque il festival ancora un ritratto del Paese non più nazional popolare, o popolare nazionale, rispetto agli scorsi anni più seguito da un pubblico giovane che sul palco illuminato a laser hanno avuto modo di incontrare molti dei loro idoli anche se molti mostri sacri, specialmente tra gli ospiti, non hanno rinunciato alla passerella sanremese. Rap e melodia, immigrazione e violenza in casa, difficoltà nei rapporti generazionali, dolore e amore, non in rima. Poco cuore. Crisi di coppia. Anche un nonno. Temi di attualità stringente. Alcune melodie anche gradevoli. Ma la maglietta fina non c’è.

Tutti rigorosamente italiani sul palco, un po’ per scelta già sperimentata, un po’ per i costi esagerati delle stelle straniere. Ma il Festival è sempre un ottimo affare in termini economici. Tra pubblicità e sponsor sono stati incassati 31 milioni di euro mentre ne sono stati spesi in tutto diciassette. Questo però ha significato un sensibile aumento delle interruzioni pubblicitarie cui si sono aggiunte quelle governative, ovviamente gratis, su quota cento e reddito di cittadinanza per fare campagna alle iniziative targate Salvini e Di Maio. Un’occasione che proprio non si poteva perdere nei giorni in cui c’è la fila per sapere cosa bisogna fare per godersela con una pensione decurtata ma certa o abolire almeno la povertà personale, certamente quella dei navigator cui, fa fede la locandina alle edicole, andranno 1.700 euro netti al mese. E come non cercare di acchiappare al volo l’occasione.