SanPa, l’alternativa privata alla presenza “scomoda” dello Stato nella sanità

Non è facile, per me, scrivere sul documentario SanPa, luci e Tenebre di San Patrignano prodotto da Netflix perché sono implicato nella vicenda e naturalmente il mio punto di vista ne risente.
Il clima generale del film è tragico. I protagonisti si presentano al tempo odierno e dialogano con i se stessi della vicenda di cui sono stati attori. Tutto gira attorno alla figura e alle pratiche di Vincenzo Muccioli che viene evocato dai racconti e manifestato visivamente dagli archivi.
Più che in una comunità ci troviamo, come dice Andrea Muccioli (figlio e continuatore del fondatore), in una comune hippy sulle colline riminesi.


Su queste colline, forse per via del turismo di massa che ha portato sulla costa decine di milioni di persone da tutta Europa, sono possibili ricombinazioni culturali da territorio cosmopolita. Ma tutto nascerebbe dalla passione per l’esoterismo e dalla sua capacità di farsi medium nella evocazione degli spiriti.
In una atmosfera faustiana l’entità evocata avrebbe indicato la collina di San Patrignano come il luogo per iniziare una attività in favore degli emarginati.

In quell’anno fu aprovata la legge 180

L’inizio avviene in un anno in cui in Italia succede tutto: rapimento Moro, situazione d’emergenza e quindi governo Andreotti IV con l’appoggio esterno dei comunisti, approvazione della legge 180 che modifica radicalmente i motivi per cui una persona può essere privata della libertà pur non avendo commesso un reato. La legge del 1904 prevedeva l’internamento in manicomio se la persona veniva riconosciuta “pericolosa a sé ed agli altri e di pubblico scandalo”; la nuova legge prevede che i trattamenti sanitari obbligatori siano regolati da una proposta, poi da una convalida di un medico della struttura pubblica e siano disposti dal Sindaco. La nuova regolamentazione interrompe gli ingressi nei manicomi e ne avvia la chiusura.
Nel 1975 era stata approvata anche la legge sugli stupefacenti che sostituiva quella del 1954 che prevedeva l’arresto dei tossicodipendenti ed il loro invio in manicomio. La nuova legge prevedeva l’istituzione di Centri Medici per l’assistenza sociale.
Dopo la laurea, nel marzo 1978, sono stato assunto nel CMAS ed ho continuato a lavorare in quel servizio (oggi si chiama SERT) fino al pensionamento nel febbraio 2020.

San Patrignano nasce da una dipendenza

Vincenzo Muccioli ed i suoi collaboratori cominciarono ad ospitare persone che volevano smettere di fare uso di sostanze e non riuscivano a farcela. Comunità stavano nascendo dovunque, a volte come trasformazione di comuni hippy o anarchiche o di sperimentazioni di vita comunitaria compreso il ritorno al cristianesimo delle origini.


Nel documentario Andrea Muccioli racconta che il trattenimento contro la volontà e con le maniere forti è stata una richiesta degli ospiti. Cioè hanno depositato in Muccioli il potere di disporre dei loro corpi perché li ritenevano “posseduti” dal “demone” eroina e richiedevano di essere esorcizzati da lui.
È così che si crea un gruppo caratterizzato da un assunto di base di dipendenza. Facilmente, poi, il gruppo assume l’assunto di base di attacco e fuga perché deve costantemente difendersi dall’oggetto cattivo persecutorio eroina, il demone malvagio, che perseguita la comunità. I metodi per questa difesa diventano drastici. Come in un cenobio i monaci-ospiti delegano alla autorità di chi li ha accolti il diritto/dovere di purificare i loro corpi dal “male”.
Chi si occupa di dipendenze patologiche sa che il terapeuta riceve un transfert di onnipotenza. Ma è necessaria una formazione specifica per percepire le identificazioni proiettive e riuscire a trasformarle in pensiero. Bisogna condividere con una equipe, confrontarsi, discutere con colleghi, amici, perché il transfert di onnipotenza fa sentire unici, alimenta il narcisismo patologico e se non c’è un aiuto trovarsi nel posto di dio può fare credere di esserlo.

Muccioli come un medium

Credo che la dinamica della prima SanPa possa essere stata simile a questa che ho descritto con in più il fatto che Vincenzo era un medium che evocava uno spirito che aveva detto di istituire la comunità. È possibile che Muccioli si sia sentito “posseduto” dallo spirito che evocava e che questa possessione, effetto della dissociazione che vive ogni medium, da temporanea sia diventata permanente installandosi definitivamente in lui e trasformandolo.
Infatti, non c’è mai in lui un segno di autocritica, il dubbio sembra non esistere, la scissione schizoparanoide è perfetta. Nella comunità c’è il bene: l’oggetto buono, il nutrimento, la vita. Fuori c’è il male: l’oggetto cattivo, l’eroina, la fame, la morte.


Quando viene arrestato, il giudice Andreucci vuole risolvere il problema dei sequestri di persona e dei maltrattamenti senza chiudere la comunità.
Muccioli ed i suoi collaboratori vengono liberati e tornano a San Patrignano dopo essersi impegnati a non violare la libertà delle persone e a collaborare con le istituzioni. Ma questo non avviene, anzi, i trattamenti obbligatori disposti da Muccioli vengono costantemente rivendicati come giusti.
Io ed i miei colleghi andiamo ad incontrarlo per costruire una eventuale collaborazione fra pubblico e privato, ma Vincenzo non ha nessun interesse a collaborare con le istituzioni. Ho capito, in quel frangente, che, lui, per fare quello che stava facendo, non aveva bisogno di nessuna autorizzazione. Si autorizzava da solo.
Stranamente nessuno pubblica le foto degli incatenati nella piccionaia di San Patrignano. Ce le fa vedere nel documentario l’allora corrispondente de l’Unità Luciano Nigro. Sono queste “immagini insepolte” le tenebre di SanPa.

Un’impresa frutto della beneficenza

Sono sempre stato convinto che San Patrignano nei primi anni 80 sia stata usata contro il Servizio Sanitario Nazionale, appena nato. In particolare contro la legge che impediva gli internamenti di persone definite “pericolose a se ed agli altri e di pubblico scandalo”. La comunità veniva presentata come una impresa, frutto della beneficenza di quella borghesia milanese che ancora oggi è il nodo degli interessi privati contro il SSN. La comunità diretta da un laico era una alternativa alla presenza dello stato nella sanità e nel sociale, la dimostrazione che bisognasse lasciare ai privati la gestione di questo “settore”.


A distanza di 40 anni il senso comune che avevano formato i media di allora è sempre lo stesso: lo stato non fa niente, fanno solo i privati ma vengono incolpati di usare i soli metodi efficaci da uno stato inerte.
I finanziamenti che arrivavano a San Patrignano erano ingenti e la comunità cresceva in modo esponenziale nonostante fosse sotto processo o forse proprio per quello. La fama di Muccioli era sempre più diffusa.
Il documentario mostra molti interventi a suo favore. Odioso quello di Montanelli che rivendica orgoglioso il suo fascismo giovanile. Quell’intervento fa capire che Vincenzo Muccioli ha fatto riemergere, nell’immaginario collettivo, l’imago di Mussolini: il duce che imponeva l’ordine all’anarchia degli italiani, il padre padrone, l’uomo con le palle…
Insomma la vicenda si svolgeva in vari ambiti a partire da quello individuale in cui la dipendenza da eroina caratterizzata dalla “demoniaca” coazione a ripetere che tenta di chiudere il “buco” dovuto da una parte alla mancanza e dall’altra alla sovrabbondanza di super-io. Ma non ci riesce mai.

La comunità di SanPa come Truman show

Per chi sente questa lacerazione dell’anima, le regole di vita si presentano come “fredde e crudeli” fonte di un godimento mortifero. Solo l’identificazione con un Super-io esterno, “il dio che passava e salutava” come dice Andrea Delogu nel documentario, permette di uscire dall’automatismo di ripetizione per entrare nel vincolo con un grande Altro vivente, con la Legge incarnata, con una funzione paterna che è stata assente.
Da qui è necessario con il tempo, diverso per ciascuno, prendere coscienza che tutto questo è l’effetto del transfert e su questo si deve lavorare in gruppo per apprendere a stare nella realtà con atteggiamento attivo e non passivo. Ma questo a SanPa era ostacolato: la comunità era vista come un Truman show e la realtà esterna era (è?) vissuta come persecutoria e permeata dal male. Il gruppo oscillava sempre fra l’assunto di base di dipendenza e quello di attacco e fuga.
Questo stato emotivo impediva il lavoro terapeutico sul compito che è l’adattamento attivo alla realtà. Anche l’ambito familiare non riusciva ad elaborare il deposito che i membri avevano fatto sul portatore del sintomo perché il dipendente patologico è sovraccarico delle ansie persecutorie, depressive o confusionali, che si sono prodotte nel gruppo famigliare.
San Patrignano ha funzionato come un deposito di questi depositi familiari: una istituzione totale privata, retta da un padre padrone, che sostituiva i padri mancanti e che rieducava i disadattati facendoli diventare tutti dei bravi soldatini.

Il maschilismo come valore

La cura, così non è altro che l’accettazione dell’ordine sociale dominante, il rispetto delle gerarchie per come si presentano compreso il rapporto fra maschio e femmina, in cui la donna è subordinata al maschio e dedita ai lavori domestici. Questo tradizionale maschilismo a SanPa era visto come “naturale” e tutta l’ideologia della comunità era (è?) presentata come la riproposizione dei “valori tradizionali” e del sistema delle autorità del patriarcato messo in crisi dal ’68. San Patrignano diceva che la droga era effetto del ’68 e la cura, e se vogliamo la prevenzione, per loro era (è?) caratterizzata in ultima istanza dal ripristino dei valori tradizionali come Dio, patria e famiglia.

È un fatto che a San Patrignano molte persone siano riuscite a liberarsi dalla dipendenza. Sono anch’io convinto che in determinate circostanze i trattamenti obbligatori siano necessari, ma non possono e non debbono essere prescritti da persone prive di autorizzazione e di controllo. Devono anche essere prescritti per periodi limitati, devono essere effettuati da equipe e non da singoli proprio per tutelare anche i terapeuti dall’onnipotenza.

Le comunità non vanno costruite come istituzioni totali

Ma soprattutto penso che non vadano costruite comunità terapeutiche enormi sganciate dal territorio. Queste strutture costruiscono attorno a sè una rete di fornitori, una serie di attività economiche che facilmente le fanno entrare in un processo di istituzionalizzazione. Cioè subiscono una eterogenesi dei fini ed il compito principale non è più la soluzione della dipendenza ma il mantenimento della stessa istituzione. Quando avviene questo processo (e a San Patrignano è avvenuto), c’è la tendenza a prolungare i tempi di permanenza nell’istituzione, a passivizzare gli utenti e a non curare il reinserimento sociale.
A me sembra che il documentario sia la conferma dell’opera The Brig del Living Theatre, che mostrò il funzionamento di una istituzione totale, in quel caso una prigione, sospendendo il giudizio. Lo spettatore capiva da sé il funzionamento della istituzione totale.

Il coraggio di chiedere scusa

Capisco che chi è nella politica da tanti anni come la signora Letizia Moratti volesse una storia ambientata sempre a mezzogiorno quando non ci sono ombre. Eppure questa tragedia italiana ha molte tenebre ed è importante vederle per non ripeterle.
San Patrignano potrebbe cominciare chiedendo scusa a Giuseppe Maranzano ed alla sua famiglia.
Sarebbe un atto simbolico importante: avanti un po’ di coraggio.