Sanità, meno pubblico
più privato e il virus
ora ci presenta il conto

Con il progredire del contagio da Corona Virus di questi giorni, aumentano le preoccupazioni per la tenuta del nostro Sistema Sanitario Nazionale (di cui celebriamo quest’anno il 40° compleanno). Cioè, ci rendiamo conto, improvvisamente, di fronte ad una crisi certo eccezionale (ma a queste devono far fronte i sistemi di protezione, sanitaria come idrogeologico o sismico), che questo sistema così come oggi è configurato, non è in grado di assicurare un servizio universalistico di tutela forse del più sacro dei beni comuni, cioè la salute pubblica. L’epicentro di questa crisi si colloca non in uno dei territori in cui la qualità del sistema sanitario è, secondo i Livelli essenziali di assistenza (LEA), al di sotto del punteggio minimo accettabile, bensì in uno dei più eccellenti, tanto da essere definito un “modello” (Lombardia o Veneto). Possiamo immaginare cosa potrà succedere quando e se saranno colpite con la stessa intensità le Regioni del sud. Ma la fragilità del nostro Sistema Sanitario Nazionale davanti alla crisi non è come una delle dieci piaghe d’Egitto mandate dal Signore per punire il popolo egizio: è piuttosto uno degli esiti di almeno 20 anni di rimodellamento e riduzione del sistema. Un esito ampiamente prevedibile e previsto; grave ma, forse, non irreversibile. Purché ci si predisponga a riflettere sulle lezioni che questa crisi ci consegna. Propongo in tal senso di assumere la lectio corretta dell’esegesi biblica per cui solo la prima delle 10 piaghe è definita tale, mentre le altre nove sono dette «prodigi» o «segni». Accogliamo dunque i segni che ci può lasciare questa crisi.

Numeri che dicono tutto

Numeri. L’Italia ha ridotto progressivamente dal 1997 al 2015 il numero dei posti letto per i casi acuti e la terapia intensiva del 51%, passando da 575 ogni 100 mila abitanti ai 275 attuali. Infatti, per correre ai ripari (ma direi con colpevole ritardo), si è dovuto fare una gara-lampo della Consip per dotarsi di 1.100 nuovi posti letto nelle terapie intensive e sub intensive italiane. Entro 3 giorni saranno consegnati 119 ventilatori, 200 tra 4 e 7 giorni e 886 tra 8 e 15 giorni. Per altri 2.713, che consentono l’allestimento di altrettanti posti letto, la consegna è prevista tra 16 e 45 giorni. Così ci informa un’ANSA del 10 marzo.

I fondi per gli investimenti sanitari fra il 2014 e il 2017 hanno subito una drastica riduzione del 42% che, come dichiara la Corte dei Conti, comporta il rischio di …riverberarsi sulle possibilità di garantire i livelli di assistenza e sulla qualità dei servizi offerti”. Il nostro patrimonio tecnologico, per quanto dotato di attrezzature, è obsoleto, mal distribuito e ha un livello di utilizzo pari a circa il 25% di altri paesi UE.

La spesa sanitaria italiana è prevista per il 6,5% del PIL nei prossimi anni, quando era il 7,1% nel 2009; in Germania è al 9,6%, in Francia al 9,5%.

Fra il 2009 e il 2017 il nostro Sistema Sanitario Nazionale ha perso 46.000 unità di personale dipendente (-6,7%): fra questi 8.000 medici (che oggi hanno una età media talmente alta da far prevedere un collocamento in pensione di 2 medici specialisti e 9 di famiglia al giorno nei prossimi anni… a meno di non accedere alla proposta, solo assurda al pensiero, di farli lavorare fino a 70 anni) e 13.000 infermieri. In condizioni “normali” l’elevata età media, il numero ridotto e turni di lavoro sulle 24 ore rende poco sostenibile ed efficiente il loro lavoro: possiamo seriamente sorprenderci, allora, delle foto del personale sanitario distrutto dal superlavoro di questi giorni?

Depauperamento

Perché questo depauperamento della sanità pubblica è potuto avvenire? Da un lato esso ha fatto parte di un modello “culturale” complessivo che voleva presentare la riduzione della spesa pubblica come una virtù. L’Unione Europea ha certificato e validato questo modello. Un recente studio ha evidenziato che da quando è stato istituito il Semestre Europeo (2011, sotto l’egida del Patto di Stabilità e Sviluppo, 1997) la Commissione Europea ha inviato ben 63 raccomandazioni agli Stati membri per ridurre i costi del sistema sanitario e per introdurre il privato nei servizi socio-sanitari. E queste raccomandazioni hanno trovato governi ben lieti di ottemperare a queste raccomandazioni e le hanno seguite in modo pedissequo.

È cambiato, o sta cambiando, il modello della sanità anche in Italia, da “diritto fondamentale” (con perdita progressiva del suo carattere universalistico) a qualcosa che assomiglia piuttosto ad una “merce”, che ha un valore economico che puoi comprare, di qualità più o meno alta a seconda della tua disponibilità economica. Così, si è spostata l’attenzione verso le prestazioni specialistiche (soprattutto a pagamento), distogliendola dalle cure primarie (che sono meno costose, riducono la pressione ingiustificate su ospedali e pronto soccorso, e sono maggiormente inclusive e capaci di prendere in carico complessivamente il cittadino, soprattutto quello più vulnerabile). Così, si è ridotta l’integrazione tra la presa in carico di tipo sociale e quella di tipo sanitaria, perdendo la capacità di occuparsi e comprendere i bisogni complessivi della persona. Qui hanno perso rilevanza il territorio e gli enti locali, che sarebbero importanti non perché coinvolti nelle nomine delle strutture, ma in quanto in grado di far collaborare il personale sanitario del SSN con quello comunale dei servizi alla persona di tipo sociale, ma anche formativo e culturale. In questo “nuovo” modello si è allargata la forbice delle disuguaglianze fra coloro in grado di “comprarsi” (anche attraverso la sanità integrativa) cure migliori e chi deve accontentarsi di quel che passa il pubblico. A questo corrisponde una perdita di ruolo della sanità pubblica che è quello essenzialmente di garantire l’uguaglianza dei cittadini davanti alla malattia e anche di perequare in questo ambito fra le diverse possibilità di ciascuno. Per questo è diventata funzionale a questo modello anche l’idea, che talvolta fa breccia anche in campo progressista (penso alle posizioni di Emma Bonino e di +Europa), di togliere i più ricchi dalla contribuzione al sistema sanitario nazionale consentendo loro di comprarsi una sanità completamente privata: in questa prospettiva verrebbe completamente meno la funzione perequatrice, legata non al solo gettito IVA ma alla tassazione progressiva sui redditi delle persone fisiche, della sanità pubblica.

Una revisione necessaria

Tutto questo sforzo economicista, di rendere meno costosa la sanità pubblica, per quanto immotivato sul piano del confronto con gli altri paesi europei (che spendono molto più di noi), ha premiato la logica dei Piani di rientro per contenere i disavanzi, distraendo le politiche pubbliche dal vero obiettivo che sarebbe stato quello della riqualificazione dei servizi.

Ora, è possibile invertire questa tendenza? Certamente, se – assumendo il “segno” della crisi del Corona Virus – sapremo cambiare radicalmente direzione, investendo più risorse per un periodo di tempo non breve e quindi con un indirizzo di politica di spesa pubblica strutturale nel ricambio e nell’aumento del personale sanitario, nella revisione sostanziale della sanità integrativa (rendendola effettivamente integrativa e non sostitutiva), armonizzando l’offerta con i principi di appropriatezza e sicurezza previsti dai LEA, evitando la strada dell’autonomia differenziata delle sanità regionali (che, come ci dimostra il caso lombardo, ma anche quello veneto, è una pericolosa illusione), centrando sui livelli essenziali delle prestazioni relativi ai diritti civili e sociali, integrando servizi sociali, educativi e sanitari sul territorio.

Un virata netta e stabile in una diversa direzione. È possibile e necessario, altrimenti passato il Corona forse non reggeremo al prossimo virus.