Sanità: bene i primi passi di Speranza ma c’è ancora molto da fare

Basta tagli alla sanità. Anzi, bisogna subito invertire la rotta e iniziare a investire di più, per esempio dotando, già a partire dal 2020, il Fondo Sanitario Nazionale di 2 miliardi in più. E poi occorre porre fine ai super-ticket, che in realtà sono mini mentre influiscono sulla possibilità di cura delle fasce più povere della popolazione, che per non spendere 10 euro a ricetta preferiscono rinunciare alle terapie.  Questo è in breve il programma immediato – potremmo dire dei cento giorni – del nuovo ministro della Salute, Roberto Speranza. Ed è un programma di sinistra. Perché mira a consolidare quel sistema di welfare sanitario che tutto il mondo ci invidia e che invece, negli ultimi anni, ha subito picconate tali da renderlo sempre più debole.
Il nostro sistema sanitario è considerato tra i più validi ed efficienti al mondo. Assicura, infatti, una copertura universale, che, in linea di principio e molto spesso in linea di fatto, consente a tutti di accedere al servizio sanitario a prescindere dal reddito. Questo sistema ha prodotto dei frutti: per esempio, ha contribuito a far sì che la vita media in Italia sia tra le più alte del mondo, mentre la spesa sanitaria (sì, anche quella pubblica) sia tra le più basse dei paesi avanzati. Insomma, malgrado l’immagine che taluni ne diffondono, il rapporto costo/benefici del sistema sanitario italiano è tra i migliori del pianeta.

Tuttavia questo sistema negli ultimi lustri è stato, incredibilmente, messo in discussione. E picconato. Si sono sottratte risorse pubbliche fino a sfinirlo, mentre – vedi super-ticket – si è chiesto sempre più ai pazienti di contribuire in proprio alle prestazioni sanitarie a prescindere dal proprio reddito, in aperta contraddizione con lo spirito della legge con cui è stato istituito quarant’anni fa. Si è poi creata una frammentazione regionale insostenibile: tanto che qualcuno parla, ormai, non di uno ma di venti sistemi sanitari nel paese. Questo ha fatto sì che la sanità nelle zone più ricche del paese (in Lombardia, Veneto, Piemonte, Emilia-Romagna, Toscana) sia nel complesso migliore, talvolta incredibilmente migliore, di quella nelle aree più povere del Mezzogiorno. E questo nonostante il fatto che la qualità professionale dei medici sia molto alta. Spesso molto più alta che in altri paesi europei.   La ricchezza, dunque, è ridiventata una discriminante della salute, sia in termini di reddito familiare sia in termini di collocazione geografica. La riprova sta nel fatto che – pur essendo l’Italia uno dei paesi al mondo in cui le disuguaglianze di salute sono minori – ci sono ingiustificabili differenze, per di più in crescita.

     I fattori che influiscono sulle disuguaglianze di salute sono l’istruzione, il reddito e la collocazione geografica. Uno studio recente pubblicato dall’ dall’Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni Migranti e il contrasto delle malattie della Povertà (INMP) ci ricorda, per esempio, che tra i maschi italiani il grado di istruzione determina una differenza nella vita media di ben 3 anni e nelle donne di 1,5 anni. Se poi sei una persona non istruita che abita nel Mezzogiorno d’Italia perdi, in media, un altro anno di vita, che tu sia femmina o maschio.

     Per la precisione: secondo lo studio INMP «le persone con basso titolo di studio hanno una probabilità di morte superiore del 35% tra gli uomini e del 24% tra le donne. La quota di mortalità attribuibile alle condizioni socio-economiche e di vita associate al basso titolo di studio è pari al 18% tra gli uomini e al 13% tra le donne».
Ma c’è anche il fattore geografico in sé. «La mortalità cardiovascolare, per esempio, è più elevata nel Mezzogiorno, indipendentemente dal livello di istruzione». L’INMP conclude: «In Italia dunque le disuguaglianze su base geografica si intrecciano con quelle sociali su base individuale, sebbene le seconde non spieghino completamente le prime: il dato sembra suggerire l’esistenza di fattori di contesto in grado di generare differenze geografiche al netto delle differenze socioeconomiche nella salute. Tra i fattori da valutare sono senz’altro compresi quelli riferiti all’assistenza sanitaria erogata, in particolare per le note differenze territoriali in ambito di prevenzione». E, se ci è concessa un’integrazione, per l’organizzazione del sistema sanitario, anche per colpe soggettive delle classi dirigenti meridionali, l’offerta sanitaria nel Mezzogiorno è in media decisamente inferiore a quella del Centro e del Settentrione. Tant’è che assistiamo a un fenomeno crescente: i pazienti meridionali migrano verso le regioni del centro-nord quando hanno o pensano di avere seri problemi di salute. E questo a prescindere dalla qualità della classe medica, che in media è ovunque di elevato livello: un livello che, come si è detto, resta superiore a quello di molti altri paesi europei.

Ecco che dunque Roberto Speranza ha una strada difficile, ma chiara e ben delineata, da percorrere: ricostruire la solidità del sistema sanitario universale italiano con un’iniezione di fondi cospicui e contribuire in maniera significativa ad abbattere le disuguaglianze di salute tra le classi sociali e tra le regioni italiane.
I primi annunci del neo-ministro, se verranno realizzati, puntano nella giusta direzione. Occorrerà continuare con lucidità e determinazione.