“Salvo intese”,
così si scivola
nella democratura

“Salvo intese”. E’ questa la nuova frontiera della manomissione istituzionale, l’inedita stortura introdotta di soppiatto, l’ennesima – e certamente non necessaria – modificazione occulta della Costituzione. Una cosetta da far impallidire il cesarismo di Craxi. Una bazzecola, rispetto alla quale i reiterati “attentati” alla Carta del 1948, verificatisi nel corso degli ultimi decenni fanno semplicemente sorridere.

Salvo intese. Cerchiamo di capire che cosa si nasconda dietro questa formulazione intenzionalmente enigmatica, che cosa comporti sul piano del concreto processo decisionale.

Come è largamente noto, il principio fondamentale sul quale è costruita la nostra Costituzione è la tripartizione e reciproca autonomia dei poteri, regola aurea, introdotta originariamente alla fine del Settecento, in pieno clima illuministico. Per dirla in termini semplici, la regola impone che al governo spetti l’esercizio del potere esecutivo, che l’ordinamento giurisdizionale spetti al potere giudiziario e che l’attività legislativa sia svolta dal Parlamento. Ogni discostamento, in una direzione o in un’altra, da questo schema è tradizionalmente considerato indizio di cattivo funzionamento delle istituzioni, quando non sia addirittura individuato come un potenziale vulnus nel tessuto democratico di un paese.

Ebbene, a partire dai primi anni ottanta del Novecento, con una progressione sempre più marcata e continua, non ostante il mutamento delle maggioranze politiche, si è verificato un fenomeno di grande rilievo, e di decisive implicazioni, quale è la concentrazione del potere legislativo nelle mani dell’esecutivo, attraverso lo strumento della decretazione d’urgenza. Si obietterà che il ricorso a questo strumento è esplicitamente previsto dalla Costituzione, dimenticando tuttavia di aggiungere che nella Carta il decreto legge può essere legittimo solo “in casi di comprovata urgenza e necessità”, quali potrebbero essere calamità naturali o eventi imprevedibili di particolare gravità.

L’abuso della decretazione di urgenza è di per sé un’anomalia, in quanto infrange la tripartizione e l’autonomia dei poteri. Ma diventa qualcosa di più di una distorsione occasionale e circoscritta nel momento in cui sopraggiunga questa recentissima novità, compendiata nell’espressione “salvo intese”. Se – come comunque occorrerebbe fare – ci riferiamo al concreto processo decisionale, risulta infatti il seguente quadro: non solo l’attività legislativa non è più svolta dall’organo costituzionalmente previsto (il Parlamento), ma essa non è più svolta neppure – clamoroso paradosso – dall’esecutivo, visto che nei fatti il Consiglio dei ministri vara un testo che diverge, e non in aspetti marginali, da quello che sarà successivamente approvato appunto “salvo intese”.

Ciò significa che il provvedimento legislativo non è opera né del Parlamento, né del governo, ma di un’intesa “privata” fra alcuni personaggi – nel nostro caso dell’accordo raggiunto occultamente fra Di Maio e Salvini – dopo, e spesso molti giorni dopo, il “passaggio” di una scatola vuota in Consiglio dei Ministri. Sul piano della costituzione materiale, siamo in presenza di una prassi, ormai consolidata, che manda in soffitta il principio fondante delle moderne democrazie rappresentative. Si commetterebbe un grave errore se si giudicasse una banale anomalia tecnica il processo descritto. Mentre ciò che sta prendendo corpo – salvo intese – è un primo passo verso l’instaurazione di una democrazia autoritaria. Naturalmente, salvo intese.