Salvini s’impone a Tria,
è un governo
pericoloso per l’Italia

E adesso tutti alla ricerca della manina, o della manona. Chi ha fatto uscire un testo della lettera di risposta alla Commissione europea? Un testo che era come una bomba messa sotto la sedia di Di Maio, di Conte e ma anche di Tria, e, chissà, anche di Salvini? Forse non lo sapremo mai, o forse qualcuno ce lo dirà ma non è poi così importante. Le cose importanti che sono avvenute nelle ultime 48 ore nei palazzi del potere sono altre, e sono tutte molto brutte. La prima è una devastante bastonata alla credibilità dell’Italia, un azzardo sul terreno dei mercati finanziari, uno scherzo col fuoco che  nel giro di qualche ora ha prodotto ustioni micidiali, prima ancora che andasse in scena il “giallo” della lettera fasulla. Perché le premesse del disastro c’erano già tutte: agli effetti prodotti dall’autistica insistenza della lega sulla flat tax da fare subito con trenta miliardi da trovare comunque s’era aggiunta la geniale propensione al masochismo di Di Maio, che contraddicendo quel che aveva sostenuto per giorni e giorni aveva concesso che, sì, perché no?, la flat tax si può fare pure a debito. Il governo unito, una volta tanto, nel cupio dissolvi. Lo spread era schizzato a 294, i rendimenti dei titoli a cinque anni erano stati superati di slancio da quelli greci. Per intenderci: agli occhi degli investitori l’Italia di ieri, ultimo giorno di maggio del 2019, era considerata più a rischio della Grecia. Nelle stesse ore l’Istat, che nelle ultime tornate ci aveva abituato a numeretti buoni ancorché vagamente sospetti, era tornata a veder nerissimo: crescita del PIL nel primo trimestre +0,1, rispetto allo stesso periodo -0,1, il dato peggiore dal 2013. Ben tornato tra noi, fantasma della recessione.

Entriamo nella “democrazia illiberale”

Ma la cosa peggiore, a guardare bene, era un’altra ed era già avvenuta il giorno precedente. Quando Matteo Salvini, che per quanto ne sappiamo tutti è ancora vicepresidente del Consiglio e quindi sottoposto al presidente, s’era presentato al ministero dell’Economia, a casa di Tria, accompagnato dal sottosegretario Garavaglia e dallo stato maggiore degli esperti leghisti in materia di bilancio. Così è accaduto che, mentre ieri Di Maio e i suoi reclamavano la convocazione di un vertice per un “chiarimento” da prima Repubblica, un vertice vero c’era già stato, il giorno prima. Ma non con lui, né con il presidente del Consiglio, che è ancora Giuseppe Conte. E la materia del vertice vero era stata proprio la lettera da mandare a Bruxelles.

Forse non ce se ne rende ancora conto, ma quel che è accaduto segnala che c’è stato uno scatto nella politica italiana; che, in qualche modo, siamo entrati in una nuova era, quella che in altre parti d’Europa hanno chiamato la “democrazia illiberale”. Un leader, forte di un poderoso consenso elettorale, stravolge l’ordine dei poteri, le norme e le consuetudini. Gli italiani mi hanno votato, vogliono me e io posso fare quello che voglio. Scavalco Conte, me ne sbatto di Di Maio, tratto io con il ministro dell’Economia che cosa dire e che cosa non dire a quelli di Bruxelles. Sono io il capo, tant’è che ho appena accolto nelle mie proprie mani le dimissioni del sottosegretario del ministero di un altro, come ho fatto poche ore prima con Rixi. Che la consacrazione a capo non sia avvenuta per plebiscito unanime, ma con tanti voti che sono comunque una minoranza della minoranza che è andata alle urne è un particolare inessenziale agli occhi del leghista triumphans di queste ore.

La frase c’era

Resta il dubbio. Com’è finito nel testo della lettera alla Commissione quel passaggio in cui si annunciavano risparmi sulle risorse per “le nuove politiche del welfare” che ha fatto infuriare Di Maio e Conte, ha costretto a un precipitoso disconoscimento di paternità il ministro Tria e ha scombussolato una giornata politica già di suo abbastanza complicata? Nessuno ha la spiegazione, ma va detto che la disarmata semplicità della sottosegretaria all’Economia Laura Castelli un indizio ce l’ha dato raccontando che nel testo uscito dalla riunione al ministero quella frase c’era. Non è stata interpolata da un diavoletto malintenzionato, per fare dispetto (ma a chi?) e provocare il caos. E poi, se si legge attentamente il testo della lettera “vera” quella che all’ultimo minuto dell’ultima ora è stata fatta arrivare sul tavolo dei commissari Moscovici e Dombroskis si vedrà che la marcia indietro c’è stata, sì, ma la sostanza rimane; è espressa solo con un po’ di prudenza e una certa dose di ipocrisia:  “il governo sta elaborando un programma complessivo di revisione della spesa corrente comprimibile e delle entrate, anche tributarie”. Chi vuol capire capisca. E anche la flat tax è confermata: si farà “nel rispetto degli obiettivi di riduzione del disavanzo”. Cioè i trenta miliardi non saranno a deficit: li ricaveremo dai tagli.

Questa, stando al testo della lettera e nonostante gli strepiti di Di Maio e dei suoi e la ritrovata fermezza del premier che ora vuole sapere che cosa è successo anche “per vie giudiziarie” è la linea del governo in fatto di disciplina di bilancio e di spese future. Una linea pericolosa sotto il profilo economico e finanziario e devastante per i suoi effetti sociali. Resta da capire chi e perché ha pensato di comprometterla con le anticipazioni false di ieri. Ammesso che fossero false. Chi l’ha orchestrata, l’operazione, e a favore di chi? E soprattutto, con quale finalità politica?

Meno tasse, meno welfare?

Al punto in cui eravamo nella notte tra venerdì e sabato si possono avanzare solo vaghe ipotesi. Si può pensare che l’idea di tagli al welfare, non necessariamente limitati al “nuovo” welfare, ovvero il reddito di cittadinanza e forse quota 100, sia stata evocata perché si immagina che potrebbe piacere ad almeno una parte delle istituzioni di Bruxelles. Se tagli si debbono promettere (poi farli è un altro discorso), a prometterli ai danni delle spese sociali – sanità pubblica, scuola pubblica, sostegni ai disoccupati – qualche sponda, nell’animo e nelle propensioni liberiste del cielo sopra Bruxelles, la si può anche trovare. In ogni caso, se si ha il problema di far ingoiare il rospaccio della flat tax, un po’ di austerity ai danni delle prestazioni sociali può apparire la contropartita più appetibile. Mano tasse e meno spese sociali: non siamo in America, ma anche in Europa c’è chi la pensa così.