Salvini, nel linguaggio
da taverna
il suo identikit

Che il linguaggio di Salvini ministro sappia di fascista è fuori di dubbio. Non solo per l’accurata impostazione “da taverna”, con l’utilizzo ostentato di parole rozze, ipersemplificate, irridenti, quasi goliardiche per trattare argomenti complessi e umanamente drammatici: l’odissea dei migranti sui gommoni è una pacchia, una crociera, come l’olio di ricino fatto ingoiare agli antifascisti era una purga salutare; Saviano che vive sotto scorta da più di dieci anni perché braccato dalla camorra è uno “scroccone”, come gli oppositori di Mussolini spediti al confino erano “in vacanza”. Le analogie sono più profonde e meno banali: attengono alla scelta consapevole, e ad oggi efficacissima, di concentrare nel linguaggio buona parte del senso e della portata del cambiamento “rivoluzionario” che si annuncia. Al messaggio che “noi siamo popolo” perché “parliamo come il popolo”.

Del resto, quest’uso iperpolitico della semplificazione linguistica è anche il tratto principale che avvicina i leghisti ai grillini. Non tanto alla versione attuale dei Cinquestelle, originalissimo ircocervo per metà populista e per metà doroteo, quanto ai grillini delle origini; che mentre proponevano temi e valori squisitamente progressisti – l’ambiente, la lotta alla corruzione, la partecipazione civica, il sostegno agli “ultimi” -, però li confezionavano e accompagnavano con un imballaggio linguistico anch’esso fascisteggiante: il “vaffanculo” nel quale riecheggiava l’antico “me ne frego”, e poi le sparate di Grillo che dava delle “puttane” alle parlamentari del Pd o lanciava l’allarme contro l’”orda immigrata” alle porte che avrebbe definitivamente annichilito gli italiani già bistrattati da crisi economica e governo “ladro”.

Naturalmente né Salvini né tanto meno i Cinquestelle sono “fascisti”. Usare estensivamente la parola “fascista” per etichettare fenomeni politici che si considerano deteriori, per additarli come “male assoluto”, è un antico difetto della sinistra ed è, in generale, una manifestazione poco utile di pigrizia intellettuale. Ma sarebbe un errore anche sottovalutare l’importanza sostanziale del linguaggio in politica: le parole compongono il più fedele identikit di qualunque discorso pubblico, ne rivelano infallibilmente ispirazioni culturali e orizzonti ideali.

Per dire: la svolta portata dal nuovo ministro dell’Interno nella gestione delle politiche migratorie, la distanza abissale che lo separa su questo terreno dal suo predecessore Marco Minniti, è prima di tutto nel linguaggio. Salvini sta ripetendo ossessivamente agli italiani: non vergognatevi di pensare che i migranti sono intrusi, sono “rompicoglioni”, pretendono d’essere trattati molto meglio di noi “padroni di casa” e per questo vanno tenuti lontani ad ogni costo. Io la penso come voi, anzi sono uno di voi e per questo di me potete fidarvi. Nulla di tutto ciò ha mai detto, avrebbe mai potuto dire, Minniti.

C’è di mezzo il linguaggio tra Salvini e Minniti. E c’è di mezzo, come dice il proverbio, il mare. Uno, Salvini, fa il “lavoro sporco” qui in Italia perché vuole che si veda, perché sa che il suo elettorato attuale e potenziale apprezza. Il divieto alla nave Aquarius di attraccare nei nostri porti, gli insulti alle Ong che salvano i migranti naufraghi, sono pura, brillantissima, comunicazione. L’altro, Minniti, condivideva con Salvini lo stesso obiettivo – ridurre gli arrivi di migranti sulle nostre coste – ma aveva un’esigenza opposta a quella del capo leghista: doveva fare in modo che il “lavoro sporco” avvenisse di là dal mare dall’altra parte del Mediterraneo, lontano dagli occhi di un elettorato e di un’opinione pubblica, quelli di sinistra, che non ama vedersi sbattere in faccia da giornali e televisioni la “non accoglienza” di chi scappa dalla guerra e dalla miseria. Nasceva da questo obiettivo e da questa esigenza tra loro speculari, nell’estate 2017, il “memorandum” italo-libico per sostenere e intensificare l’azione della guardia costiera di Al Sarraj rivolta a fermare le partenze di migranti dalla Libia: azione che ha avuto successo, nel senso che ha ridotto di molto gli imbarchi e come effetto collaterale, documentato dalle denunce di varie associazioni umanitarie, ha affollato di fuggiaschi trasformati in prigionieri decine di cosiddetti “centri di detenzione” che in realtà sono veri e propri lager.

Il linguaggio, ripetiamo, è una cosa seria e in politica è sostanza, per questo sarebbe improprio concludere che Salvini e Minniti sono due facce della stessa medaglia. Ma resta, ingombrante e sgradevole, l’impressione che tra i due ultimi ministri dell’Interno corra la stessa differenza che divide l’approdo all’inferno dalla via per raggiungerlo: lastricata come si sa di ottime intenzioni, e in questo caso pure da una dose massiccia di meno ottimo cinismo.