Salvini, ultima bufala: la “naja” costerebbe 15 miliardi all’anno

Nel susseguirsi di tragedie che questo Paese dispensa, è stata momentaneamente dimenticata una delle ultime imprese cabarettistiche del premier ufficioso Matteo Salvini, ministro dell’Interno e proprietario della nuova Lega ‘ndocojocojo. Il 12 agosto in Puglia – tra un’esibizione in monokini e l’altra – aveva annunciato: il governo sta pensando di “reintrodurre per alcuni mesi il servizio militare… almeno impari un po’ di educazione che mamma e papà non sono in grado di insegnarti”. Se ne deduce che lui, orgoglioso di avere indossato la divisa, sarebbe l’esempio di personcina educata, forgiata dal mestiere delle armi. E già questa circostanza rema contro l’efficacia della sua proposta.

Però Matteo è fissato: il ritorno alla naja è un’idea brillante che il ministro al Bullismo sfodera ogni tanto da alcuni anni, quando non trova di meglio per esibire lo sguardo da Rambo. A luglio del 2015, Salvini annunciò su Facebook: “La Lega sta preparando una proposta di legge per reintrodurre il servizio civile e militare obbligatorio per i maggiorenni”; disse che la vita in caserma assicurava “rispetto per il prossimo, spirito di sacrificio, generosità”. Poi chiese il parere degli adepti, ipnotizzati dall’originale motto “Armiamoci e partite”. La proposta di legge comunque non passò.

Il 24 novembre dello stesso anno – nel corso della trasmissione radiofonica “La Zanzara”, su Radio24 – proclamò: “Guerra all’Isis? Sono pronto a partire anch’io, se c’è da difendere il futuro dei miei figli e la pace messa a rischio. Ho fatto un anno di servizio militare nel lontano ’95, ma farei tutto quello che bisogna fare”. Poi, il 30 novembre, durante il programma “Otto e Mezzo” Salvini aveva rivelato a Lilli Gruber di aver “fatto il militare a Cuneo” (è “un uomo di mondo”, come direbbe Totò).

L’8 marzo del 2016 Salvini fece sapere che avrebbe voluto mandare i soldati italiani in Libia.
Non contento, l’attuale ministro ai Naufragi nel febbraio scorso era tornato sul tema del militarismo educativo: “Farebbe il bene di tante ragazze e ragazzi”. Per lui civile o militare è uguale, ma meglio militare per sei mesi, perché “educa all’uso razionale delle armi”.

Però lui lo aveva fatto davvero il militare? La domanda per giorni rimbalzò sui social già tre anni fa. E il leader della Lega rispose: “Certo, in fanteria, 7/95”. Per essere ancora più preciso, Salvini aggiunse di aver fatto “il Car a Casale Monferrato, e poi a Milano, in caserma in corso Italia, e alla Montello in piazza Firenze”. Ma non era stato a Cuneo? Per fortuna i maligni tacquero, perché era consueto pensare che un milanese destinato a Milano per la naja fosse stato raccomandato (lui era già consigliere comunale leghista dal 1993, leghista dal 1990, nonché leader dei Giovani padani e pure degli esilaranti Comunisti padani).

Mettere assieme la biografia bellica di Salvini è complicato, perché le rivelazioni sono a spizzichi e bocconi. Dunque, l’orecchino (ora sconsigliatogli dal suo stylist) l’aveva messo – ha raccontato – “dopo aver finito il servizio militare nel settimo” (il settimo scaglione del 1995 o il settimo reggimento bersaglieri?). È comunque plausibile supporre che abbia fatto il militare non tanto perché credeva nei valori della Costituzione, visto che all’epoca la Lega Nord di Umberto Bossi col tricolore ci si puliva il culo, o in quello pedagogico della leva. Forse, grazie alla sua carriera universitaria interrotta, non poteva più ottenere il rinvio per motivi di studio. Secondo voci di camerata, si vendicò al momento del giuramento: invece che gridare «Lo giuro!» urlò spiritosamente e bossianamente «L’ho duro!».

Ma è mai possibile che al ministro della Guerra nessuno abbia chiesto, dopo l’ultima sparata, quanto costerebbe la reintroduzione del servizio militare obbligatorio? Il servizio militare (con l’alternativa di quello civile dalla seconda metà degli anni Settanta) in Italia non è più un dovere dei maschi dall’1 gennaio 2005, in seguito all’approvazione della legge 23 agosto 2004, n. 226 (legge Martino, dal ministro della Difesa allora in carica, il berlusconiano Antonio Martino, approvata all’epoca anche dalla Lega Nord). Fino ad allora i giovani di leva incassavano una piccola indennità mensile variabile, oltre a vitto e alloggio in caserma e al computo dei mesi di servizio militare ai fini pensionistici. Il costo oggi sarebbe insostenibile per il bilancio della Difesa: il ripristino della leva obbligatoria richiederebbe 15 miliardi di euro all’anno, non pochi spiccioli se Salvini lascia intendere che “se si vuole, i soldi si trovano”.

Ha spiegato qualche mese fa il generale Carlo Jean, docente di Studi strategici nella facoltà di Scienze Politiche della Luiss di Roma, in un’intervista al Quotidiano Nazionale: “La leva avrebbe costi che finirebbero per erodere completamente le cifre disponibili per gli ammodernamenti e per lo sviluppo tecnologico. Per sei mesi, una parte notevole del personale in servizio permanente o prolungato dovrebbe essere impiegata per l’addestramento di questi giovani. Vorrebbe dire una forza bilanciata di 250mila persone all’anno che assolutamente assorbirebbe le disponibilità prevedibili per il bilancio della Difesa. Il bilancio dovrebbe essere portato da 15 a 30 miliardi di euro. Quindici miliardi dove si trovano? Deve inoltre essere chiaro a tutti che un servizio di sei mesi non è in condizione di formare un combattente”.

Appunto. Non si comprende perché l’Italia dovrebbe ricominciare a sottrarre obbligatoriamente un tot di vita ai propri ragazzi. Tanto più che oggi c’è bisogno di soldati preparati, professionisti e molto motivati. Non solo. Licio Palazzini, presidente della Conferenza nazionale degli enti di servizio civile, ha ricordato su Vita.it che semmai “il tema all’ordine del giorno è che oggi non ci sono nemmeno i 400 milioni necessari per permettere l’accesso al servizio ai 100mila giovani previsti dalla riforma del servizio civile universale». Rispondeva al neoministro dell’interno Salvini, che, dopo aver partecipato per la prima volta alle manifestazioni del 2 giugno a Roma, a Treviso era tornato a parlare di servizio «obbligatorio per reinsegnare la convivenza civile». Quindi volontarietà addio? Leva obbligatoria civile o militare per tutti? Per Palazzini è preferibile la libera scelta ma poi ha ricordato a sua volta: “La reintroduzione della leva obbligatoria richiederebbe dei miliardi. E mi chiedo: se non riescono a trovare centinaia di milioni come possono trovare i miliardi?». Non si sa. Intanto la nuova bufala in divisa pascola tra gli scranni del governo pentaleghista, anche se la ministra grillina della Difesa Elisabetta Trenta (capitano della Riserva Selezionata dell’Esercito) l’ha appena bollata come “romantica ma inattuabile”.

 

Resta da chiedersi: al di là dei costi e dell’inutilità pratica dal punto di vista militare, ci sono altri motivi per cui il ritorno della naja è assurdo nel XXI secolo? Diciamo che non ha senso neppure come luogo capace di insegnare l’educazione e il rispetto. Perché un Paese civile dispone di un’istituzione che svolge, o dovrebbe svolgere, quel compito: la scuola. Ne occorre una che funzioni, che abbia le risorse per essere efficiente, che offra a chiunque, senza discriminazioni, le opportunità giuste, e che insegni i principi della tolleranza e della democrazia. Ma forse agli allevatori di bufale questo tipo di tema non garantisce abbastanza “like”.