Salvini già fa
lo slalom
tra lotta e governo

Matteo Salvini ha dato una ripassata al suo atto di conversione e ha deciso, impaziente, che era ormai giunto il momento per tornare alle vecchie maniere. Così ha spiegato al presidente del consiglio che sarebbe stato il caso di cacciare Speranza, se il ministro in questione non si fosse dato una mossa, che sarebbe stato meglio licenziare qualcuno tra quelli alla testa dell’Istituto superiore della sanità, colpevoli di seminare a bella posta il panico tra gli sciatori e gli avventori dei ristoranti, e che invece il “popolo” italiano non aspettava altro che di muoversi agilmente come ai bei tempi, facendosi beffe del misero virus, di godersi lo spritz e qualche bella giornata sulla neve.

In sofferenza lavoro e psiche

Salvini, dimenticate le buone maniere di Palazzo Chigi, ha rigonfiato i muscoli e il faccione ormai tondo, e ha rincuorato il suo possibile elettorato: tutti quelli cioè che dal Covid avrebbero da perdere qualcosa, non tanto la salute quanto il portafoglio, quello vero che custodisce i soldi del giorno senza fattura, insieme con tutti quelli che blaterano di diritti lesi e di libertà negate, solo perché in emergenza viene raccomandato loro di non radunarsi con gli amici.
Scherzo. La sofferenza è ormai tanta per il lavoro e per la psiche. Ma il morbo infuria e sul ponte rischia di sventolare la bandiera bianca: “il morbo infuria / il pan ci manca / sul ponte sventola/ bandiera bianca”, come scriveva Arnaldo Fusinato, poeta padovano, per commemorare la fine disastrosa dell’insurrezione dei veneziani contro gli austriaci nel 1948.

Non ci mancherà il pane, perché siamo tra i ricchi dell’Occidente e tra pensioni, risparmi, sussidi, redditi di cittadinanza, ristori e, ancora, malgrado tutto, il lavoro, ce la potremmo cavare ancora per un po’. Ma il morbo continua a infuriare, con le varianti che si trascina appresso e i morti e i contagiati di una oscena graduatoria: ieri quanti decessi, quanti in ospedale, quale percentuale. Ieri in realtà meno del solito ma i conteggi del lunedì, che si riferiscono dunque alla domenica, si sa che sono i meno significativi.

Proprio non servono a ridimensionare l’allarme, cioè la realtà di una malattia che non è stata sconfitta, che è invece vitale più che mai, che potrebbe indurre chi ha la responsabilità della nostra salute a promuovere un nuovo lockdown.

Basterebbe un blocco ferreo e ragionato

Si intuisce che un ferreo blocco ragionato, invece del tira e molla, e un’onda lunga e veloce di vaccinazioni potrebbe ridimensionare assai il problema. Ma sarebbe tutto poco “popolare” e soltanto ad annunciare un’idea del genere, dovremmo subire il frastuono assordante delle proteste. Come sta capitando e come Salvini non si risparmia di fomentare: agitatore di professione, dentro o fuori la maggioranza, ispirato o meno dal compagno Giorgetti, la spalla, come nelle coppie comiche.
Chiusi ancora gli impianti di risalita, gli skipass già pagati non servono più, le camere d’albergo prenotate si devono disdettare: gli italiani, una plebe di sciatori accaniti, investe di improperi il governo, quale esso sia, gli albergatori annunciano class action, le campane suonano a morto (è successo in Val di Susa) e il ministro leghista al turismo, Garavaglia, tuona ovviamente, in linea con il suo capo.
Le trattorie e i ristoranti (le trattorie, almeno a Milano, non esistono più) funzionano a orario ridotto e allora ci si arrangia: cene in cantina, l’oste compiacente che abbassa la saracinesca mentre dentro si fa festa, alzando bicchieri in brindisi non si sa a chi, probabilmente (come documenta la foto pubblicata da un sito) al morbo e alla legge sbeffeggiata.

I teatri e i cinema insieme con i musei hanno scoperto un pubblico di irriducibili appassionati che mai si sarebbero immaginati in vita loro. La cultura non ha mai incontrato tanti appassionati “cultori”.

Incalza l’ansia da consumismo

L’ansia da consumismo incalza e quindi nulla frena dall’invadere le vie delle vetrine, meglio se accalcati: è un modo per riscoprire la solidarietà umana. Si minacciano zone arancioni e quindi nuovi vincoli e allora si rimediano dal cassetto autocertificazioni e certificazioni, rogiti immobiliari di cugini e zii.
Ai tempi delle scuole chiuse e dell’insegnamento a distanza l’invocazione del ritorno in aula rimbombava da ogni radio, da ogni pagina di giornale. Capitò che morisse allora un poeta di grande valore, novantenne, Franco Loi. Ne scrissi un breve ritratto. Era nato nel 1930, aveva dieci anni quando scoppiò la guerra, ne aveva quindici quando, da un cumulo di macerie, scoprì i cadaveri di Mussolini e degli altri gerarchi appesi alla tettoia di un distributore di benzina in piazzale Loreto.

vaccino
Foto di fernando zhiminaicela da Pixabay

Franco Loi aveva vissuto la “sua” scuola sotto le bombe, tra le macerie, nella fame, senza nulla attorno che confortasse la sua ambizione di conoscenza. Non poteva contare sulla dad e neppure sui banchi con le rotelle. Tuttavia Franco Loi poteva vantare una cultura vastissima. Mi chiesi quanti come lui, ragazzi come lui, siano stati costretti a vivere la stessa storia… a quali gradi di sopportazione, di privazione, di sofferenza, di volontà siano stati costretti loro e gli italiani tutti, a poco a poco capaci però di ritrovarsi “popolo”, di riscoprire il valore della comunità (e della cultura) e quindi le relative responsabilità.
In questi mesi, mi è sembrato di assistere ad un teatrino dell’auto giustificazione: di fronte alle regole, c’è sempre una carta che ti libera, una nonna che ti chiama, una casa che sta crollando e che è urgente soccorrere. L’aggiramento della norma può talvolta affermarsi in una semplice auto rassicurazione. Mettersi la coscienza a posto.

Quanto volte mi sono sentito ripetere: “ma noi stiamo lontani”, “ma noi portiamo sempre la mascherina” (quella speciale, col buco, per non privarsi dei maccheroni), “ma noi abbiamo un tavolo molto grande”… Fino al semplice e risolutivo: “Ah, ma noi…”, con quella sospensione che lascia intendere le più ampie virtù sanitarie.

Una prova per la nuova maggioranza

Purtroppo, seconda o terza ondata (quella di cui discutono oggi gli scienziati) non importa, la malattia è tra noi e c’è chi la descrive più subdola di prima, astuta, proteiforme. Un compito enorme per il governo e per il malcapitato ministro Speranza e subito una prova del nove per la nuova “costituzionale” maggioranza.

Forse l’amatissimo Draghi meriterebbe che l’entusiasmo con il quale venne accolta la sua nomina trovasse subito un corrispettivo nella attenzione dei suoi nuovi “elettori”, nel segno della coscienza civile, della moralità, della fiducia nella scienza, anche della onestà amministrativa, contro chi, ancora per fini elettorali, ha già riacceso la miccia della polemica a proposito di ciò che è stato fatto o non è stato fatto e pure a proposito di ciò che si dovrà fare. Speriamo.

Draghi è l’uomo forte desiderato. Chissà se saprà farsi rispettare. Il vero vaccino, che potrebbe salvare chi sopravvivrà, sarebbe quello che mutasse alla radice il carattere della nazione, quello che ci aiutasse a riscrivere la storia di questi decenni. La verità è che, dopo le utopie di una anno fa quando ovunque si sentiva risuonare la previsione “nulla sarà più come prima”, ci siamo rimessi sulla solita strada. Non diamo per comodo la colpa alla politica. Di mezzo ci siamo tutti noi.