Salvini e Orbán, attenti a quei due
Al via il vertice della Controeuropa
che cerca l’alleanza con Trump e Putin

Sarà il vertice della Controeuropa. Almeno nelle intenzioni dei protagonisti e nella loro immodesta considerazione di sé. Dietro l’incontro di Matteo Salvini e Victor Orbán, oggi a Milano, c’è una evidente convergenza. Non tanto di interessi pratici, ché anzi essi tendono piuttosto a divergere, a cominciare da quello fondamentale in materia di accoglimento degli immigrati, quanto di profili politici ideali. L’ungherese e il padano hanno un nemico comune, Bruxelles con le sue istituzioni dell’Unione, coltivano insieme il sogno di sconfiggerlo, o almeno di ridimensionarlo, e sono ambedue all’attacco: Salvini sta agitando la pistola (scarica, ma lui s’illude che faccia comunque paura) del veto italiano al bilancio comunitario, Orbán ha appena sancito istituzionalmente l’esistenza di una separatezza ufficiale proponendo e ottenendo la non partecipazione dei quattro di Visegrad, Ungheria, Polonia, Cechia, Slovacchia, al vertice degli sherpa che si è tenuto venerdì a Bruxelles per occuparsi (senza costrutto) di come far funzionare il sistema delle quote volontarie di accoglienza degli immigrati. Su questa materia i quattro paesi sono già fuori dall’Unione.

Attenzione, però. Il perimetro della santa alleanza tra i sovranisti di casa nostra e quelli al comando dei paesi dell’Europa centro-orientale che appartennero al fu impero sovietico va ben oltre il comune, e contraddittorio, atteggiamento sulla questione delle migrazioni e della (non) accoglienza dei richiedenti asilo. I due incarnano uno schema politico e di potere e propongono anche un diverso assetto delle relazioni tra i paesi dentro e fuori l’Europa.

Lo schema è quello della cosiddetta “democrazia illiberale”, dottrina prima praticata nei fatti a Budapest, a Varsavia e poi anche a Praga e a Bratislava, e infine teorizzata apertamente dallo spin doctor di Orbán Zoltan Kovács. La democrazia illiberale è quella in cui il consenso elettorale dei governanti è assunto a valore legittimante assoluto e libera chi lo ottiene da ogni vincolo di rispetto delle norme e delle consuetudini: il popolo mi ha dato il potere e io posso fare ciò che voglio. Almeno finché mantengo il consenso, circostanza che è ovviamente molto facilitata dalle possibilità di controllo e manipolazione dell’opinione pubblica che la mia libertà rispetto a norme e vincoli mi consente. Sulla base di questo assunto, Orbán ha cancellato l’indipendenza della magistratura, aboliti i poteri di controllo della Corte costituzionale, asservito la Banca centrale, limitato gravemente la libertà di stampa e sta continuando su questa strada.

Questo modello, che molti ricercatori chiamano anche “democratura”, termine coniato dallo scrittore croato Predrag Matvejevič con la crasi tra democrazia e dittatura, non è praticato solo in Ungheria. Nella Polonia governata dal partito di estrema destra populista Democrazia e Giustizia (FiS) ha tratti se possibile ancora più forti, in Cechia si va affermando rapidamente dopo la rielezione alla presidenza della Repubblica dello xenofobo filorusso Milos Zeman e l’ascesa al governo del “Trump cèco” Andrej Babiš. Fuori dall’Unione europea è praticato, solo per restare dalle nostre parti, nella Turchia di Erdoğan, nella Russia di Putin, che viene non a caso indicata come modello politico in Ungheria e Cechia (ma non in Polonia, a causa della storicamente motivata russofobìa), nelle varie entità della CSI, che raccoglie i paesi dell’ex Unione sovietica.

Viktor Orbán
Matteo Salvini

È indubbio che nel comportamento politico di Matteo Salvini, ma di un po’ tutta la compagine che governa il paese, si colgono molti tratti di questa attitudine. Non è una novità assoluta, per la destra italiana. Di fronte alla dialettica legittimità-legalità già Silvio Berlusconi pretendeva che il primo termine annullasse il secondo: sono stato consacrato dal popolo che mi ha votato e quindi nessun altro potere mi può limitare, a cominciare dalla magistratura, che quindi se mi attacca mette in discussione la democrazia. Qualcuno può anche insinuare, non a torto, che argomenti simili trovarono poi qualche spazio anche a sinistra.Ma con Salvini la compulsione alla democrazia illiberale pare non trovare davvero più limiti. Nella vicenda della nave Diciotti il ministro dell’Interno ha consapevolmente violato una quantità di leggi nazionali e internazionali, dando ordini e disposizioni che non gli competevano e il più delle volte fuori dalle forme e delle catene di responsabilità che la legge impone. Ogni volta alle obiezioni ha risposto: lo posso fare e lo faccio perché sono stato eletto, perché la gente mi ha mandato al governo per questo, perché rappresento il popolo. Sono il popolo.

 

A parte le considerazioni sull’entità del consenso di cui gode davvero l’attuale governo secondo sondaggi dai quali risulta che Lega e Cinquestelle raccolgono il 60% circa delle preferenze di chi dice che andrà a votare, non della maggioranza degli italiani, andrebbe ricordato in ogni sede e in ogni momento che anche se il consenso fosse massimo, totale, il potere andrebbe comunque esercitato “nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Se il consenso elettorale fosse l’unica fonte di legittimità, dovremmo sostenere che quello che successe in Italia durante il fascismo, in Germania durante il nazismo e nell’Unione sovietica durante lo stalinismo era legittimo, giacché Mussolini, Hitler e Stalin almeno una volta le elezioni le vinsero.

C’è poi l’altro aspetto che spiega le simpatie elevate ad alleanza di fatto tra Orbán e Salvini, non condivisa dai Cinquestelle ma appoggiata dall’esterno dai post-fascisti di Fratelli d’Italia. È l’idea, ancora confusa ma percepibile, che alla guerra contro Bruxelles possa accompagnarsi un diverso assetto dell’ordine internazionale e dei rapporti in Europa e tra l’Europa e il resto del mondo. La soddisfazione con cui il ministro dell’Interno ha dato conto dell’appoggio ricevuto da “altri paesi vicini” che non fanno parte dell’Unione per la distribuzione dei profughi della Diciotti è indicativa. “L’Albania ci ha detto sì mentre la Francia ci ha detto no”, e si sa che avances, probabilmente sostenute da solidi argomenti finanziari, erano state rivolte anche al Montenegro e alla Serbia, stato quest’ultimo notoriamente legato alla Russia. Tanto quanto l’Albania è legata, da mille fili economici e politici, agli Stati Uniti.

Donald Trump
Vladimir Putin

n sappiamo, né sapremo mai, se ci siano stati interventi o mediazioni dei russi o degli americani. Quel che sappiamo è che nella guerra contro Bruxelles della Controeuropa dei sovranisti Vladimir Putin e Donald Trump compaiono come bene accetti convitati di pietra. Un giornalista notoriamente vicino a Salvini in tv ha spiegato la strategia leghista (e pentastellata) verso l’Europa nel modo seguente: non voteremo il bilancio e l’Italia uscirà dall’Unione, troveremo alleati all’est e, con Trump, a Washington. I soldi e gli investimenti arriveranno dalla Cina.

Sciocchezze? Certo. Sarà un po’ difficile sostituire la Francia con l’Albania, la Germania con la Serbia, la Spagna con il Montenegro e i dirigenti della Cina, a occhio e croce, hanno altri progetti per la testa. Ma intanto sarà utile star bene a sentire che cosa si diranno, oggi, Matteo Salvini e Victor Orbán. Attenti a quei due.