Salvini e Meloni plaudono
alla dittatura nelle ore
più cupe del sovranismo

Se rischiavamo di distrarci – in queste tragiche settimane di epidemia – rispetto alla pericolosità e alla assoluta mancanza di senso istituzionale della nostra destra sovranista, ecco i segnali sull’asse Roma-Budapest a riportarci brutalmente alla realtà. I fatti sono noti. Il Parlamento ungherese ha concesso al premier Viktor Orbán i poteri speciali che da tempo pretendeva, con l’alibi dell’emergenza Coronavirus, che sia detto per inciso, in quel Paese ha al momento un’incidenza tra le più basse d’Europa. In sintesi: sospensione del Parlamento, decreti presidenziali con valore immediato di legge, coprifuoco, elezioni sospese. E senza alcun vincolo temporale. Tralasciamo la gravità democratica che la scelta riveste in un Paese che fa parte, a pieno titolo dell’Unione Europea. E tralasciamo le timidezze e titubanze che – come ha raccontato su Strisciarossa Marina Mastroluca – sembrano cogliere ancora una volta gli organismi comunitari nell’affrontare il caso ungherese. Concentriamoci invece sugli alleati nostrani del premier ungherese, Matteo Salvini e Giorgia Meloni, da tempo in gara fra loro per guadagnarsi la sua benevolenza.

Il primo non trova nulla di scandaloso nel voto del parlamento ungherese che “saluta con rispetto” e non manca di ribadire la sua stima all”amico Viktor“. La seconda – che da tempo lavora per coinvolgere Orbán in un gruppo unico sovranista al Parlamento europeo, se e quando finalmente il Ppe lo espellerà dalle sue fila – è ancora più sfacciata. Descrive Orbán come una vittima dell’Europa che lo avrebbe preso di mira attraverso diverse procedure “solo perché difende la sovranita nazionale”, e comunque gli riconosce il diritto di fare quello che fa dal momento che ha ottenuto “il 50 per cento alle elezioni parlamentari”. Poi, con un curioso ribaltamento logico, sia lei che Salvini accusano il nostro governo di aver “esautorato il Parlamento” nell’emergenza Coronavirus, con una serie di decreti del presidente del Consiglio.

Non serve qui addentrarci sulla differenza tra un decreto del presidente del Consiglio e la sospensione della democrazia. E neppure sul fatto che il premier ungherese avesse già una maggioranza schiacciante che gli consentiva di governare senza ostacoli anche nell’emergenza. Proviamo a immaginare cosa succederebbe a Budapest se – come avviene in Italia – le ordinanze locali delle giunte si sovrapponessero a quelle nazionali o se gli interventi urgenti dovessero tardare per le centinaia di emendamenti dell’opposizione ai provvedimenti governativi: ritornerebbero i carrarmati?

Ma la vera questione riguarda la cultura politica dei nostri sovranisti, la loro assoluta mancanza di senso di responsabilità nazionale anche in un frangente drammatico come questo. Di che meravigliarsi, poi? I loro alleati, o comunque i loro riferimenti internazionali stanno dando il peggio in queste settimane. Come Bolsonaro che irride la sofferenza del popolo brasiliano “per una semplice influenza”. Come Boris Johnson che all’inizio ha messo disinvoltamente nel conto migliaia e migliaia di vittime anziane come se non si potesse (e soprattutto dovesse) fare nulla. O lo stesso Trump, quanto mai ondivago sull’emergenza sanitaria (meno su quella economica), preoccupato in fondo solo di non vedere indebolita la sua corsa alla rielezione presidenziale. Per finire con il putsch parlamentare di Orbán. È su questa visione del mondo, sempre più contrapposta ai valori di libertà e di solidarietà, che si giocherà l’immensa partita del dopo. E non basterà un “Padre nostro” recitato in scandalosa diretta televisiva, a lavare le cupe coscienze del sovranismo.