Salvini-Di Maio, altro che lite Il grande bluff per ingannare gli elettori

Litigano ogni giorno, ogni giorno se le danno di santa ragione e minacciano fuoco e fiamme. Ma siamo sicuri che sia vera lite? La guerra tra Di Maio e Salvini, in scena da un mesetto, somiglia più a un indecente bluff che inquina la campagna elettorale per le europee piuttosto che a una crisi di governo. Il capo dei Cinque stelle e quello della Lega stanno cercando in ogni modo di far credere ai cittadini che sono sull’orlo di un’insanabile rottura e che il governo potrebbe cadere da un momento all’altro. Ma l’ipotesi è abbastanza improbabile, naturalmente.

Quei due, infatti, stanno estremizzando le loro posizioni politiche con l’obiettivo di “curare” il proprio pezzo di elettorato e di capitalizzare un bottino di voti che sia il più consistente possibile. Di Maio perché, sotto la pressione di alcuni ambienti del suo movimento, deve contenere l’emorragia di consensi segnalata da tutti i sondaggi e dai risultati delle elezioni amministrative che si sono svolte in questo anno. Salvini perché vuole rendere reale il presunto successo che, sempre secondo i sondaggi, lo porterebbe dal 17% del 4 marzo del 2018 a oltre il trenta per cento. Per tenere la corda tesa e suonare la carica ai propri elettori cercando così di occupare tutti gli spazi informativi che questa Rai regala loro, devono per forza litigare: ogni giorno, ogni ora. Senza tregua.

Ma, appunto, sembra solo un grande bluff. Di Maio e Salvini, vedrete, non si lasceranno. Continueranno a governare insieme, condivideranno ogni scelta, come hanno fatto finora, e insieme porteranno l’Italia nel baratro di una pesantissima crisi economica: isolata nel mondo, incattivita e feroce. Un disastro già visibile a occhio nudo, che oggi cercano di nascondere dandosele di santa ragione su tutto meno che sulle questioni che toccano direttamente la vita delle persone.

L’uno, il feroce Salvini, chiama a raccolta la destra più destra, prova a convogliare la carica di odio che ha suscitato nel Paese in un voto identitario che indica un nemico e uno solo: l’immigrato. Tenendo una posizione ambigua anche sulla dicotomia fascismo-antifascismo, cerca inoltre di raccattare il voto della destra più estrema, quella che ritiene l’antifascismo il male dell’Italia e pensa che Mussolini abbia fatto cose buone (o comunque non proprio cattive). Anche se il tentativo di diventare il punto di unione del sovranismo europeo sembra perdere colpi (come ha scritto QUI Paolo Soldini) Salvini gioca la sua partita tutta a destra e tutta in modo molto aggressivo: niente grigi, o bianco o nero. E il suo è sempre nero.

L’altro, il forlaniano Di Maio, prova disperatamente a darsi una nuova verginità di sinistra. Così all’improvviso scopre che i migranti non vanno abbandonati in mare ma aiutati, che le sedi dei fascisti vanno chiuse, che le professoresse che fanno ragionare gli studenti con la propria testa non vanno sospese, che la Costituzione va difesa, che il presidente della Repubblica è un garante, che il Papa non si può insultare, che il 25 aprile è sacro e l’antifascismo un valore. Ammicca il ragazzo, facendo credere di essere lui l’unico vero argine al “cattivismo” di Salvini.

Ma è un gioco un po’ sporco e anche ipocrita. Per due motivi.

Il primo è che il mostro Salvini al governo ce lo ha portato lui e non altri. E’ lui, insieme con i suoi, ad avergli consentito non solo di fare il ministro dell’Interno e il vicepremier, ma di conquistare spazi politici e poteri personali impensabili in un governo di coalizione nel quale la Lega è minoranza. Questo peccato di origine non si cancella con qualche bella dichiarazione dal sapore democratico, né con qualche bandierina rossa sventolata in faccia agli elettori o con qualche tweet critico nei confronti del padano nazionalista.

Il secondo motivo è che fino a qualche settimana fa Di Maio ha assecondato le posizioni razziste del ministro Salvini, tutte nessuna esclusa. Basti ricordare, per fare un solo esempio, che cosa disse e che cosa fece durante la vergognosa odissea della nave Diciotti. E inoltre con quello stesso ministro i Cinque stelle – nonostante qualche mugugno e qualche mal di pancia – hanno governato di comune accordo su ogni aspetto dell’attività dell’esecutivo, portando l’Italia in una terra di nessuno: senza crescita, con più disoccupazione e con il rischio di una procedura di infrazione da parte della Ue per un debito pubblico che sale a fronte di un’economia che scende.

In conclusione, il bluff di Di Maio e Salvini non è solo indecente ma anche infantile: come quei bambini che, insieme, rubano la marmellata e poi si danno la colpa l’un l’altro, gridando tra le lacrime “io non volevo, è stato lui”. Ma in politica l’infantilismo non paga. E l’indecenza prima o poi viene scoperta. Non c’è alcuno scontro finale, infatti, è solo quello che vogliono farvi credere con la complicità di un premier che sembra messo lì solo per fare la bella statuina o per tagliare nastri inaugurali. Alla fine, quando arriveranno i risultati delle europee si scoprirà che Salvini non avrà abbastanza voti per tentare la spallata del voto anticipato e Di Maio ne avrà molti di meno di quelli che aveva che sarà terrorizzato dall’eventuale ritorno alle urne. Saranno costretti a restare insieme. Al massimo, se i rapporti di forza saranno completamente diversi da quelli di un anno fa, come prevedono i sondaggi, potrà esserci un riassetto di poteri all’interno del governo – insomma, un bel rimpasto sul modello della tanto vituperata prima repubblica – con un maggiore peso della componente leghista. Ma insieme resteranno, Di Maio e Salvini, e insieme continueranno a fare danni.

Per tutto questo una cosa è chiara a una settimana dal voto: chi vuole fermare Salvini deve fermare anche Di Maio e viceversa e non illudersi che un voto al secondo serva a contenere il primo. Questo è, non ci sono scappatoie: o di qua o di là. Se solo il centrosinistra (tutto il centrosinistra, compresa la sinistra) ci mettesse più forza e più coraggio e facesse anche qualche scelta comunicativa più briosa e meno spenta, in grado di parlare al cuore di un elettorato ancora disorientato e confuso, la partita potrebbe anche riservare qualche sorpresa.