Salvini cancella la mafia dal decreto sicurezza: non è un’emergenza

Un capolavoro. Un autentico capolavoro, il decreto di Salvini sulla sicurezza. Se potessero, i francesi direbbero: chapeau. Tanto di cappello per un ministro che è riuscito a convincere buona parte degli italiani che è in atto un’invasione di neri provenienti dall’Africa e che di conseguenza occorreva provvedere alla nostra sicurezza sigillando i porti, impedendo gli sbarchi e difendendo i confini italiani.
Un capolavoro perché, così facendo, è riuscito a far dimenticare agli italiani una delle promesse più importanti fatte durante la campagna elettorale: espellere chi si trovava sul suolo italiano e mandarli da dove sono venuti. Quante espulsioni ha fatto Salvini? Meno di quelle di Minniti. Espellere costa, e poi per farlo c’è bisogno dell’accordo con i paesi di provenienza. Sono costi e lungaggini. Poche espulsioni. E di questo, che non fa parte della sua narrazione di ministro che difende i confini, si tace.
Un capolavoro, questo decreto, perché non parla di mafia. Perché non ne parla? Evidentemente perché la mafia non attenta alla nostra sicurezza; e dunque il decreto non ne parla. Quindi tutto va bene; del resto, i mafiosi non fanno più stragi, non ammazzano, votano per le persone giuste, fanno di tutto per non essere viste e non fanno niente di tanto pericoloso da essere inclusi in un decreto che ha come specifico argomento la sicurezza.

Attenti: un decreto legge si fa perché ci sono i caratteri della necessità e dell’urgenza. Se la mafia non c’è nel decreto vuol semplicemente dire che affrontare la mafia non ha i caratteri della necessità e dell’urgenza.

Ecco l’altro capolavoro: avere espulso – questa volta è proprio il caso di dirlo – la mafia dalle urgenze necessarie e inderogabili del nostro Paese, è uno sbianchettamento della realtà perché chi vive nei territori dove ci sono inquietanti presenze mafiose sa perfettamente che i mafiosi agiscono in silenzio, corrompendo, facendo viaggiare vagonate di soldi per comparsi immobili, pizzerie, bar, alberghi, farmacie nei centri storici delle città del Nord, persino nella Milano che ha dato i natali a Salvini.
Nel decreto, invece, è contenuta l’idea della possibilità di vendere i beni confiscati ai mafiosi. È un segnale molto pericoloso. Chi conosce le dinamiche mafiose sa bene che mettere in vendita questi beni significa offrire su un piatto d’argento la possibilità ai mafiosi di riacquistarli. Se ciò avvenisse – e con molta probabilità avverrà – lo Stato ne risulterebbe sconfitto perché i mafiosi potrebbero dire ai paesani: avete visto? Noi siamo più forti dello Stato. E questa è una verità incontrovertibile.

Queste cose si sanno. Sono state dette in tutti i modi nelle migliaia e migliaia di assemblee, incontri, tavole rotonde nelle piazze e nelle scuole; sono state scritte in libri ed articoli di giornali e di riviste specializzate, in Italia e all’estero. Se, nonostante tutto ciò, si decide di mettere in vendita i beni vuol dire che si vuole assicurare qualcuno, non necessariamente mafioso, ma, ad esempio, qualche speculatore che potrebbe comprarsi grosse fette di questo patrimonio magari utilizzando ditte e imprese “partecipate” dal capitale mafioso.
Sia chiaro, ciò non significa che non si possono mettere in vendita beni che difficilmente i comuni potrebbero acquisire e riconsegnare alla società civile. Vuol solo dire che non si possono mettere in vendita tutti i beni dimenticando che molti di essi potrebbero essere trasformati , com’è già avvenuto, in caserme per alloggiare carabinieri, poliziotti, finanzieri ecc., ed altri ancora restituiti alla società per scopi sociali. Lo scopo della legge sui beni confiscati alle mafie era proprio questo. Adesso è tutto travolto e i giovani rischiano di non potere nemmeno lavorare in cooperativa nei terreni confiscati.

Con questo decreto gli italiani possono dormire sonni tranquilli. La mafia non attenta alla nostra sicurezza e i confini sono protetti dal ministro dei confini. Buona notte e sogni d’oro. Grazie ministro!