Salvini contro i Rom
Italia isolata nella Ue

Matteo Salvini parte all’attacco dei Rom e rende ancor più difficili i rapporti con l’Unione Europea. L’idea del censimento per separare i nomadi che “purtroppo ci dobbiamo tenere” da quelli che si possono deportare (dove?) è contraria non solo alla Costituzione italiana, che espressamente vieta i censimenti su base etnica, ma anche alle regole europee, come qualche anno fa le autorità di Bruxelles riuscirono a far capire a Roberto Maroni, che allora era seduto sulla stessa sedia al ministero dell’Interno del suo cattivissimo (parole sue) e iperattivo epigono e che dovette fare una penosa marcia indietro dalle disposizioni sulle schedature e la raccolta delle impronte digitali. Tristissima figura per l’Italia, che ora rischia di ripetersi. Oltretutto, il censimento, se si potesse fare, porterebbe a concludere che tra i Rom presenti in Italia quelli che “purtroppo ci dobbiamo tenere” sono la stragrande maggioranza, tra quelli con la cittadinanza italiana, i romeni, gli ungheresi, i croati e i bulgari, cittadini di paesi dell’Unione e quindi pienamente in diritto di risiedere qui, e infine i tantissimi apolidi che per definizione non hanno un paese dove possano essere mandati. La deportazione salvinesca potrebbe riguardare solo i nomadi provenienti dai Balcani occidentali (Serbia, Montenegro, Albania e Macedonia), sempre che con questi paesi si stringessero accordi per il rimpatrio. Abbastanza improbabili, al momento.

L’ennesima sparata demagogica del leghista in perenne ricerca di temi che parlino alla pancia degli elettori passati e futuri è arrivata in un momento che è già molto delicato sull’altro fronte, quello dell’immigrazione. E sul quale l’Italia rischia di giocarsi interessi e credibilità. A dieci giorni dal Consiglio europeo che dovrà decidere essenzialmente che cosa fare del protocollo di Dublino, quello che obbliga ora gli stati di primo approdo a tenersi i rifugiati in cerca o in attesa di asilo, e come gestire il più possibile insieme il complicatissimo dossier dell’immigrazione non si capisce con che posizione si presenterà il governo italiano. E non ha certo aiutato a fare chiarezza il colloquio che il presidente del Consiglio Conte ha avuto con la cancelliera Merkel. Il capo del governo ha balbettato le solite banalità sulla necessità che l’Europa si mostri solidale e non lasci sola l’Italia, preferendo piuttosto concentrarsi sulla proposta di adibire i fondi strutturali che Roma riceve da Bruxelles al sostegno del reddito di cittadinanza d’ispirazione pentastellata. Richiesta che Frau Merkel ha commentato con l’ovvia assicurazione che la Germania (come peraltro ogni altro paese dell’Unione, anzi del mondo) non può che appoggiare misure che contrastino la povertà.

Non dovrebbe sfuggire che era l’altro, il tema dell’immigrazione, quello decisamente più importante. Non solo perché il tempo incalza e perché i profughi continueranno ad arrivare, non sulle navi delle ONG cui Salvini può sbattere le porte in faccia ma su quelle della Guardia costiera, della Marina italiana e delle Marine americane e britannica cui le porte debbono restare aperte. Non solo perché l’incertezza attuale sta producendo probabilmente altre tragedie in mezzo al mare e negli orribili centri di detenzione in Libia. Ma anche perché dagli sviluppi sul dossier immigrazione dipende l’intero sistema degli equilibri politici tra i paesi europei. Non solo per quello che succede in Italia, ma anche, e soprattutto, per quello che succede in Germania. A Berlino è aperto uno scontro durissimo tra la cancelliera e il suo ministro dell’Interno, il bavarese Horst Seehofer, eletto da Salvini suo maestro e donno.  Questi, per motivi di bassa propaganda elettorale (tutto il mondo è paese) sta cavalcando la leggenda dell’”invasione” degli immigrati e chiede il ripristino dei controlli alle frontiere interne dell’Unione, soprattutto nei confronti degli immigrati che vengono dall’Italia. In pratica la fine di Schengen.

Angela Merkel, in difficoltà, ha chiesto e ottenuto una tregua di 14 giorni, entro i quali la Repubblica federale dovrebbe riuscire ad ottenere una soluzione europea del problema. Il primo luglio dovrà presentarsi al Bundestag e se nei tre giorni precedenti il Consiglio europeo non avrà trovato una soluzione unitaria, contro di lei scatterà una mozione di sfiducia costruttiva che potrebbe avere più di una chance di passare. Sarebbe la crisi a Berlino, riflesso di una crisi a Bruxelles davvero devastante per le sorti dell’Unione.

La posta in gioco è questa: meno di due settimane per evitare la fine di una delle ragion d’essere, forse la principale, dell’Unione europea: la libera circolazione delle persone. Cominciate a frugare nei cassetti alla ricerca del passaporto e intanto i vostri figli si scordino Erasmus.

Che cosa succederà, allora, il 28 e 29 giugno a Bruxelles? C’è solo da sperare che non succeda quello che è successo all’inizio del mese a Sofia, quando i ministri dell’Interno dell’Unione non sono riusciti a mettersi d’accordo in fatto di superamento del protocollo di Dublino né sulla proposta della Commissione né sullo schema di compromesso presentato dalla presidenza di turno bulgara. Si trattava di ipotesi gravemente insufficienti, che non risolvevano affatto i problemi dei paesi di prima accoglienza nel Mediterraneo perché mantenevano il principio dell’obbligo di restare nel primo paese di approdo e che erano talmente complicate che vi risparmiamo volentieri i cervellotici dettagli. L’Italia ha votato contro e ha fatto bene, ma Salvini ha pensato bene di gridare alla vittoria sostenendo che essa è arrivata grazie all’alleanza con l’Ungheria di Orbán e dei leader del gruppo di Visegrad, che, insieme con Seehofer e l’eterna Marine Le Pen, popolano il suo pantheon. In realtà gli italiani, e gli spagnoli e i greci, hanno votato no al compromesso bulgaro per le ragioni esattamente opposte a quelle dei paesi di Visegrad: noi perché vogliamo che i profughi vengano distribuiti nei diversi paesi, loro perché non ne vogliono neppure uno. Ma tant’è: i demagoghi non amano le sottigliezze.

Ritirate la proposta della Commissione e quella dei bulgari, sul tavolo dei capi di stato e di governo resta quella approvata qualche mese fa dal Parlamento europeo, presentata dal gruppo liberale e democratico e approvata con una larga maggioranza con i socialisti, i Verdi e le sinistre.

Si tratta di una buona proposta di compromesso, che accoglie le esigenze degli stati europei che si affacciano sul Mediterraneo, Italia, Grecia, Spagna e Francia (non il Portogallo che Salvini aggiunge solitamente all’elenco perché anche la geografia è una sottigliezza). Stabilisce infatti che gli immigrati non siano obbligati a restare e a chiedere asilo nel primo paese di approdo, ma che vengano distribuiti con un sistema di quote. Il paese di approdo, dopo una valutazione sommaria dell’ammissibilità della sua richiesta di protezione internazionale, offre due possibili soluzioni:

1) Se il richiedente ha un “legame rilevante” con uno stato (un parente che già vi risiede, l’offerta di un lavoro, l’esistenza di legami creati in precedenti soggiorni, titoli di studi conseguiti in quel paese e così via) viene trasferito in quello stato ed è questo che dovrà giudicare se concedere o no l’asilo.

2) Se il richiedente non effettua una scelta, viene indirizzato in uno dei quattro paesi che nella lista hanno il numero più basso di richiedenti rispetto alla propria quota, che viene stabilita con una serie di criteri oggettivi (popolazione, reddito pro-capite, strutture di integrazione e così via). In sintesi: a esaminare le domande di asilo non è più lo stato di primo approdo, ma quello cui il migrante è assegnato con criteri di esistenza di legami oppure con criteri di equiparazione tra gli stati.

I paesi che rifiutano di accogliere i rifugiati, come hanno fatto finora quelli del gruppo di Visegrad e come potrebbe decidere di fare l’Austria, vengono sanzionati con una riduzione proporzionata dei fondi europei. Per stati come l’Ungheria, la Polonia o la Cechia si tratta di un deterrente sicuramente molto efficace.

Il meccanismo è un po’ complicato – comunque infinitamente meno dei guazzabugli delle proposte sul tavolo all’inizio del mese – ma costituisce certamente un’ottima base di discussione. Il governo tedesco potrebbe farlo proprio, magari correggendo qualcosa e integrandolo con l’idea, espressa dalla cancelliera, della creazione di una vera e propria guardia costiera europea. L’adozione di questa soluzione potrebbe accompagnarsi, inoltre, con la decisione di creare effettivamente degli hot spot nei paesi d’origine cui i migranti possano rivolgersi prima della partenza e con l’incremento dei percorsi umanitari protetti già esistenti per iniziativa di organizzazioni internazionali umanitarie.

Vedremo se il governo tedesco sceglierà questa strada e sconfiggerà l’insidiosissimo tentativo della destra bavarese di abbattere il sistema di Schengen. E vedremo che cosa farà il governo italiano. Vedremo a quale dei suoi dioscuri il presidente del Consiglio darà più ascolto. Una cosa è certa: l’alleanza con i paesi della “democrazia illiberale” che si circondano di filo spinato, chiudono i Rom nei ghetti e nutrono i peggiori pregiudizi razzisti non risponde affatto agli interessi dell’Italia e rischia di distruggere l’Europa.