Salvare acciaio e salute
abbandonando la logica
delle privatizzazioni

La crisi dell’Ilva sta arrivando al suo culmine: tra ignavia, dissipazione e disperazione. Il Siderurgico di Taranto rispondeva a tre esigenze:

1) approvvigionamento di acciaio per l’industrializzazione del Paese;

2) risposta alla questione meridionale;

3) programmazione del modello di sviluppo, impossibile senza un controllo pubblico della industria di base.

Tali ragioni sono oggi ancora più valide di ieri. Al destino di Taranto sono stati sacrificati Bagnoli e Cornigliano (Genova). Ma il vero delitto politico-industriale è stato la consegna ai privati della siderurgia pubblica, per di più a prezzi stracciati.

La privatizzazione dell’acciaio come tutte le altre privatizzazioni si è risolta in un colossale fallimento dell’industria italiana: l’Italia non ha più grandi imprese.

Oggi di fronte a tale disastro, di cui sono corresponsabili la miopia e l’ingordigia dei privati e l’ignavia della sinistra storica, sindacale e politica, va invertita la rotta: occorre tornare al disegno originario illuminato dal grande progresso tecnologico nel frattempo affermatosi nelle produzioni siderurgiche.

Acciaio ed ambiente non sono in antitesi. È necessario liberarsi dei privati; ricostruire la grande scuola di manager pubblici che fu vanto dell’Iri, ridare al Siderurgico il suo ruolo, che è il suo destino. La garanzia di questo ruolo sta in una riconquistata natura pubblica dell’Ilva. Il governo attuale deve prendere atto che non esistono altre vie per chiudere la partita a mosca cieca iniziata con la privatizzazione.

L’Ilva può segnare il nuovo inizio dello Stato Innovatore.

 

(L’autore è stato responsabile siderurgia della segreteria nazionale della FIOM-FML)