Salario minimo a 9 euro lordi, si tratta
Ma la coperta è corta

Da una parte il governo che vuole chiudere la partita entro Pasqua. Dall’altra sindacati e Confindustria che, con sfumature diverse, chiedono un ulteriore approfondimento e confronto. Il dibattito sul salario minimo legale entra nel vivo, anche se il traguardo non sembra così vicino. Ma andiamo con ordine. Il disegno di legge, proposto dalla senatrice pentastellata Nunzia Catalfo, stabilisce una paga oraria minima di 9 euro al lordo degli oneri contributivi e previdenziali: il trattamento economico sarebbe di volta in volta adeguato nel tempo e verrebbe applicato a tutti i contratti di lavoro subordinato e parasubordinato, comprese le collaborazioni coordinate e continuative.
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MANIFESTAZIONE NAZIONALE CGIL_CISL_UIL
9 febbraio 2019. I volti e gli slogan di una grande manifestazione.
Foto di Umberto Verdat

Su questa piattaforma, lo scorso 20 marzo, c’è stato un primo incontro tra governo e sindacati. Un tavolo definito “positivo” dai commensali, ma non ancora risolutivo. Sul piatto il dicastero ha messo il disegno di legge 658 senza cambiare una virgola. Le parti sociali hanno confermato la richiesta di dare valore legale ai minimi contrattuali e di dare attuazione alle intese sulla rappresentanza. “Non siamo contrari come concetto ma, visto che tra l’80 e il 90 per cento dei lavoratori italiani è coperto dai contratti nazionali, noi proponiamo di rendere quei contratti erga omnes, che valgano cioè per tutti”. Per il segretario generale della Cgil Maurizio Landini, insomma, basterebbe recepire gli accordi interconfederali: “In questo modo, oltre al salario, anche altri aspetti come le ferie diventerebbero per legge i minimi sotto cui non si può andare, minimi non fatti dal Parlamento, ma dalla contrattazione tra le parti”. Il leader di Corso d’Italia pone anche in evidenza che “se il Parlamento stabilisce un salario che prescinde dalla contrattazione, e che può essere persino più basso dei limiti contrattuali, questa diventa una norma di legge che contrasta la contrattazione collettiva”. La Cgil, invece, si muove nell’ottica del rafforzamento della contrattazione: “In questa chiave abbiamo anche chiesto di misurare la rappresentanza dei sindacati, così che gli accordi abbiano validità generale. Eravamo d’accordo tutti, sindacati e confederazioni. Il governo doveva fare la convenzione con l’Inps per accedere ai dati che certificassero gli iscritti al sindacato e i contratti applicati dalle aziende. Ma l’esecutivo ha bloccato tutto. E poi viene a raccontare che ci sono privilegi e non c’è rappresentanza”, conclude Landini.

Sulla stessa lunghezza d’onda le Acli. Il presidente Roberto Rossini cita l’articolo 36 della Costituzione per sottolineare come il lavoratore abbia diritto ad “una retribuzione non solo sufficiente ma anche proporzionata”. L’individuazione della misura del salario minimo, aggiunge, “si rivela operazione un po’ più complessa del semplice calcolo dei valori mediani rispetto ai minimi contrattuali”. L’orientamento, per il numero uno dell’associazione cristiana dei lavoratori, dovrebbe essere quello di pensare ad “un salario minimo legale non come misura unica ma in riferimento ai diversi contratti nazionali, ancorando la retribuzione oraria alle dinamiche del comparto di riferimento e all’evoluzione della contrattazione collettiva”.

Più di un dubbio assale Confindustria, da sempre restia a mettere mano a questa “patata bollente”. Viale dell’Astronomia sottolinea come la finalità che viene perseguita dai disegni di legge sul salario minimo ben potrebbe essere assolta con l’osservanza, da parte delle imprese, del trattamento minimo economico, come stabilito nel patto della Fabbrica. Nell’accordo del 2018, sottolineano gli industriali, si propone un modello di contrattazione che individui nei contratti collettivi un trattamento economico minimo, considerandolo equivalente al salario minimo inderogabile, da tenere distinto dal trattamento economico complessivo, dove verrebbero ricomprese tutte le altre voci retributive o aventi natura di corrispettivo. Per il mondo imprenditoriale il tema centrale resta la corretta definizione del rapporto tra il salario minimo legale e il sistema della contrattazione collettiva.

Il tema è vasto e complesso. Soprattutto se ci addentriamo nel lavoro domestico. Qui le variabili si moltiplicano. Il problema è che il contratto del settore prevede paghe orarie molto più basse di 9 euro l’ora. Assindatcolf, associazione delle famiglie datrici di lavoro, ha fatto una stima di quanto bisognerebbe sborsare in più. Per una colf convivente sarebbe necessario aggiungere allo stipendio 1.300 euro, per una babysitter convivente 1.230 euro, 1.120 per una badante. Il tutto per arrivare ai 2.100 euro mensili che consentirebbero una paga oraria di nove euro. “È evidente che l’imposizione del salario minimo al nostro settore vorrebbe dire spingere al nero molte famiglie che non potrebbero più permettersi un dipendente regolare — lamenta il vicepresidente di Assindatcolf Andrea Zini — Oggi sono irregolari sei lavoratori su dieci. Domani potrebbero sfiorare la totalità”.

Il dibattito non comincia certo oggi e non solo nel nostro Paese. “Esiste ovunque una grave questione salariale”, scrive Salvo Leonardi della Fondazione Giuseppe Di Vittorio in un articolo su Eticaeconomia. “Le cause sono molteplici, in cima alle quali, da noi, non porrei la strumentazione per la definizione dei minimi. Pesano molto di più i dualismi territoriali, la precarietà, il sotto-inquadramento, i part-time ridottissimi, la scarsa formazione delle risorse umane, l’assenza di controlli, il sistema di calcolo dei rinnovi contrattuali, il cuneo fiscale”. Secondo il ricercatore E studioso di relazioni industriali, il salario minimo legale ha il pregio di “conferire maggiore certezza ed esigibilità su importo e platea dei beneficiari. La soluzione contrattuale, di contro, garantisce livelli minimi più alti, valorizza le qualifiche professionali, è meno esposta alla contingenza politica”.

Leonardi sottolinea come l’Italia, insieme a Svezia e Danimarca, è l’unico Paese dell’UE a non avere né un salario minimo legale, né l’erga omnes. “Poiché è innegabile che i rischi di irregolarità siano da noi molto maggiori, è necessario perorare un intervento legislativo. – sostiene – Ma questo deve avvenire dal lato dell’efficacia generalizzata dei contratti. Tale intervento magari non va pensato come automatico, ma su richiesta anche solo di una parte, come in Norvegia, quando, dati alla mano, si dimostra che in un comparto il tasso di evasione è troppo alto”. In alcuni Paesi, però, determinate categorie di lavoratori sono in realtà escluse dal salario minimo. Accade per gli apprendisti, i giovani sotto i 24 anni, i disoccupati di lungo periodo.

Stefano Milani (RadioArticolo1)

Qui: https://www.radioarticolo1.it/audio/2019/03/21/39883/prima-di-tutto-i-contratti l’intervista a Tania Scacchetti, segretaria confederale della Cgil, sul salario minimo