Battere il trumpismo: la sfida di Biden deve essere radicale

Il dato di gran lunga più interessante delle presidenziali Usa appare l’enorme incremento del voto popolare. Su questo ragioneremo brevemente per poi aprirci ad alcuni dati socio-economici e formulare qualche ipotesi prospettica.

Riguardo alla maggiore partecipazione si è parlato (Bruno Cartosio sul Manifesto) di un effetto legato al Black Lives Matter. E poi, ovviamente, di effetto polarizzazione fra istanze recepite come urgenti dall’elettorato democratico (rigettare il complesso combinato di politiche fiscali pro-ricchi e autoritarismo) e da quello repubblicano (la spinta a partecipare del nazional-populismo difensivo).

Pare opportuno non esagerare l’effetto di Black Lives Matter dinanzi ad un incremento di oltre 20 milioni di voti sommati fra i due candidati.

A quanto studiavamo anni or sono, il sistema Usa otteneva sempre minore partecipazione perché semplicemente le politiche proposte sia dai Repubblicani del GOP sia dai Democrats ignoravano (e poi disperavano di potere coinvolgere) ampi strati, perlopiù esclusi, dell’elettorato. Essi, dunque, si concentravano su quelli generalmente più integrati e dunque non ignorati (S. Fabbrini, L’America e i suoi critici, Mulino, 2005, pp. 114-117).
Appare oggi logico ipotizzare che alcune forze e dinamiche presenti nei due partiti (e BLM in questo discorso c’entra solo parzialmente) abbiano cominciato in modo più o meno retorico (Trump) o accogliendo le sollecitazioni di culture politiche più criticamente liberal (Warren) o socialiste (Sanders e A. Ocasio-Cortez) ad introdurre programmi, o almeno temi, o almeno suggestioni adatte ad allargare il campo partecipativo.

L’effetto polarizzazione sulle classi medie

Alcuni più prosaicamente fanno risalire gran parte dell’incremento elettorale al ricorso particolarmente ingente al voto postale. Secondo studiosi che si sono occupati di questo dato comparativamente, però, normalmente un incremento del voto postale si accompagna ad una più tenue partecipazione, e ciò vale per realtà così diverse come gli Usa e la Danimarca. Il raffronto fra le ultime elezioni danesi e quelle presidenziali Usa corrobora semmai il fattore della polarizzazione. Infatti, la presenza di partiti di estrema destra (oltre al relativamente moderato Partito Danese del Popolo sono apparsi i più radicali Nuovi Borghesi e soprattutto il partito Stram Kurs, la cui campagna elettorale consiste nel bruciare il Corano nella pubblica piazza) ha fatto registrare un record partecipativo di elettori islamici evidentemente allarmati. Che in Usa abbiano operato nuove dinamiche appare, dunque, molto fondato.

Come si vede dalla tabella della Brookings, anche laddove Biden ha stravinto, come nei centri urbani (il + sancisce il margine Democratico, il – quello repubblicano nelle ultime quattro elezioni presidenziali) ha però diminuito il proprio margine rispetto al 2016, e ciò in un contesto di forte incremento in voti assoluti. E nei contesti suburbani, in cui recupera, vince di strettissima misura. Sempre considerando la grande avanzata in voti assoluti, ciò evidenzia che non solo Biden, ma anche Trump ha rivelato forti capacità di espansione della base socio-elettorale del 2016, e che in genere un profilo fortemente nazional-populista ha messo profonde radici nel perimetro una volta semplicemente liberal-conservatore del GOP. Proprio come in Uk ed Europa.

Come evidenziato anche da Politico, Biden non ha trionfato quanto sembra nemmeno nelle grandi città e tantomeno nelle sue periferie. O meglio: Trump si è espanso anche in queste zone “democratiche”. È molto verosimile che dati più accurati confermino come i disordini seguiti al movimento BLM abbiano comunque permesso a Trump qualche avanzata, o comunque notevoli incrementi in voti assoluti, nelle aree (urbane e suburbane) in cui hanno vinto le istanze Democrat. Certo, Biden vince (comunque, sebbene con piccolo margine) nelle periferie urbane, quelle in cui per esempio il PD e la residua sinistra italiana non esistono quasi. Ma evidentemente occorre qualcosa in più se, oltre che scongiurare una rielezione di Trump, si vuole proprio attenuare fortissima presa nazional-populista e reazionaria su fette enormi di classi medie (o medio-basse: Trump vince nelle fasce reddituali dai 50.000 ai 100.000 dollari: vedi tabella Household income 2019). O se si vuole marginalizzare la presenza del nazional-populismo nella politica Usa (come anche Europea).

Un approccio non identico, ma analogamente non trionfalistico, va adottato anche riguardo alla riconquista democratica delle aree industrializzate (o ex industrializzate) che erano state perdute nel 2016. Uno studio che riguarda proprio queste aree (Distressed community index) precisa che almeno parte del vantaggio ottenuto da Biden nei ceti sotto i 50.000 dollari (53 a 45%) viene dalla Rust Belt. Questo segna un “ritorno” a Biden dovuto al fatto che le promesse di reimpianto e rifioritura produttiva con cui Trump aveva conquistato certe zone (in Pennsylvania, Wisconsin e Michigan) hanno deluso. Ma ciò vale a dire che una pari delusione da parte di Biden potrebbe agevolmente significare il percorso inverso.

Vediamo ora di mettere insieme questo dato con l’altro segmento in cui è stata netta la vittoria di Biden: i giovani e gli studenti. La tabella qui sotto (Business Insider) certifica come negli Usa anche le retribuzioni dei laureati spesso (anzi: nella media) arretrano come tutte le altre, ma rispetto a quelle di chi ha un titolo di studio inferiore aumenta nondimeno la distanza. È evidente che c’è un problema di forte riconversione generale del modello socio-economico. Se questa non avvenisse, cioè se Biden impostasse la questione studentesca del debito come una semplice sua cancellazione, succederà che, mentre studenti e laureati hanno tutte le ragioni di pretendere sia risolto il loro disagio, si accentuerà però ulteriormente la distanza fra chi ha un titolo di studio elevato e chi non lo ha. Si ricordi che i dati nello studio indicato sopra confermano che Trump vince nei ceti non molto ricchi (sotto i 50-100.000 dollari) e senza laurea. E si ricordi anche che i ceti delle zone industriali o post-industriali disagiate sono appena stati riconquistati. Meglio non riperderli immediatamente.  Non sorprende che Alexandria Ocasio-Cortez a Repubblica abbia chiarito che la classe operaia e media bianca va assolutamente tenuta presente (Caro Joe, Noi progressisti non siamo il nemico, “Repubblica”, 10-11-2020).

Dunque, senza migliorare la situazione salariale nel suo complesso, cioè per laureati e non laureati insieme (mutando il modello socio-economico, come dicono i migliori economisti del sindacato Usa), succederebbero due cose:

  1. la sinistra Usa perderebbe settori enormi (bassi e medi poco importa) di “bianchi”, cioè di quella che rimane la più grande minoranza, e che in molti stati “del mezzo” rimarrà maggioranza;
  2. si perpetuerebbero le munizioni “culturali” della retorica nazional-populista, avallando l’accusa per cui al centro dei programmi democrat non è il lavoro, ma solo le inclinazioni culturali libertarie dei campus universitari e della costa nord-atlantica, o della California.

Insomma, un ritorno alla rainbow coalition (alleanza meramente liberal fra minoranze, ceti urbani garantiti e laureati) riporterebbe al perimetro sociale e partecipativo infausto di Hillary Clinton.

Si ha un bel ripetere l’ovvia constatazione che però Trump non fa nulla davvero per la classe operaia e media. Nondimeno rimane un fatto che, in mancanza di una riforma socio-economica a favore di tutte le retribuzioni, la “questione sociale” nel dibattito non si impone abbastanza nei confronti di retoriche d’altro tipo. Ciò avviene soprattutto quando pezzi preziosi di ceto medio e popolare abbandonano la speranza di avanzamento e riforma. Proprio una ricerca Usa, già nel 2000, aveva chiamato questo ”a culture of looking sideways”, cioè del guardarsi ai lati anziché davanti (M. Savage, Class Analysis and Social Transformation, Open University Press 2000). La metafora significa avere perso fiducia in una società che fa crescita promuovendo l’eguaglianza (presupposto del “guardarsi avanti”, come della eguaglianza e della mobilità sociale). E significa che moltissimi finiscono per cedere al nazional-populismo, ovvero a chi, pur essendo sovente poco credibile nella riduzione della distanza socio-economica, promette di impedire “superamenti” da parte di altri ceti o “nuovi arrivati” (da cui la metafora sul “guardarsi ai lati”).

Un’inversione di rotta sulla globalizzazione

Solo alcune considerazioni finali. Per promuovere una società che risolva la questione dell’arretramento e del salario (connettendo l’interesse di ceti bassi e medi, operai delusi, ceti medi in arretramento e studenti/laureati “pro-Sanders”) occorre (occorrerebbe) un’inversione nettissima su diversi fronti. Detto semplicisticamente, occorre comprendere che più alti salari sia per le classi lavoratrici sia per i laureati sono possibili solo in un modello che proprio dei salari elevati (e non d’una ideologica “globalizzazione e società della conoscenza”) fa lo stimolo a competere con più sapere e innovazione. Il che significa sia attribuire (come fece Roosevelt) più potere ai sindacati, sia anche creare programmaticamente la domanda per i saperi che intanto si producono. Ciò, a sua volta, comporta, come è ovvio, riportare produzione negli Usa, ma significa farlo in modo progressivo, differenziandosi dai proclami alla Trump. E perseguendo poi efficacemente l’obbiettivo di smembrarne davvero (cosa che le presenti elezioni non fanno) la grande forza che il suo tipo di messaggio continua ad avere. Di nuovo: questo vale anche in Europa.

Rispetto al mondo e alla residua, ma per nulla trascurabile, funzione di guida mondiale degli Usa, tutto ciò ovviamente dovrebbe essere fatto secondo uno spirito ben preciso. Per esempio quello di porre fine all’attuale globalizzazione, insostenibile e alla lunga nociva, come tutti i modelli basati sulla ricerca ossessiva degli sbocchi di mercato e l’insostenibilità sociale. E di aprire ad una vera interdipendenza, in cui l’apertura agli altri mercati sia regolata abbastanza da lasciare che anche la domanda interna, e con ciò anche la programmazione politica sul come stare paritariamente nell’economia mondiale, siano permessi e incoraggiati.

Altrimenti, Biden ha già perso e crescerà ancora il radicamento del nazional-populismo. Il quale potrà anche essere battuto alle elezioni, ma continuerà ad avere un impatto determinante. Elettorale e di cultura politica diffusa. Speriamo invece che la necessità di riequilibrare l’esposizione dell’economia Usa (lo dice brevemente e giustamente il collega professor Brancaccio) e di porre fine al suo arretramento egemonico sia risolta da Biden in modo progressivo.