Safaa: oggi si legittima il razzismo
Dobbiamo resistere con la politica

DIARIO DI UN’ITALIANA

Racconta chi sei

Safaa Essalhi, ho 20 anni e sono nata a Bentivoglio in provincia di Bologna da genitori marocchini. Figlia di immigrati, sono una cosiddetta “straniera nata in Italia”. Frequento il corso di Economics and Business Curriculum Management presso l’università di Bologna, sede di Forlì. Ho scelto un corso interamente in inglese per nutrire la mia fame di competenze trasversali e multidisciplinari.

 

Ti sei mai sentita discriminata per la tua doppia appartenenza? Hai mai subito atti razzisti?

 

Sì, il razzismo mi ha colpito sia implicitamente che esplicitamente. Il razzismo implicito è quello che ferisce di più. Spesso gli altri si dimenticano che l’Italia è il paese in cui sono nata, cresciuta e che mi ha formato intellettualmente e umanamente.

La frase parli davvero bene l’italiano mi ha sempre spiazzata. A volte mi chiedevo come avrei dovuto rispondere, forse “Grazie, anche tu lo parli molto bene”. Sono nata qui, ho frequentato asilo, materna, elementari, medie, superiori ed università: perché allora farmi notare quanto sono brava a parlare l’italiano?

Quello che mi ha sempre ferito infatti è la perplessità rispetto alle mie capacità intellettuali o alla padronanza della lingua. A volte le insegnanti e gli altri si stupivano di me e mettevano in discussione che potessi essere così brava malgrado i miei genitori fossero stranieri.

Alle medie una professoressa mi chiese se effettivamente entrambi i miei genitori fossero stranieri perché non era possibile che nessuno mi avesse aiutato a svolgere quel compito. Lo stupore dei miei successi sottolineava costantemente la mia origine straniera: ero brava malgrado il mio essere straniera. E anche se ero italiana a tutti gli effetti ho sempre vissuto questa condizione come una mancanza, come un difetto che doveva essere in qualche modo eliminato.

 

Qual è un aspetto del tuo carattere legato all’ essere sempre considerata straniera?

 

Sono una perfezionista e questa mia caratteristica è dovuta molto al mio dualismo. Ma penso che dipenda molto dai miei genitori. Infatti nell’impegnarmi e nel puntare tutto sullo studio c’è anche il loro condizionamento: vedono nell’istruzione l’unico modo di emancipazione per noi, gli stranieri, forse un riscatto anche rispetto alla loro condizione non di esclusione, ma di non piena accettazione.

 

I tuoi amici hanno sostenuto movimenti razzisti nelle recenti elezioni? Se sì come si sono giustificati con te?

 

“Non sono razzista ma…” Nella mia vita spesso le persone che mi circondano fanno considerazioni sugli stranieri in senso negativo sostenendo che non mi dovrebbero toccare perché “tu sei diversa, sei italiana” o “no, tu non sei inclusa, sei l’eccezione”. Mi escludono dalla categoria degli stranieri per legittimare il loro sentire.

È un atteggiamento che mi ha sempre ferita: essere l’eccezione sottolinea che la categoria di cui faccio parte è considerata solo ed esclusivamente una categoria di delinquenti, furbi, ladri, non civili…tutte parole che davanti a me si utilizzano per riferirsi agli stranieri, ad eccezione di me, della mia famiglia e dei loro amici. Ho sempre interiorizzato tutto questo in maniera molto negativa, ma crescendo ho imparato ad essere autoironica e ironica perché è l’unico modo di mostrare la stupidità di simili parole.

 

Ti chiedono della tua religione e della tua cultura?

 

Se e quando mi venivano poste domande sulla mia cultura o sulla mia religione, non le percepivo come domande di curiosità, ma interrogativi volti a sottolineare l’inferiorità del mio background rispetto al percorso dell’Occidente. Le avvertivo come un modo non per vincere il loro pregiudizio rispetto alla mia cultura, ma per sottolineare che il pregiudizio negativo era proprio vero.

 

Che cosa pensi della politica italiana rispetto al razzismo?

 

Penso che la situazione politica attuale abbia in qualche modo legittimato molte dichiarazioni apertamente razziste. Mi sono ritrovata spesso coinvolta in discussioni in cui mi sono sentita impotente. Le mie argomentazioni, che considero logiche non come “straniera” ma proprio come essere umano, vengono spesso messe in secondo piano.

La giustificazione tipica in risposta ai miei tentativi, spesso falliti, di affermare l’importanza di politiche come quella dello ius soli, è sempre “non è abbastanza importante”, “non mi riguarda, dobbiamo prima pensare ai nostri interessi”, “ma tu hai la cittadinanza, non è un tuo problema” o altre illogicità. Questi ragionamenti sottolineano quanto il riconoscimento di diritti non abbia importanza, quanto la mia esperienza e la mia persona perda di valore per lasciare spazio a parole vuote.

 

 Come resisti al razzismo?

 

Penso che il mio interesse verso la politica sia un modo per resistere al razzismo, perché la politica smarrisce il suo senso se non è orientata a grandi obiettivi per l’umanità.  La vedo quindi come una forma di altruismo, una vocazione più che un mestiere. Probabilmente la mia passione per l’affermazione di valori come i diritti umani, la solidarietà, il femminismo, derivano da una esigenza di superare il mio malessere interiore, assorbito in tutti questi anni vissuti nei panni della ‘diversa’.

La mia esigenza è quella di cambiare le cose, tornare ad associare alla politica il concetto di ottimismo, orientarla alla giustizia, alla pace, alla lotta contro le esclusioni e contro le disuguaglianze. Lottare contro le disuguaglianze è per me inseparabile dalla valorizzazione della specificità.