Russia, in carcere
per la rete antiPutin

Piccola premessa musicale per spiegare un arresto politico. Un altro arresto politico. Nella Russia di Putin. Da dove partire? Lo si può fare per esempio raccontando di quel genere rap sofisticato ed elegante, che magari utilizza ancora la prima iconografia delle rivolte dei ghetti ma poi parla d’altro. Di tutt’altro. Di temi molto, molto più innocui. Bisogna partire da Kanye West, allora, l’icona dell’hip hop statunitense colto, elegante, ma che certo non fa paura all’establishment, con milioni di dischi venduti, con collaborazioni con tutte le star mainstream. E bisogna partire proprio da un suo brano “No Church In The Wild”, nato dalla collaborazione col suo amico Jaz Z, che apriva un album di sei anni fa. Un brano che – naturalmente – è diventata una videoclip, cliccata da milioni di persone su YouTube.

Perché se ne parla? Perché la (ri)pubblicazione di quei cinque minuti di video sono diventati uno dei capi di accusa che le autorità russe hanno mosso a Dmitry Bogatov, 25 anni, professore di Finanza all’università statale di Mosca. E’ in carcere da quattro mesi. E’ uno degli elementi che formano l’accusa “ufficiale”, perché in realtà – com’è evidente un po’ a tutti – nel mirino dei giudici c’è il suo lavoro come attivista informatico. La prima udienza del processo contro di lui c’è stata all’inizio del mese: quindici minuti scarsi, per rinviare tutto a metà settembre. E Bogatov è tornato in cella.

Ma di cosa l’accusano esattamente? Il reato è quello che viene “utilizzato” un po’ ovunque in tutto il mondo: istigazione alla violenza e minaccia all’ordine costituito. Aggravata dall’uso della rete.

Le prove? Per ora gli investigatori non ne hanno portate. Se non appunto la denuncia che Bogatov avrebbe postato in rete un link che rimanda alla videoclip di Kanye West: un filmato che comincia col lancio di una bottiglia molotov da parte di un ragazzo bendato, ma con le immagini che via via si stemperano in una sorta di visione apocalittica di redenzione, con la voce che canta riflessioni che sfiorano temi religiosi. Una clip che non ha mai spaventato nessuno, insomma.

Le altre prove, hanno fatto capire, gli inquirenti le porteranno alla prossima udienza, dopo aver analizzato tutto il materiale sequestrato. Ma chiunque abbia un minimo di dimestichezza con questi temi sa che comunque quelle prove non esistono. Non potranno mai essere trovate.

Sì, perché il professor Bogatov è un hacktivist: elabora software gratuito, collabora col progetto Debian (il sistema operativo composto completamente da free software). E’ anche un sostenitore del movimento esperantista, si dichiara anarchico ma soprattutto è il creatore di un nodo Tor.

E qui ci vogliono due parole per capire di cosa si tratta ma soprattutto per comprendere l’assurdità delle accuse che gli sono mosse. Non c’è bisogno di molte righe per spiegare che la rete oggi – o almeno la rete che utilizza la quasi totalità degli utenti – non consente più alcuna riservatezza. Chi fornisce la connettività deve conservare gli identificativi di chi vi accede, chi gestisce i siti – e i server – conserva una descrizione dettagliata degli utenti. La chiamano profilazione: dati che poi si rivendono per consentire una pubblicità mirata sui gusti delle persone, con un giro di profitti che supera quello di tutte le prime sei compagnie automobilistiche del mondo.

Ma questo è un altro discorso. Conta di più qui ricordare che tanti attivisti da anni si impegnano per costruire una rete che garantisca l’anonimato e la riservatezza. Uno di questi progetti è appunto TOR. Acronimo che sta per The Onion Router, il router della cipolla. Esattamente perché “funziona” come se fosse una cipolla. Si scopre una foglia dopo l’altra, la si butta e nessuno mai sarà più in grado di ricostruire il bulbo originale.

Per essere ancora più chiari, anche a costo di essere superficiali: un utente delle rete TOR manda un messaggio ma nessuno sarà in grado di carpire l’indirizzo del destinatario, né di risalire a chi l’ha scritto. Il messaggio “esce” dal computer e va ad un router; non al più vicino, come avviene nella rete tradizionale, ma lo sceglie in modo casuale. Assolutamente non rintracciabile. Il router poi, prima di smistare a sua volta il messaggio (uno scambio che avviene attraverso un sistema ultrasofisticato di crittografia, con un ulteriore strumento di garanzia) cancella ogni traccia del suo passaggio. Chi usa Tor, insomma, non sarà mai identificato. Quasi mai, come vedremo. Per questo il sistema l’hanno usato nelle primavere arabe, lo usano in Turchia, lo usano gruppi di dissidenti un po’ ovunque. Ovviamente, questo sistema non utilizza la rete tradizionale ma ha bisogno di nodi Tor.

Ed è esattamente questo che il professor Bugatov ha costruito a casa sua.

Prima si diceva che la rete Tor garantisce quasi completamente l’anonimato. Quasi. Perché esiste una piccola criticità: quando un messaggio esce dall’ultimo nodo ed entra nella rete “tradizionale” è intercettabile. Non sempre, non spesso ma può accadere. Ed è proprio così che gli investigatori russi hanno scoperto che, due giorni prima delle enormi – e drammaticamente represse – manifestazioni anti Putin del 2 aprile, dal router allestito dal professore era uscito un messaggio che invitava a mobilitarsi contro il regime “armati di molotov e spranghe”.

Il messaggio – arrivato su un sito di discussione russa – era firmato da tal Airat Bashirov. Che nessuno sa chi sia, visto che – è stato dimostrato – quel nome inventato (una sorta di Paolo Rossi russo) firma contemporaneamente messaggi da 140 posti diversi. Era semplicemente un anonimo che aveva utilizzato la rete Tor.

Ancora non è chiaro ad oggi se le autorità russe lo accusino di essere lui il “vero” Airat Bashirov o più semplicemente di aver favorito la diffusione di un messaggio attraverso il suo nodo. Fatto sta che è in carcere. Con l’unica prova esibita di un filmato rap famosissimo. Nonostante la tv a circuito chiuso di un megastore lo ritragga, nel giorno e nelle ore degli scontri a Mosca, mentre fa spese con la moglie. Resta in carcere. Forse in attesa – come dicono gli attivisti – che Putin vari l’ennesima tagliola sulle libertà digitali: una legge sul divieto di crittografia. Attesa per settembre. E a quel punto il professore sarebbe colpevole, addirittura retroattivamente.

Accade in Russia. Ma c’è poco da stare allegri. Perché accade ovunque. Theresa May ha annunciato anche lei una legge contro la crittografia, in Germania normative ugualmente restrittive sono allo studio del Parlamento. Il tutto sempre ovviamente mascherato dalle necessità della lotta al jahidismo. Esattamente come avvenne dopo l’11 settembre in America. Che oggi è il paese più sorvegliato in rete. Ma l’Europa sta “recuperando”. Con una sinistra – e tanto più quella istituzionale – che anche da noi balbetta un po’ di banalità sulle fakenews e sul bullismo in rete, aprendo nei fatti la strada ad una stretta sull’anonimato e sulla censura. Accade a Mosca, insomma, ma sta accadendo ovunque.