Roma, le donne di nuovo protagoniste. Contro la violenza di genere

La mozione di Giorgia Meloni in Consiglio Comunale a Roma contro la legge 194 che disciplina l’interruzione di gravidanza è stata respinta a larghissima maggioranza, 39 votanti, 33 no, 6 sì. La votazione è stata accolta da un applauso dai banchi del pubblico. Con analoghi risultati sono state approvate tutte le mozioni dell’opposizione di sinistra e centrosinistra, quella di Stefano Fassina e quella presentata dal gruppo Pd.


Potrà sorprendere o forse no, ma la tenuta del discorso democratico ancora una volta passa dai diritti delle donne. La maggioranza 5 stelle del Campidoglio ha votato, dopo un travagliato periodo caratterizzato dai rinvii della discussione in Aula, con le opposizioni di sinistra. “Siamo per l’autodeterminazione delle donne”, ha dichiarato la capogruppo a Cinque Stelle. Poco il pubblico in aula perché, dopo tanti rinvii, la messa in votazione era inattesa. Anche questo particolare racconta qualcosa del potere a Cinque stelle, una sorta di idiosincrasia per la partecipazione e la pressione dal basso, che pure è un carattere antico delle assemblee comunali, poiché la scala cittadina e municipale è la più vicina ai cittadini. Ma anche questo abbiamo imparato a conoscere, attraverso le parole sprezzanti che la sindaca riserva alle manifestazioni di protesta: quando migliaia di persone gridano “basta al degrado” sono radical chic. Sono privilegi, quando in ballo è la vertenza della Casa internazionale delle donne contro le procedure di sfratto.


Ma privilegio, ha gridato Maria Brighi, del direttivo della Casa delle donne, ieri in conferenza stampa, è quello del comune di Roma, che ha la fortuna di avere nel suo territorio la Casa, che offre servizi alle cittadine e prestigio alla città.
Giornate importanti, quelle di questa settimana, per il protagonismo femminile. Domani la giornata contro la violenza sulle donne, con la sua manifestazione nazionale e con le tante, diffuse nei territori.
Ma anche quello di ieri, quando alla Casa internazionale delle donne è stato illustrato il ricorso contro la notifica di revoca della concessione, è stato un bel momento. Si parlava, certo, del fatto specifico, ma si parlava anche, grazie alle due grandi avvocate che hanno elaborato il ricorso, Giuliana Aliberti e Maria Rosaria Russo Valentini, di un’idea di città, di un’idea di spazio pubblico.
Il grande complesso del Buon Pastore, di cui ai movimenti femministi è stata affidata una parte, è un immobile del XVI secolo, patrimonio indisponibile del comune di Roma. Il che significa che non può essere commercializzato, non ci si può fare cassa, né vendendo né affittando a scopo di lucro.

L’unica finalità è quella sociale, culturale, assistenziale, pubblica. È spazio pubblico. È città concretamente solidale. Questi compiti il Consorzio delle associazioni che gestisce la Casa assolve egregiamente. Attività di cura, assistenza legale contro la violenza sulle donne, studio delle lingue, studi e convegni sulla cultura delle donne, ginecologia, corsi preparto. Si potrebbe continuare a lungo con le attività di volontariato che si svolgono al Buon pastore, perché le ore settimanali prestate volontariamente sono 251 pari 12051 ore/anno. La perizia del prof. Ing. Pietro Croce, un cattedratico di Pisa scelto dalle avvocate perché è un professionista, quantifica il valore dei servizi gratuiti offerti in 800.000 euro l’anno.
D’altra parte è la stessa Commissione delle Elette che si è pronunciata un anno fa, nel novembre del 2017, a ribadire che l’obiettivo sociale e culturale alla base della Convenzione con il Comune di Roma è “pienamente realizzato”. Come realizzato è l’obiettivo di mantenere per la comunità tutta un immobile antico e vincolato, per il quale non è mai stato chiesto un soldo all’Amministrazione del Comune di Roma. E si vede, basta entrare per notare la cura del luogo, anche se la documentazione cartacea per i lavori di straordinaria manutenzione (le fatture) è carente.
Resta la questione dell’affitto, il canone è molto esoso per l’organizzazione no profit che, tuttavia, ha sempre pagato ciò che ha potuto, grazie alle attività che producono reddito, la ristorazione, l’affitto delle sale, l’ostello. Così come regolarmente paga le lavoratrici contrattualizzate a tempo indeterminato.

Foto di Ella Baffoni

Tutto questo il Dipartimento al patrimonio non lo sa, nell’avviso di revoca si cita solo la questione del debito, come si trattasse semplicemente di un inquilino moroso. Ma questo, eccepiscono le avvocate nel ricorso al TAR, non è possibile, perché le regole stabilite dalle delibere di Consiglio Comunale parlano d’altro, parlano della funzione sociale, culturale e di assistenza. Sono queste le ragioni per le quali l’immobile è stato concesso alle affidatarie. Persino nella relazione sulla fattibilità tecnico-economica che fu redatta quando il complesso del Buon Pastore venne assegnato, non si fa cenno al canone d’affitto. Nella disciplina regolamentare, insomma, si riflette un’idea di città, di spazio pubblico, di cittadinanza e di diritti che è confermata dalle sentenze, in diverse parti d’Italia, della Corte dei Conti, nelle quali si sottolinea che l’attività dei Comuni si rivolge al benessere dei cittadini e, quindi, non necessariamente e non sempre rivolta a fare cassa. Speriamo che la battaglia delle Casa delle donne ci aiuti a riaffermare questa idea di città solidale.