Roma e Bruxelles
impediscano
i respingimenti
in Slovenia

Non sappiamo che cosa stia accadendo in queste ore al confine tra l’Italia e la Slovenia. Vogliamo sperare che le autorità di governo, le Prefetture di Trieste, Gorizia e Udine, le Questure, i comandi dei carabinieri stiano rispettando la sentenza del Tribunale di Roma che giudica illegittime le cosiddette “riammissioni” (l’ipocrisia del linguaggio è certe volte odiosa quanto i fatti che nasconde) in Slovenia dei profughi che varcano la frontiera senza dar loro la possibilità di presentare domanda di asilo nel nostro paese. Il ministero dell’Interno tace, e così quello della Difesa per quanto riguarda i carabinieri, dopo aver sostenuto in un primo e finora ultimo commento la legittimità delle “riammissioni” sulla base di un accordo stipulato tra il governo di Roma e quello di Lubiana nel 1996.

Silenzio inaccettabile

Questo silenzio è inaccettabile. Non importa quali siano le argomentazioni giuridiche che la ministra Luciana Lamorgese ha portato a giustificazione di quello che sta accadendo nella sua risposta a un question time alla Camera lo scorso 13 gennaio durante il quale ha sostenuto che “la Slovenia come la Croazia sono considerati paesi sicuri sul piano del rispetto dei diritti umani e delle convenzioni internazionali”. “Paesi sicuri”? Al ministero dell’Interno debbono avere un concetto molto sui generis della sicurezza e c’è da chiedersi sulla base di quali informazioni il ministro formuli i propri giudizi. Non servono indagini complicate: basterebbe leggere i giornali o guardare le tv per sapere quanto siano “sicuri” la Slovenia, che espelle immediatamente i “riammessi” dall’Italia in Croazia, e la Croazia, che li espelle a sua volta in Bosnia o in Serbia non prima di averli riempiti di botte e sequestrato loro documenti, soldi, telefoni, vestiti, coperte, certe volte perfino le scarpe. Le scarpe, sì, perché senza scarpe i profughi non possono più muoversi, non possono camminare nei boschi alla ricerca di un varco, guadare un fiume, avventurarsi in città alla ricerca di un rifugio di mattoni o di lamiera.

Questo comportamento delle autorità croate è in aperto contrasto con l’appartenenza all’Unione europea. Non solo in termini generali e in linea di diritto, ma anche perché viola un preciso protocollo che il governo di Zagabria si è impegnato a mettere in atto per superare le remore (più che giustificate, come s’è visto) che gli altri paesi membri e la Commissione di Bruxelles avevano nei confronti degli standard di rispetto dei diritti fondamentali nel paese che si candidava. Remore che esistono, ancora più forti, nei confronti della Bosnia-Erzegovina che ha presentato richiesta di adesione.  Che violazioni dei diritti umani tanto gravi avvengano alla frontiera tra i due paesi è quindi un problema che riguarda, non solo sul piano morale e politico ma anche sul piano giuridico, i confini esterni dell’Unione e quindi le istituzioni dell’Unione e tutti i paesi che ne fanno parte. Tutti, compreso il nostro. Sarebbe legittimo aspettarsi che la Slovenia ma soprattutto l’Italia avesse posto il problema dei comportamenti illeciti della Croazia nel momento stesso in cui i profughi entravano nel loro territorio. La vicenda di Mahmood, il profugo pakistano l’illegittimità del cui respingimento è stata l’oggetto del giudizio del Tribunale di Roma, è illuminante. L’uomo ha fornito alla corte una quantità impressionante di prove del fatto che i suoi diritti umani sono stati calpestati. Ma troppo tardi. Avrebbe dovuto essere ascoltato quando era il momento giusto, e cioè quando, arrivato nel paese che si considera patria del diritto, avrebbe dovuto avere la possibilità materiale di chiedere l’asilo raccontando tutte le ragioni per cui doveva ottenerlo. E le autorità italiane avrebbero avuto il dovere di segnalare il caso, quello e tutti quelli di cui sarebbe venuto a conoscenza, alla Commissione e al Consiglio europeo perché intervenissero con i loro strumenti: la minaccia del taglio dei fondi a Zagabria, una procedura di infrazione per il mancato rispetto di direttive e regolamenti, il richiamo agli articoli della Carta europea dei diritti e all’articolo 7 del Trattato europeo che prevede la sospensione dei paesi che non rispettano i valori fondamentali dell’Unione.

Guardate che sfilza di condizionali che abbiamo dovuto mettere in fila. Considerateli come la misura di una grande ingiustizia, di una illegalità che viene praticata senza che nessuno, a livello politico, se ne curi né a Roma né a Bruxelles.

Un’illegalità di Stato

Una illegalità di stato, per quanto riguarda l’Italia, perché il richiamo a un accordo bilaterale stipulato venticinque anni fa e, peraltro, mai ratificato dal Parlamento vale meno di niente. Non c’è bisogno di essere raffinati giuristi per rendersi conto di come e quanto le “riammissioni” siano una evidentissima e grave violazione del diritto internazionale, dalla Convenzione di Ginevra del 1951 al protocollo dell’ONU del 1967 all’articolo 18 della Carta dei diritti sancita dal Trattato dell’Unione europea, delle direttive europee che ripetutamente hanno giudicato illegittimi i respingimenti in blocco, di diversi giudizi della Corte per i diritti umani di Strasburgo e del Consiglio d’Europa, della stessa Costituzione italiana che all’articolo 10 proibisce l’estradizione degli stranieri che fuggono dal proprio paese per ragioni politiche.

Questo dice la legge, ma prima che la legge avrebbero dovuto dire il buon senso e la decenza, senza aspettare che il rigore della morale politica dovesse venir difeso e riaffermato nell’aula di un tribunale. La sola idea di rendersi complici della tragedia che si sta consumando in queste settimane dalle parti di Bihac, in Bosnia, dove migliaia di poveri cristi vagano nella neve, nei boschi della Croazia, dove la polizia e le squadracce razziste giocano alla caccia all’uomo come in un film dell’orrore, e lungo tutta la rotta balcanica dovrebbe essere insopportabile per i responsabili della “sicurezza” del nostro confine con la Slovenia.

Ancora un verbo coniugato al condizionale. Allora proviamo a usare l’indicativo, a porre domande cui – crediamo – le autorità debbono risposte precise. Al ministero dell’Interno sanno quanti di quei disgraziati sono stati respinti da noi, meglio: da loro? Esistono dei dati in proposito? Non pensano che sia giusto renderli pubblici, almeno ora, dopo la sentenza della magistratura? Da un’interrogazione parlamentare presentata a luglio, quando la situazione era meno grave di adesso, sappiamo che per avere notizie sul numero delle “riammissioni” è stato necessario ricorrere alla legge sull’accesso agli atti, quella che permette di aggirare la legge del silenzio di cui la burocrazia si copre quando conviene che l’opinione pubblica non veda, non senta, non parli. Allora si è saputo che nei primi sei mesi del 2020 le espulsioni illegali erano state più di 1300. È purtroppo molto probabile che nei mesi successivi, e soprattutto nelle settimane scorse, il loro ritmo sia ancora aumentato. Il ministero, le prefetture, la polizia di frontiera possono farci sapere se almeno al momento del giudizio del tribunale si siano davvero fermate?