Roma, la promessa di “rifiuti zero” svanisce nell’emergenza sanitaria

L’esperimento, quello così ben descritto dal libro di Jacopo Iacoboni, questa volta si fa in corpore vivi, sul corpo della città Eterna e dei suoi cittadini, pagatori rassegnati della tariffa più alta d’Italia, costretti a camminare col naso tappato a causa dei rifiuti maleodoranti, spaventati dall’allarme dell’ordine dei medici: “soluzioni subito o sarà emergenza sanitaria”.

Il mercato politico ha le sue leggi e, nel caso della giunta Raggi, questa è scritta nello slogan con il quale il M5S conquistò tre anni fa il Campidoglio: rifiuti zero. Poco importa se, come dice uno sconcertato Roberto Scacchi di Legambiente Lazio, dai rifiuti zero siamo passati a “Rifiuti, Roma anno zero”.

Ennesime dimissioni

Ma anche il mercato economico-finanziario ha le sue leggi. Dunque appare di nuovo sconcertante che si sia arrivati alle dimissioni del CdA di AMA insediatosi tre mesi fa, il sesto sconvolgimento ai vertici dell’azienda ambientale più grande del paese in tre anni, con le stesse motivazioni con cui fu mandato a casa il precedente consiglio di amministrazione: il rigetto da parte della giunta del bilancio del 2017 che avanza nei confronti del Campidoglio un credito di 18 milioni su circa 700 di fatturato.

Va a casa, riflette Scacchi, un vertice selezionato attraverso una selezione pubblica curriculare. E entra un militante della prima ora del Movimento. Stefano Antonio Zaghis, milanese trapiantato a Roma, ex consigliere finanziario di Marcello De Vito, esperto di fondi di investimento. Attivista Zaghis, attivista l’assessore al bilancio e alle partecipate Lemmetti. Dovrebbero intendersi, ma su cosa, visto che né l’uno né l’altro s’intendono di ambiente e smaltimento dei rifiuti?

Privatizzare Ama?

Ne deriva il sospetto espresso con grande chiarezza dall’ex assessora Pinuccia Montanari in una intervista al Messaggero: “Ci sono tre persone che stanno gestendo questa vicenda, Virginia Raggi, il direttore generale del Campidoglio Franco Gianpaoletti, l’assessore Gianni Lemmetti. La sindaca continua a dire che vuole mantenere AMA pubblica, però, se vai a vedere le azioni concrete, sembra ci sia la volontà di portarla, non dico al fallimento ma a un indebolimento”.

A quale fine? Costringere a una privatizzazione? A parte la considerazione di Pinuccia Montanari: “Tutte le scelte sono legittime ma bisogna dichiararle apertamente”, c’è la questione che l’indebolimento aziendale di AMA non giova certo a Roma, al Campidoglio che ne è il proprietario e socio unico, né ai suoi cittadini. “Una follia anche questa”, commenta Scacchi. Dunque a chi giova?

Il problema vero è che nel mondo dello smaltimento e riciclo dei rifiuti c’è un coacervo di poteri e d’interessi lobbistici difficili da penetrare da parte del comune cittadino e sembra di capire che, in questo campo, “l’uno vale uno” della piattaforma Rousseau lasci il posto alla mappa del potere al cui studio si sono dedicati Roberto e Davide Casaleggio.

Chi paga l’emergenza

L’emergenza rende ricattabile il soggetto pubblico. E l’emergenza è destinata a durare se non si rimette mano alla filiera e all’impiantistica romana. Se devi mandare fuori rifiuti di cattiva qualità, ovvero non utilizzabili economicamente per il riciclo, allora devi pagare e pagare caro chi ti toglie dall’impiccio. E la differenziata che facciamo a Roma, su strada, è “altamente contaminata”, perché ciò è inevitabile se chi butta il proprio sacchetto trova il cassonetto stracolmo. Perché da anni non ci sono campagne di istruzione e sensibilizzazione degli utenti.

È una situazione che, fra l’altro, favorisce chi gestisce impianti di incenerimento e termovalorizzazione, poiché la produzione di energia è anche fortemente sovvenzionata, quindi economicamente conveniente.

L’alternativa della raccolta porta a porta in una città complessa e stratificata come Roma non è sempre possibile. Si pensi, per fare un esempio, ai grandi casermoni dell’edilizia pubblica, dove gli operatori AMA non possono entrare: il cassonetto condominiale è l’equivalente di quello su strada.
La paralisi della partecipata romana che, con i bilanci bloccati, non mette mano a investimenti in impianti che garantiscano la qualità della raccolta e quindi la possibilità del riciclo, forse salva l’anima dei 5 stelle duri e puri ma denota che non c’è nessuna volontà politica di innestare un’inversione di tendenza e processi di cambiamento.