Rohingya, la parola
che il Papa non dice

Non ci fossero droni e satelliti, forse si potrebbe dire di non aver mai saputo. Si potrebbe dire che Muntaz, il volto e le gambe deturpate dalle ustioni, è solo una, ammesso che sia possibile pronunciare la parola “solo” di fronte alle atrocità che ha subito. Muntaz ha visto uccidere i suoi figli, uno piccolissimo. Non è difficile uccidere un bambino di due anni a bastonate: basta un colpo ben assestato. Tre gliene hanno massacrati, il marito ucciso, lei violentata dai militari in una capanna che poi è stata data alle fiamme, una bambina di sette anni superstite che ha visto tutto e cercato di mettere in salvo un fratellino che bruciava come un tizzone acceso. Muntaz avrebbe voluto morire, il filo che la tiene in vita tra le capanne fatte di niente oltre il confine della Birmania, nei campi improvvisati in Bangladesh, è quell’unica figlia rimasta. Ma per loro, nella distesa sconfinata di ripari di fortuna, il futuro è riuscire arrivare alla fine di ogni giorno.

Rifugiati rohingya, foto Amnesty International

Rohingya. E’ la parola che il papa non ha potuto pronunciare nel suo viaggio in Birmania. Non almeno nel suo discorso ufficiale. Ma la tragica situazione di questa minoranza musulmana perseguitata, più volte richiamata da Francesco in altre occasioni, traspare nei suoi appelli alla pace e alla convivenza. Appelli che Aung San Suu Kyi – finora tanto reticente sul massacro dei rohingya che lo scorso lunedì la città di Oxford le ha revocato il titolo di Freedom of the english city – sembra raccogliere, quando dice di voler “far emergere la bellezza delle nostre diversità”.

Non è bellezza quello che i droni hanno visto dall’alto, sfiorando in un volo radente un fiume ininterrotto di persone in fuga, con poco o niente. A piedi nudi, lungo una lingua di terra stretta tra gli acquitrini. Migliaia e migliaia, con i figli piccoli in braccio, o nelle ceste portate in equilibrio sulle spalle. Ognuno con un pezzetto di quella storia che il responsabile Onu per i diritti umani Zeid Ra’ad Al Hussein ha definito “un esempio da manuale di pulizia etnica”. Racconti di villaggi accerchiati e dati alla fiamme, una casa dopo l’altra, e poco importa se dentro c’era ancora qualcuno vivo. Racconti di bambini gettati nel fuoco, di donne separate dagli uomini e denudate, picchiate, stuprate e poi arse vive. Di uomini e ragazzi uccisi, di corpi fatti a pezzi e affastellati in mucchi, “come canne di bambù”.

Ad innescare l’ultima ondata di violenza secondo i militari birmani è stato l’attacco di un gruppo rohingya contro una trentina di commissariati nella regione birmana del Rakhine, il 25 agosto scorso: una decina le vittime tra polizia e guardie di frontiera, molte di più tra gli assalitori armati solo di machete e di pezzi di bambù affilati. Modalità suicide, anche se secondo le testimonianze raccolte dalla Bbc, non ci sarebbe nessun collegamento con gruppi jihadisti: l’obiettivo era di richiamare l’attenzione internazionale, farsi sentire. L’esito è stato un’ondata di violenza sistematica, non solo da parte dei militari ma anche di gruppi di buddisti nazionalisti.

Rohingya in fuga, foto Amnesty International

Le violenze che la stessa Suu Kyi aveva detto concluse pochi giorni dopo, sono invece andate avanti per settimane come testimonia l’esodo di 600.000 rohingya e le prove che Human Rights Watch ha raccolto esaminando le immagini filmate dai satelliti. A scorrerne qualcuna in fila si può vedere la devastazione avanzare, chiazze di grigio che ingoiano il verde e i tetti delle case, il fumo che sale. Almeno 288 villaggi sono stati rasi al suolo solo dall’agosto scorso. Amnesty international denuncia crimini contro l’umanità, un uso sistematico della violenza contro civili inermi, spesso colpiti alle spalle mentre tentavano inutilmente la fuga: l’ong ha raccolto foto delle ferite e testimonianze dei sopravvissuti.

Denunce rimaste senza esito, nessuna sanzione Onu è stata decisa contro la Birmania, che nasconde le atrocità dietro alla necessità di fermare un gruppo terroristico. Ma non è da ora che questa minoranza viene presa di mira. Rohingya è una parola che non si può pronunciare perché non esiste, la Birmania – dove quasi il 90 % della popolazione è buddista – non ha mai riconosciuto questa popolazione come minoranza etnica. Vengono chiamati “bengali”, sono considerati immigrati clandestini provenienti dal Bangladesh, eredità della colonizzazione britannica possibilmente da cancellare. Nel corso degli ultimi 40-50 anni, l’esodo rohingya è stato meno brutale delle scorse settimane, ma c’è stato. Oggi si contano 500.000 rohingya in Arabia Saudita, 350.000 in Pakistan, 150.000 in Malesia, 40.000 in India. Oltre 900.000 sono ora rifugiati in Bangladesh, in condizioni difficilissime: senza acqua potabile, cibo, assistenza sufficiente. Medici senza frontiere ha quintuplicato i suoi volontari, da 200 a 1000, a Cox’ Bazar, in Bangladesh, ma è una goccia.

Prima delle ultime violenze in Birmania erano poco più di un milione, ad ottobre se ne stimavano nemmeno 500.000. Numeri enormi, per poter capire il silenzio di Aung San Suu Kyi. Premio Nobel per la pace, per decenni simbolo della resistenza ai militari della giunta è oggi leader di fatto della Birmania, senza però nessuna leva sui poteri militari: un equilibrio precario per esporsi, con il rischio di essere accusata di sostenere gruppi terroristici, in un Paese che non ha mai amato i rohingya. Ma è difficile cancellare la delusione per il suo silenzio se questa ha il volto sfregiato di Muntaz e gli occhi di sua figlia, due spesse cicatrici sulla testa dove i capelli non sono ancora cresciuti. E il rumore dei colpi, l’odore dei corpi che bruciavano.