Rodrigo Pais, l’uomo con la Leica
che raccontò la Roma delle periferie

La mostra delle foto di Rodrigo Pais al Museo di Roma a Trastevere sta per chiudere. Ma non andarci sarebbe un peccato. Per la precisione la mostra si intitola “Rodrigo Pais – Abitare a Roma in periferia”, ed è curata da Guido Gambetta e Glenda Furini (aperta fino al 13 novembre) e raccoglie immagini proprio dedicate alle periferie romane tra la fine degli anni Cinquanta e la fine dei Sessanta. Rodrigo era un fotografo, o meglio un foto-giornalista, non era Salgado, le immagini delle baracche o dei borghetti, delle famiglie e della “pipinara de li regazzini” non andava a cercarsele per passione. Lui seguiva (e qualche volta precedeva) le notizie.

Erano foto scattate per uscire sui giornali. Allora le metodologie di stampa e di trasformazione delle immagini in lastre di piombo erano davvero scadenti: o le foto erano davvero nitide o non si sarebbe visto nulla. Ma lui non lavorava per i giornali, lavorava per l’Unità (e in quegli anni forse anche per Paese Sera) e questo lo portava ad avere un occhio diverso.

Rodrigo se n’è andato dieci anni fa, oggi l’archivio fotografico dell’Unità (che conteneva migliaia di foto sue e di Sartarelli) è irragiungibile anche sul web per cui questa mostra è davvero una occasione rara. Con lui – era l’inizio degli anni Settanta e poi tutto il decennio – ci ho lavorato. Era un sardo, magro, piccolo coi capelli tagliati corti e un po’ schiacciati sulla fronte (somigliava vagamente a Renato Rascel ma non credo che il paragone gli avrebbe fatto piacere), una persona capace di grande allegria ma anche di molta tristezza. Per noi ragazzi arrivati in cronaca uscire con la macchina del giornale (l’autista si chiamava Papa e faceva parte di una famiglia di San Lorenzo in cui, con quel cognome, tutti avevano nomi da famosi pontefici) e con Pais era un’emozione.

Ricordo le volte in cui andavamo nelle case degli operai uccisi negli incidenti sul lavoro, quelle in cui l’obiettivo era riportare a casa un racconto e l’immagine dell’edile cascato da un’impalcatura, il bracciante schiacciato dal trattore. Per me non era facile, ma necessario. Per lui forse era routine ma non si dimenticava mai di scattare in silenzio con la sua Leica, magari di acchiappare non visto una faccia, un angolo di casa. Erano foto che probabilmente non sarebbero mai uscite ma di questo gli importava poco. Qualche volta era brusco, altre invece dispensava i suoi racconti da vecchio fotoreporter romano. Negli anni in cui Tazio Secchiaroli immortalava “La dolce Vita”, lui collezionava scatti a Tiburtino Terzo, davanti alla casupole di Borghetto Felice o del Campo Artiglio. Al posto delle dive c’erano frotte di ragazzini coi maglioni uno sopra l’altro per non sentire freddo (Roma è una città norvegese se abiti dietro un muro di legno e bandone) coi cappelli rotondi e i paraorecchi, le mamme con la parannanza che si mettevano in posa davanti al clic di Rodrigo.

Non vorrei che apparisse come un modo di scattare compassionevole. Non perché Rodrigo fosse cinico, è che scattava con un occhio penetrante e senza veli con una capacità di racconto che sulle pagine di un quotidiano non si sarebbe mai potuta vedere bene. Avrà fotografato mille manifestazioni, lo ricordo nelle piazze del Sessantotto e in quelle contro la guerra del Vietnam prima ancora che arrivassi all’Unità. Lui c’era sempre, nelle scuole occupate, alla Sapienza, in mezzo gli scontri e alle botte.

Le foto esposte in piazza di Sant’Egidio sono altrettanto politiche ma in una maniera diversa, meno esplicita, quasi antropologica: sono il ritratto di una città povera e con poche speranze, fotografata tra pozzanghere e freddo, tra baracche e muri cadenti. Non è neppure il proletariato urbano degli anni Cinquanta, che era povero e orgoglioso, e neppure gli edili appena arrivati dalle Marche o dalla Calabria che la casa se la costruivano da soli in quella bomba urbanistica che erano le borgate. Era un mondo che viveva alla giornata, lavorava in nero intorno ai cantieri, puliva cantine, faceva il robivecchi, non metteva insieme il pranzo con la cena. Vicino a dove sono nato io c’era un borghetto fatto di “cicoriari”, persone che raccoglievano sui campi la cicoria selvatica e la vendevano ai banchi dei mercati rionali

Su di loro l’obiettivo spalancato della Leica e l’occhio aperto di Rodrigo Pais.