Rifugiati, il messaggio di Rodotà:
“La parola chiave è inclusione”

In occasione della giornata mondiale Onu del rifugiato (il 20 giugno) e del terzo anniversario della morte di Rodotà (il 23 giugno) può essere utile riprendere alcune riflessioni del grande giurista europeo sulla situazione di chi fugge da cittadino residente e, se vi riesce, è costretto a chiedere poi asilo in un paese diverso dal proprio divenendo profugo (tendenzialmente apolide).

Stefano Rodotà (1933-2017) si è occupato ovviamente più volte della questione lungo i decenni della docenza universitaria, dei saggi scientifici, dell’impegno civile, delle funzioni istituzionali, del giornalismo pubblicistico. Fra i tanti passaggi scritti e orali, particolarmente significativo appare quanto scrisse il giorno dopo la diffusione dei dati sui rifugiati nel mondo il 21 giugno 2011.

“La condizione dei rifugiati ci parla della condizione di tutti noi, della impossibilità di separare il nostro dal loro destino. Rifugio è parola antica, nella quale si rispecchiano una esigenza individuale e una responsabilità collettiva. E proprio il difficile intreccio tra questi due piani ha sempre reso arduo il riconoscimento del rifugiato, con la mai vinta prepotenza dell’esclusione contro l’accoglienza. Rifugio è il luogo dove si trova riparo da avversità, violenza, ingiustizia, persecuzione. Risponde a un bisogno profondo dell’uomo… Prima ancora d’essere affidato alla norma giuridica, il tema del rifugio attraversa le culture, riguarda l’ineludibile confronto con l’altro, trova eco nelle religioni, che ne catturano le virtù… Proprio da questa consapevolezza profonda d’una condizione umana hanno preso le mosse documenti come la Convenzione sullo statuto dei rifugiati, di cui oggi celebriamo i sessant’anni. E la medesima consapevolezza deve guidarci nell’interpretare e applicare quel testo…”

La Fortezza Europa

Soprattutto in Europa, spiegò Rodotà: l’Unione dovrebbe essere “sempre guidata da quel che è scritto nel primo articolo della sua Carta dei diritti fondamentali: la dignità umana è inviolabile. Essa deve essere rispettata e tutelata. Rispetto e tutela che gli Stati europei non devono soltanto ai loro cittadini, ma ad ogni persona, com’è detto esplicitamente nel Preambolo della Carta, dove si parla di responsabilità e doveri nei confronti degli altri come pure della comunità umana e delle generazioni future.”

“No, dunque, ad una avara Fortezza Europa… siamo di fronte ad un fenomeno di massa, che dilata le ragioni del rifugio al di là dell’elenco contenuto nella convenzione, che parla di «giustificato timore d’essere perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche». Ma quell’elenco, nei fatti, si è allungato: lo mostra l‘articolo 21 della Carta europea dei diritti; lo confermano le decisioni con le quali è stato riconosciuto l’asilo politico a donne che, ritornate in patria, avrebbero corso il rischio di mutilazioni sessuali; lo dice un documento come la Dichiarazione di Cartagena, dove la condizione di rifugiato è riferita a chi fugge dal proprio paese perché violenze generalizzate minacciano vita, sicurezza, libertà; perché si può essere vittime di aggressioni straniere, conflitti interni, massicce violazioni dei diritti umani, gravi turbative dell’ordine pubblico.”

I rifugiati climatici e gli altri

A questo punto Rodotà accennò al libro che avevo scritto, uscito pochi mesi prima e che aveva già citato altre volte, sul tema degli Ecoprofughi, “la cui condizione ha origine pure nel rapporto distorto tra il mondo delle persone e il mondo dei beni, non più ispirato al bene comune, ma consegnato solo alla logica di mercato”. In quel testo avevo cercato di esaminare, sui piani biologico antropologico ecologico storico e geografico, le due forze che da sempre costringono individui vivi a fuggire: i cambiamenti climatici e i conflitti fra le specie o, nel caso umano, fra eguali diversi Homo sapiens. Sostenevo allora che da qualche decennio il numero effettivo di rifugiati climatici (fuori da ogni certificazione istituzionale) era ogni anno di fatto superiore a quello dei rifugiati politici (riconosciuti dalla Convenzione e “protetti” dall’Onu tramite l’Unhcr).

Rodotà ne era pure convinto. E, purtroppo, statistiche e analisi successive ci hanno dato ragione. Ora stanno per uscire i dati Unhcr per il 2019. Non saranno credo molto diversi da quelli degli anni precedenti. Scorriamo rapidamente la situazione 2015-2018 per prepararci all’aggiornamento su quanto avvenuto lo scorso anno.

Il rapporto annuale Global Trends dell’Unhcr per il 2018 (reso noto il 19 giugno 2019 per la Giornata mondiale del Rifugiato) come sempre «tracciava» le migrazioni forzate nel mondo basandosi su dati forniti dai governi, dalle agenzie partner incluso l’Internal Displacement Monitoring Centre (Idmc), e dai rapporti dell’organizzazione stessa. Complessivamente riportava che circa 70,8 milioni di persone erano state forzate a migrare ovvero costrette alla fuga nel 2018, rispetto ai 68, 5 del 2017, 65.6 milioni del 2016, 65,3 del 2015 e ai 59.5 milioni del 2014.

Il totale comprendeva 5,5 milioni di rifugiati palestinesi sotto il mandato Unwra (United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East), 20,4 milioni di rifugiati sotto il mandato appunto dell’apposita agenzia Onu Unhcr (United Nations High Commissioner for Refugees, erano 19,9 nel 2017, l’incremento maggiore), per la maggior parte provenienti da pochi paesi (Siria, Venezuela, Afghanistan, Sud Sudan, Myanmar, Somalia), ospitati circa l’80% in paesi confinanti e per circa l’85% nei paesi in via di sviluppo; 3,5 milioni di persone che erano in attesa di decisione sulla richiesta d’asilo in paesi industrializzati (3, 1 a fine 2017, 2, 8 a fine 2016, 3.2 milioni a fine 2015). 41,3 milioni di persone (nel 2015 40.8, nel 2016 40,3, nel 2017 40) erano state costrette a fuggire all’interno dei confini del loro paese, internally displaced people, Idp, i profughi interni, anche per ragioni ambientali e climatiche (a seguito di disastri “naturali”).

Nascosti nella pandemia

Tutti i 70,8 milioni erano comunque “migranti forzati”, i quali hanno visto non rispettato (da comportamenti umani più o meno consapevoli) il diritto di restare dove sono nati e cresciuti. Perlopiù si tratta di refugees da oltre cinque anni (4 su 5, 1 su 5 è rimasto in tale condizione per almeno 20 anni), da generazioni i palestinesi. Nel 2018 i reinsediati-rientrati-naturalizzati, già refugees internazionali, erano stati solo 750.000, per circa 5 milioni di Idp era stato possibile «tornare a casa».

Oggi siamo alla vigilia della giornata mondiale del rifugiato 2020. I dati che saranno a breve diffusi riguardano il 2019, non tengono ovviamente conto del 2020 e della pandemia Covid-19 in corso. Non credo che la pandemia abbia ridotto il numero delle fughe. Non sono diminuiti i “disastri” ambientali e climatici, non sono diminuite le guerre e i conflitti armati. Purtroppo su quei fenomeni il virus non agisce. Agisce però sulla mancata percezione pubblica e sociale dei rifugiati. Forse chi ha subito l’alluvione o la siccità aveva la mascherina e rispettava il distanziamento sociale, è dovuto scappare lo stesso, ammesso che abbia fatto in tempo a salvarsi. Forse chi ha ucciso e ferito altri umani, e chi ha ordinato di farlo, indossavano una mascherina e rispettavano il distanziamento sociale, hanno usato la stessa violenza di prima.

Non credo, dunque, che tra un anno i dati 2020 descriveranno una situazione significativamente differente. Invito, comunque, a leggere attentamente il quadro dell’Unhcr per il 2019 e a pensare al dramma di chi è costretto a fuggire, terribile sempre, ancor più ora. Gli stessi sbarchi non possono che riprendere, perlopiù sono persone in fuga da luoghi divenuti inospitali.

Stefano Rodotà è scomparso il 23 giugno 2017, aveva appena compiuto 84 anni. Due anni prima aveva accettato di partecipare al dibattito del Centro Astalli, ancora una volta in vista della giornata mondiale del rifugiato 2015. Ricordò pure allora che nel primo Codice civile dopo l’unità d’Italia nel 1865 “decidemmo di abbandonare il principio di reciprocità e di porre sullo stesso piano cittadino e straniero, relativamente al godimento dei diritti civili”.

Il nostro atto di civiltà fu un caso unico tra gli Stati europei. Oggi non ne siamo più all’altezza, continuò: “la tolleranza non basta e nemmeno l’accoglienza. È l’inclusione la parola che ci sfida. Serve un 
supplemento di umanità: è una sfida al nostro egoismo e alla nostra 
identità… Faccio fatica a mantenere ferme le 
distinzioni tra richiedente asilo, profugo, migrante: io vedo le 
persone. Dov’è la persona in Europa? Oramai è ridotta a un profilo. Non si può 
sostenere che le merci e i capitali possano circolare liberamente e le 
persone no… Cristo propose un salto morale rivoluzionario: amare lo straniero”, trasformando “in “prossimo anche l’abitante più lontano della Terra”.

La rubrica MIGRAZIONI è a cura di Valerio Calzolaio e Pietro Greco