Rivive il castello degli Hohenzollern
e Berlino può ripensare la storia

Il Palast der Republik a Berlino Est era brutto di una bruttezza speciale. Non nel senso del realismo socialista, che sarebbe stato brutto ma avrebbe avuto un senso come il quartiere staliniano edificato negli anni ‘50 qualche chilometro più a est intorno alla Frankfurterallee (già Karl-Marx-Allee, già Stalinallee). Era brutto d’una bruttezza insieme tedesca e insieme real-socialista, tirato su, nel 1976, con gran profluvio di plastiche, come s’usava allora, di marmi e di vetrate ambrate come i finestrini delle macchine dei bonzi da cui si vedeva ma non si era visti.

Il Palast der Republik nel 1980

Questa sua imperdonabile bruttezza il palazzo della Repubblica voluto da Erich Honecker la esibiva sulla riva della Sprea nell’Isola dei Musei accanto al Duomo, interrompendo con la sua importuna presenza il percorso urbano baroccheggiante e neoclassico della Unter den Linden. Dall’altra parte del Duomo, appena un po’ meno brutto ma altrettanto pretenzioso, c’era l’hotel Palast che nei giorni in cui stava cadendo il Muro si riempì di giornalisti venuti da tutto il mondo. Cosicché uscendo dall’albergo balzava ai loro occhi di testimoni l’effimera potenza d’una nomenklatura morente, ormai, anche nell’estetica.

Il Grande Dibattito

Nei mesi che seguirono la caduta del Muro cominciò il Grande Dibattito. Dove ora c’era ancora la “luminaria di Honecker” (migliaia di lampadari che pendevano dal soffitto) c’era stato, prima, il castello degli Hohenzollern. Nel 1950 le autorità dell’appena nata DDR avevano fatto saltare con la dinamite quel che restava dell’antico manufatto dopo i bombardamenti degli anglo-americani e la furibonda battaglia di Berlino seguita all’arrivo dell’Armata Rossa. Decisione tutta ideologica, giacché, a differenza di altri monumenti della città, lo Stadtschloß (castello di città, così lo chiamavano da quando la storia aveva imposto la damnatio memoriae della casa imperiale) avrebbe potuto essere restaurato, come si fece, infatti, per l’altro castello berlinese della dinastia, quello di Charlottenburg. Soltanto il portale d’ingresso fu salvato e a segnalare l’inevitabile dialettica della storia governata dal materialismo storico venne inserito nella facciata dell’edificio che ospitava il Consiglio di Stato, il massimo organo politico della nuova nazione degli operai e dei contadini. L’area su cui insisteva il castello venne battezzata Karl-Marx-und-Friedrich-Engels Forum, pure se i berlinesi continuarono a chiamarla come avevano chiamato per secoli il parco del palazzo: Lustgarten, il giardino del piacere.

Il Grande Dibattito consisteva in questo: bisogna abbattere il Palast der Republik? Domanda che in realtà ne conteneva altre due: bisogna abbatterlo perché è irrimediabilmente brutto o bisogna abbatterlo perché è il simbolo d’un regime dannato e morto nell’ignominia? E poi: al suo posto si sarebbe dovuto ricostruire il vecchio castello, come a riprendere un filo della storia interrotto? Interrotto due volte, va detto, perché il castello abbattuto dai comunisti era stato già condannato dai nazisti, che avevano lasciato morire il suo carattere di simbolo di un vecchio potere superato dal Reich Millenario nell’abbandono e in prosaici riadattamenti: caserma, sede di uffici ministeriali, addirittura un orfanotrofio. L’ultima comparsata nella storia della Germania e del mondo l’edificio l’aveva fatta il 9 novembre del 1918 quando dal balcone centrale Karl Liebknecht aveva proclamato la nascita della Repubblica dei Soviet tedesca, proprio mentre da un altro balcone, quello del Reichstag, Philipp Scheidemann proclamava invece la Repubblica democratica e borghese guidata dal socialdemocratico Friedrich Ebert. L’ostile indifferenza che il potere di Hitler aveva ostentato nei riguardi del simbolo del potere del Kaiser soccorreva, ovviamente, le ragioni dei fautori della ricostruzione.

Come il Colosseo?

Il castello di Berlino negli anni ’30

Un giornale berlinese volle, in quei giorni, pubblicare il parere dei corrispondenti stranieri sull’argomento. Un italiano scrisse che, no, il Palast der Republik avrebbe dovuto restare al suo posto perché, nella sua bruttezza, testimoniava comunque un periodo della storia tedesca che non era opportuno cancellare dalla memoria, riaprendo così il problema della Vergangenheitsbewältigung (lunga e concettosa parola che si può tradurre con “consapevole considerazione del passato”) che nella Repubblica federale era stato in qualche modo risolto rispetto al nazismo con la presa di coscienza collettiva avvenuta all’inizio degli anni ’60 con i processi di Auschwitz e il processo in Israele ad Adolf Eichmann, ma che stentava (e stenta ancora) a trovare soluzione rispetto al periodo del cosiddetto “socialismo reale”. Il giornalista sostenne che in fondo anche il Colosseo, a Roma, testimoniava un passato di tirannia, violenze e vessazioni eppure a nessuno era mai venuto in mente di abbatterlo. Il confronto tra il Palast der Republik e il Colosseo dovette parer troppo ardito alla direzione della Berliner Zeitung e l’articolo non venne pubblicato.

Continuava invece, non solo sui giornali berlinesi, la discussione sulla riedificazione del castello imperiale. Continuò per quasi vent’anni, fino al 2008 quando con atti diversi il Senato di Berlino, il governo federale e il Bundestag decretarono che il castello sarebbe stato riedificato, ma in un modo che non richiamasse i fasti imperiali(stici) della casa regnante Hohenzollern. Intanto il vecchio Palast di Honecker, dopo qualche malriuscito tentativo di riattarlo in centro espositivo, nel 2006 era stato abbattuto, anche perché non s’era trovato il modo di liberarlo dalle tonnellate di amianto che lo infestavano. Liberato il campo, fu bandito un concorso per un’opera che facesse rivivere, ma con juicio, i tempi dei duchi di Brandeburgo, poi re di Prussia e infine imperatori del Secondo Reich inserendoli in una pacifica e riflessiva modernità architettonica. Il concorso fu vinto dall’architetto veneziano Franco Stella, il quale dovette inventarsi qualcosa che facesse i giusti conti estetici e culturali con l’imponenza un poco sgraziata del grande edificio cui s’era cominciato a lavorare nel 1442 per ordine di Federico Dente di Ferro, margravio di Prussia e Grande Elettore del Sacro Romano Impero, s’era ricominciato daccapo nel XVI secolo per volere d’un altro margravio, Gioacchino, e poi s’era continuato per secoli, nei vari stili che si erano succeduti fino alla forma definitiva ideata dal grande architetto barocco Andreas Schlüter per l’ultimo dei duchi e il primo re di Prussia Federico I.

Il Forum di Humboldt

I lavori per la realizzazione del progetto di Stella si sono conclusi qualche mese fa, appena in tempo per sfuggire ai lockdown a ripetizione imposti dal Covid e il complesso del castello ricostruito su cui si “poggia” una bianca struttura moderna è stato battezzato come Humboldt Forum in omaggio del naturalista, geografo, esploratore, botanico, etologo, insomma scienziato di tutte le scienze Alexander von Humboldt: un genio poliedrico cui è dedicata l’università berlinese e che ha in Germania la stessa considerazione che noi abbiamo per Leonardo da Vinci.

Il Forum, che è stato inaugurato in forma solo virtuale qualche giorno fa e che può essere visitato in web (https://www.humboldtforum.org/en/) copre una superficie di 30 mila metri quadri comprende due piazze interne che resteranno aperte giorno e notte, una spettacolare balconata sulla Sprea, un foyer, collocato subito dopo l’entrata monumentale del castello, in cui si erge il Kosmograf, una torre mediatica sulla quale scorrono immagini e informazioni sulla storia e la vita culturale della capitale tedesca. Dietro, una sala delle sculture ospita le figure in pietra arenaria che ornavano a suo tempo la facciata del vecchio edificio e una serie di grandi schermi in cui si potrà avere un’idea dello sviluppo del sito nei secoli. Al primo piano sono sistemate una mostra sulla città e un laboratorio interattivo, curato dal personale dell’università, sui problemi del clima, della conservazione dell’ambiente e sugli effetti della globalizzazione.

Il Kosmograf nel Humboldt Forum

Oltre a diversi ambienti per esposizioni temporanee e aule per le facoltà universitarie, ci sono poi due grandi sale in cui, forse già dall’anno prossimo, dovrebbero essere sistemati circa 20 mila oggetti provenienti da Africa, America, Asia e Oceania. Si tratta delle collezioni che ora sono ospitate nel Museo etnologico e in quello dell’arte asiatica di Berlino e in altri piccoli musei sparsi per la Repubblica federale. Nella brochure di presentazione del futuro museo viene precisato che l’allestimento “tratterà anche le circostanze” in cui gli oggetti esposti sono stati sottratti alle comunità indigene, “affrontando con ciò la complessa storia del colonialismo, i cui effetti durano ancora oggi, e il ruolo che in essa ha avuto l’Europa”.

Ottimo proposito che dovrebbe contribuire a sfatare un mito consolatorio propagato da una certa storiografia germanica secondo la quale le guerre coloniali del Reich bismarckiano e la dominazione tedesca in Africa sarebbero stati meno cruenti di quelle britanniche, francesi e italiane. Un mito del tutto senza fondamento, come hanno dimostrato le recenti acquisizioni storiche sulla rivolta degli Ottentotti nel possedimento tedesco dell’Africa del Sud Ovest (Namibia) negli anni ’90 del XIX secolo e soprattutto, tra il 1905 e il 1906, la durissima repressione degli Herero da parte delle truppe coloniali comandate, per incarico personale del Kaiser, dal generale Lothar von Trotha, autore di quello che molti considerano il primo genocidio del secolo scorso.

Quello che i tedeschi hanno fatto dal 1933 al 1945 aveva, forse inevitabilmente, oscurato il ricordo di quelle infamie africane. Ma anche rispetto a quel capitolo di storia ben venga tutto quello che aiuta la Vergangenheitsbewältigung. Parola lunghissima e importante.