Ritrovare senso e ruolo dell’umanità

Che cos’è un uomo? Forse invece di continuare a rincorrere Salvini – e i suoi tanti compagni di strada della destra montante – sul terreno dell’improvvisazione e dell’eccesso che si è scelto come quotidiano campo d’azione bisognerebbe porgli questa domanda. Magari in uno dei tanti talk show cui  sempre più spesso invitato: Che cos’è uomo? Solo dopo a ruota, che cos’è un italiano, un americano, un tedesco, un ceco, un ungherese, un migrante? E infine che cos’è un bambino? Perché lì persino Salvini e la sua protervia sembrano con furbizia arrestarsi. Come di fronte ad un ultimo tabù che non sembra ancora opportuno violare. Persino Trump è stato costretto a fare un passo indietro.
Insomma il modo migliore per incalzarlo, smascherarlo e allo stesso tempo riflettere sulla deriva che stiamo vivendo è prenderla alla lontana. Provare a disinnescare la affannosa rincorsa che ci porta a dar titolo di cause della nostra sofferenza e del nostro disagio di laici di sinistra a quelli che almeno a me sembrano solo effetti di una mutazione più profonda e pericolosa. Di una rimozione collettiva che riguarda, almeno per il mondo occidentale che si è lasciato alle spalle gli orrori del nazismo ma non le vittime dell’eterna banalità del male,  proprio quella domanda centrale, che cos’è un uomo?
Perché cos’altro se non il valore, che nella gerarchia dei valori attribuiamo al senso e al ruolo dell’umanità, può consentirci di misurare il predominio della finanza, lo strapotere della tecnologia, la robotizzazione del lavoro, il rigetto delle ideologie, il trionfo postmoderno e gli abbagli del pensiero debole, il crollo della politica, giù giù fino ai travagli della cronaca quotidiana?
Di giudicare ad esempio come causa e non come semplice effetto della crisi attuale la rivoluzione che ha investito il nostro modo di comunicare. Soppesarne rischi e vantaggi. Quasi mezzo secolo fa Marshall Mac Luhan, nell’affrontare l’universo delle comunicazioni di massa, aveva coniato un ammonimento, a mio avviso ancora illuminante: il medium è il messaggio. Partiva dal telegrafo per arrivare, alla radio e alla tv. Internet non era ancora arrivata. Straordinaria, inarrestabile e irrinunciabile invenzione, la Rete sta accreditando il sogno di un mondo senza confini. Ma allora perché questo traguardo di radiosa globalizzazione sta partorendo il contagio di una spinta così forte ad erigere muri, barriere, a trincerarsi ed arroccarsi dietro scudi da medioevo prossimo venturo? Minacciando i presupposti stessi della democrazia rappresentativa che, nonostante i suoi difetti, resta la bussola e il cardine di tutte le costituzioni del mondo occidentale?
Perché nelle sue applicazioni la comunicazione in Rete neutralizza gli effetti benefici di quella domanda di partenza: Che cos’è un uomo. E le responsabilità che ne derivano. Un po’ per la maschera d’anonimato che ognuno in Rete è abilitato se vuole ad indossare. Un po’ perché essere presente in Rete è già in se un attestato gratificante d’esistenza che ti invita allo sfogo ma ti assolve dal motivare e argomentare i tuoi giudizi. L’importante è accettare l’obbligo della velocità che regola il tempo e la funzione di questi scambi. E’ così che per la prima volta, uno dei nemici più insidiosi per la democrazia, la cosiddetta maggioranza silenziosa, ha trovato voce. E la voglia mai così intensa di farsi sentire.
 E’ il pubblico che Salvini eccita e corteggia. Un tribunale incline al linciaggio e capace di ogni infamia. Guai se a qualcuno venisse in mente di invitarlo a pronunciarsi sulla pena di morte. La proposta sarebbe già legge. Perché la maggioranza silenziosa è un incubatrice di rancori e paure atomizzate, svincolate dal confronto, mediazione con ogni logica di comunità. E tra le paure, la più forte, è quella della morte. La morte propria, non quella degli altri, tutti quelli che sono o appaiono come nemici: da qui nasce anche la proposta di estendere a dismisura il concetto dell’uso delle armi per legittima difesa.
Già, la paura della morte. Ecco un’altra delle cause delle regressione culturale che stiamo vivendo. Paradossalmente rafforzata da una svolta epocale, il vorticoso aumento nei paesi del benessere delle aspettative di vita. Vivere più a lungo ha consegnato a molti una sorta d’illusione di immortalità, che a sua volta più che alimentare sani e legittimi desideri d’investimento moltiplica le ansie: la propria vita come una proprietà a rischio e la morte non come una conclusione inesorabile ma un’ingiustizia, uno scandalo, un’eresia, un fantasma da esorcizzare. Come? Sì anche chiudendo i rubinetti della memoria, agevolando quella rimozione della Storia che è altro frutto dei tempi generato dalla fine delle ideologie e di ogni narrazione possibile decretata dalla narrazione vincente del mercato e del neocapitalismo.
Una società invecchiata vistosamente. E invecchiata male. Perché incalzata dall’ossessione della perdita l’età adulta non è più – salvo eccezioni – una stagione di saggezza, che riequilibria e riancora alle tradizioni e ai ricordi le salutari fughe in avanti, le sacrosante ribellioni dell’adolescenza e della gioventù. Il trionfo di Saturno, direbbero gli psicanalisti, non nel suo volto positivo di moderatore ma nel suo impeto distruttivo di padre che per timore di essere detronizzato divora i suoi figli.
Il tradimento dei padri e dei nonni si rispecchia in un altro tradimento più disastroso, quello delle generazioni più giovani, che per anni, almeno qui in Italia, si sono rassegnate alla loro emarginazione sociale, i più privilegiati ad una rendita di posizione che la crisi economica ha sempre più intaccato.
Una sola massiccia eccezione: quella dei migranti. L’unica vera voce di rivolta generazionale dei nostri tempi. Pensate all’età di quelli che affrontano la fuga dai paesi in guerra o da orizzonti di miseria senza riscatto. Alla vitalità del sogno, delle speranze che incarnano. E al modo con cui affrontano la morte. Deserti, prigioni, torture, sevizie e poi un viaggio in mare che è più di un azzardo. Guidati a volte da un dio consacrato, a volte da un dio sconosciuto, a volte solo dal comando segreto della Specie. Che cos’è dunque un uomo?