Bicentenario, ritorno a Karl Marx
alla prova della globalizzazione

Le iniziative per il bicentenario della nascita di Karl Marx hanno ribadito la vitalità e l’importanza di questo grande classico del pensiero europeo. A Pechino, lo scorso maggio, un simposio mondiale ha visto la partecipazione di numerose delegazioni, tra cui, particolarmente affollata, la rappresentanza delle università americane. Se la mastodontica statua donata dai Cinesi alla città di Treviri, svelata il 5 maggio alla presenza di Jean-Claude Juncker, ha sollevato discussioni e polemiche (alcune pretestuose, come quelle della “Fondazione in memoria delle vittime del comunismo”, tendente a scaricare sul pensiero di Marx le colpe della storia successiva del comunismo), centinaia di iniziative hanno avuto luogo in Germania e in tutte le parti del mondo. Eccettuata la Russia, dove la “Rossiskaia Gazeta” ha còlto l’occasione per denigrare, piuttosto che celebrare, il filosofo tedesco, quasi tutti i paesi lo hanno ricordato con convegni e nuove pubblicazioni. In questo annus mirabilis la cultura italiana ha dimostrato ancora una volta di occupare una posizione di rilievo, con numerosi convegni di livello spesso elevato (basti per tutti menzionare quelli tenuti a Roma, Bergamo, Pavia) e con molteplici studi di valore internazionale, tra i quali un centinaio di volumi (ricorderemo solo le ricerche apparse nel 2018 di Musto, Finelli, Iacono, Burgio) e molti articoli, a cui presto si aggiungeranno gli atti di convegni e alcuni libri celebrativi (come quello, in corso di stampa, curato da Claudio Tuozzolo per l’editore Aracne).

Il bicentenario è intervenuto, d’altronde, in un momento particolare della “fortuna” di Marx, al termine di un decennio di progressivo recupero della sua lezione, di riscoperta della sua attualità, dopo circa venti anni di sostanziale rimozione. Se la sua opera aveva goduto di larga considerazione tra il 1968 e il 1987, anche se in forme che oggi non appaiono più credibili né feconde, tutto il periodo successivo, che ha accompagnato la deflagrazione del comunismo sovietico e la fine dei partiti comunisti europei, aveva rivelato i segni di una certa eclissi e di aridità ermeneutica. Ma la crisi dell’economia mondiale, il nuovo livello conseguito dalla globalizzazione e le sue ripercussioni sulla sfera democratica, hanno riproposto le diagnosi di Marx come una lettura decisiva dell’epoca moderna, come un giudizio tuttora insuperato sul destino del capitalismo e delle forme politiche a esso conformi. Si intravede, perciò, un Marx per molti versi inedito, che non è più quello della Seconda Internazionale (intriso del positivismo e del determinismo di fine secolo) né della Terza Internazionale (via via irrigidito in una ortodossia soffocante) né quello che vi si contrappose negli anni Settanta e Ottanta del Novecento, spesso dedotto dal filosofo umanista degli scritti giovanili. Il “ritorno a Marx” (formula quanto mai vaga e ambigua, che sempre indica l’esigenza di uno scatto in avanti e di un marxismo originale) esprime la duplice domanda di un maggiore rigore nella lettura dei testi, di una nuova filologia, e di uno sforzo teorico per l’elaborazione di una critica del capitalismo adeguata ai tempi in cui viviamo.

In primo luogo, dunque, la capacità di connettere il Marx teorico con la biografia intellettuale, con l’opera incessante del rivoluzionario che, dall’angolo visuale di una prassi quotidiana, osservò la società europea del proprio tempo. Un Marx calato nella temperie del secolo, le cui opere non assumono l’aspetto di un freddo “sistema” ma la fisionomia di un work in progress mai davvero compiuto, che cresce con i travagli della vita e dell’epoca. Per questo la filologia (qui come altrove, secondo il migliore insegnamento di Edward Said) diventa lo strumento metodico più penetrante, quello che meglio consente di entrare in contatto con lo strato profondo delle sue idee. Anche le opere maggiori, come il Capitale, si rivelano come il risultato provvisorio di una larga messe di appunti, di lettere, di schede di lavoro, che solo ora, grazie alla pubblicazione di numerosi inediti, cominciano a essere conosciuti e utilizzati. Questo è il significato, per molti versi straordinario, dei nuovi volumi della seconda MEGA, iniziata nel 1975 e destinata, con i 244 tomi attualmente previsti, a segnare un punto fermo nella tormentata vicenda delle edizioni marxiane, dopo la prima MEGA avviata nel 1927 da Rjazanov e la MEW promossa nel 1957 nella Repubblica democratica tedesca. Affiancata da istituzioni e pubblicazioni di primo ordine, come la “InternationaleMarx-Engels-Stiftung” di Amsterdam, le “MEGA-Studien”, il “Marx-Engels-Jahrbuch”, la ristrutturazione del “Karl-Marx-Haus” di Treviri e la “Marx-Gesellschaft” di Francoforte, questa iniziativa editoriale manifesta di anno in anno un altro volto di Marx, duttile e davvero contemporaneo, rispetto a quello dogmatico e ossificato della tradizione. Anche in questo caso gli eventi del 1989 hanno prodotto una svolta rilevante, portando le edizioni di Marx oltre ogni residuo ideologico e scolastico; e anche in questo caso la presenza degli studi italiani è stata costante e significativa, dall’attenzione prestata subito da autori come Gian Mario Bravo e Bruno Bongiovanni fino alle recenti ricerche di Roberto Fineschi e Giovanni Sgro’ e agli sforzi in atto per la ripresa e il completamento dei 50 volumi di Opere complete di Marx ed Engels, avviati nel 1972 dagli Editori Riuniti e mai completati.

Attraverso nuovi criteri editoriali e grazie ad aggiornati metodi filologici emerge un Marx sconosciuto o misconosciuto, diverso da quello che il passato ci aveva consegnato. Sul piano teorico è sempre meno un Marx sistematico e sclerotizzato, sempre più un Marx legato al proprio (e al nostro) tempo, studiato nell’opera di critica del capitalismo e di costruzione delle forze organizzative del socialismo moderno. Per almeno tre aspetti la sua lezione appare tuttora irrinunciabile. In primo luogo sul terreno filosofico, non più e non tanto per la dottrina dell’alienazione e per una certa mitologia che proliferò intorno ai suoi scritti giovanili, quanto per la precisa indicazione, a partire dalle ThesenüberFeuerbach, di una originale filosofia della praxis, ossia di una critica radicale della tradizione speculativa, nelle forme del materialismo e dell’idealismo, e della enucleazione del principio del lavoro umano, che trovò poi in Italia, grazie alla lettura di Antonio Labriola, la espressione forse più nitida. In secondo luogo per la diagnosi precoce e penetrante dello sviluppo della modernità, con la chiara determinazione del modo di produzione capitalistico come processo di unificazione economica dell’umanità, di cui verifichiamo oggi, nell’epoca della dispiegata globalizzazione, la sostanziale esattezza. Infine dobbiamo a Marx il chiarimento dell’orizzonte di senso e dello sfondo oggettivo al cui interno si colloca, nella modernità avanzata, il conflitto sociale e la costruzione dei relativi attori. Il principale contributo di Marx alla storia del movimento operaio consiste proprio, come scrisse Labriola, “nell’intelligenza della sua necessità storica”.

Per tali aspetti l’eredità di Marx appare enorme e la sua ricerca è un sicuro punto di riferimento, una base ineludibile, per la definizione di una teoria all’altezza dei nostri tempi. Ma non si tratta di tornare a Marx in forma letterale, bensì di svilupparne la lezione e di adeguarne l’insegnamento alle sfide del presente. Il processo di unificazione economica dell’umanità, diagnosticato da Marx, è ormai compiuto; e irreversibile appare la crisi della dimensione nazionale come scala appropriata della decisione politica. Un processo, quello di globalizzazione, che dalla fine del secolo decimonono ha generato antinomie più aspre di quelle stesse previste da Marx e bene sintetizzate da Gramsci nella contraddizione tra cosmopolitismo dell’economia e nazionalismo della politica, con cui egli spiegò il ritmo drammatico del Novecento e che, per molti versi, appartiene ancora a noi. Più la globalizzazione dell’economia avanza, più il sovrano politico reagisce in forma di chiusura, di irrigidimento dei confini e persino di guerra generale, non trovando fra le proprie mani lo strumento adeguato per governare le dinamiche transnazionali degli interessi. Gramsci completò e complicò la diagnosi di Marx sul destino del capitalismo, elaborando sempre più e sempre meglio (fino al concetto di “egemonia civile”) una tesi che, presto dimenticata, si trovava al fondo del Manifesto dei comunisti, dove Marx (nel secondo capitolo) aveva parlato della “ErkämpfungderDemokratie” (“conquista della democrazia”) come compito prioritario del movimento operaio, rinviando perciò al brano decisivo in cui aveva spiegato che “die ArbeiterhabenkeinVaterland” (“i lavoratori non hanno patria”) ma che, proprio per questo, il proletariato “sichzurnationalenKlasseerheben, sichselbstalsNationkostituierenmuß” (“deve elevarsi a classe nazionale, costituirsi esso stesso come nazione”): in una forma ben più articolata rispetto a quanto accadrà nei dogmi della Seconda Internazionale, Marx indicava al movimento operaio il compito della costruzione della democrazia, già enucleando il vero nodo di tutta la storia del socialismo e del comunismo successivi, la singolare antinomia di un soggetto mondiale che costruisce in linea di fatto gli ordini democratici, emancipando donne e uomini da secolari ineguaglianze, impegnando però tutta la sua vicenda nel difficile percorso di un riconoscimento esplicito del proprio risultato storico. L’antitesi di fondo tra capitalismo e democrazia, il significato rivoluzionario della costruzione democratica, venne intuito da Marx, che appunto indicò al movimento operaio la strada della “conquista della democrazia”, ma fu presto dimenticato, specie di fronte alla minaccia concreta dei fascismi.

Inoltre Marx chiarì, come si diceva, l’orizzonte di senso e lo sfondo oggettivo del conflitto moderno e degli attori sociali, ma lasciò al marxismo futuro il compito di elaborare una vera e propria teoria della costituzione della soggettività politica. Le tesi della “proletarizzazione” progressiva della società civile e della polarizzazione del conflitto di classe, che trovò una smentita già nell’epoca della rivoluzione d’ottobre, sarebbe crollata di fronte all’affermazione di una società dell’informazione e della tecnologia, con una complicazione sostanziale della dialettica sociale e, in particolare, della figura del lavoro e della fonte di produzione di merci e di valore. Se Marx aveva saputo indicare la prospettiva del conflitto moderno nella lotta tra capitale e lavoro, gli sviluppi globali del capitalismo inauguravano il problema, che il marxismo non riuscì a gestire compiutamente, di un soggetto che doveva essere elaborato in termini politici e non soltanto trovato sul terreno dell’analisi sociologica. La fabbrica, in sostanza, cessava di rappresentare il fulcro del processo di valorizzazione e del progresso storico e il concetto di lavoro si segmentava e riarticolava in figure altrimenti complesse. La grande fortuna che ha avuto, in tutto il mondo, il concetto gramsciano di “egemonia” dimostra la necessità, per il movimento operaio, di reinventare la teoria della propria soggettività, assegnando all’iniziativa politica una funzione democratica che Marx, nelle intuizioni geniali del suo tempo, non avrebbe potuto consegnarci.