Rito e mito, le radici
del nostro Capodanno

Fra il Capodanno melanesiano e il Natale cristiano vi sono parallelismi ben più che formali, data la soggiacente religiosità agraria su cui il Natale cristiano si è sviluppato e dato altresì il comune ruolo inteso a celebrare la fine ed il reinizio di un anno originariamente agronomico (e di un anno solare-agronomico, per il Natale). Ad una corrispondente religione agraria appartiene il Capodanno delle Figi, funzionalmente legato alla fine e al reinizio del ciclo lavorativo. La sovrapposizione del Natale cristiano sul Capodanno figiano non è che una replica in campo missionario della prima sovrapposizione venuta nel mondo antico occidentale del Natale su un Capodanno solstiziale pagano.

Il Capodanno è rito di fondazione, anzi di rifondazione periodica del ciclo vitale, del mondo, dell’ordine cosmico. Ripete il contenuto del mito corrispondente, cioè la catastrofe mitica e la sua palingenesi. Il Capodanno realizza la rigenerazione dell’ordine cosmico e umano attraverso il disordine che è crisi. In virtù di esso la collettività si fa avanti fidente verso i nuovi compiti incombenti, di lavoro produttivo e fecondo.

Tra gli eschimesi per contro l’inverno limita duramente le attività di caccia e pesca, essenziali alla vita sociale. Perciò in tale stagione si acuiscono come non mai i rischi di carestia e fame. Oltreché con le ragioni suddette di rischiosità esistenziale, l’intensificata vitalità religiosa invernale sta peraltro in rapporto con una forzata riduzione dell’attività lavorativa e produttiva. L’insistente ricorso alla vita mitico-rituale in inverno va messo in rapporto con la ridotta tensione lavorativa che il periodo comporta e che, unitamente con quella autentica criticità esistenziale dovuta ai rischi di penuria e di fame, concorre tipicamente ad aprire nell’uomo un’esperienza di crisi, in definitiva l’esperienza del “sacro”.

I riti calendariali dei cacciatori-raccoglitori stanno su un piano storico-culturale nettamente differenziato rispetto alle feste di Capodanno di civiltà coltivatrici. Qualunque rito di Capodanno ha due aspetti fondamentali, uno è l’aspetto eliminatorio, l’altro è inaugurativo. Nei riti degli Andamanesi e dei Fuegini della Terra del Fuoco il momento eliminatorio prevale. In essi gli indigeni sanciscono in forma solenne la chiusura dell’anno. Viceversa il momento inaugurativo prevale ad esempio nei riti di Australiani, Boscimani, Pigmei, Eschimesi. Sono riti di fondazione dell’anno, e sostanzialmente mirano a instaurare le condizioni psicologiche idonee ad attendere con piena fiducia l’abbondanza, la fertilità della terra, la ricchezza di selvaggina, proprio quando lo spettro della carestia – nella stagione del rito – preme angustiosamente.

Il Capodanno dei cacciatori-raccoglitori è un’orgia di danza. Nell’esaltazione rituale si riattano i miti di fondazione degli alimenti e del mondo. È una deliberata ricerca di esaltazione e di “evasione” (Boscimani e Pigmei ingeriscono bevande o “medicine” eccitanti; tra gli Eschimesi si adottano le tecniche sciamaniche). È un’orgia di rumori (Andamanesi). È insomma una “festa” in cui tutto concorre a determinare l’uscita dal mondo degli uomini e il loro ingresso in un mondo miticamente e ritualmente ricreato. Il momento nel quale ricorre la festa dei coltivatori è quello dell’abbondanza e del benessere al più alto grado. Mai come allora la lotta per vivere – contrariamente a quanto accade per i cacciatori – è più decisamente in attivo. La festa degli agricoltori è un’orgiastica ostentazione del prodotto, un’orgia alimentare e sessuale.

Mircea Eliade coglie perfettamente nel segno quando individua nella festa di Capodanno, a qualsiasi livello culturale, un complesso religioso di rigenerazione. E la rifondazione del ciclo vitale è un tema proprio dei livelli agricoli non meno che dei livelli della caccia-raccolta, della pesca, della pastorizia.

(Vittorio Lanternari, “La grande festa. Vita rituale e sistemi di produzione nelle società tradizionali”, 1959)