Rischia di partire male
il piano italiano per
spendere i fondi Ue

Con la positiva conclusione del Vertice europeo del 10 e 11 dicembre si può dire che il “grande piano” per rilanciare l’Europa e le economie dei suoi Stati membri dalla crisi provocata dalla pandemia adesso è una realtà.

Parte la più grande innovazione politica e finanziaria attesa da decenni. L’Unione europea, creando debito comune, fa una scelta nel segno della solidarietà, mettendo da parte l’ultradecennale politica di austerity.

L’approvazione del Quadro finanziario pluriennale 2021-2027 e del Next Generation EU da parte del parlamento europeo è scontata dopo che esso ha ottenuto, nel serrato negoziato degli ultimi cinque mesi trascorsi dallo storico Consiglio europeo del 21 luglio, due importanti risultati. Il primo, l’aumento del bilancio pluriennale di ulteriori 16 miliardi, destinati a programmi molto conosciuti dai cittadini europei tra i quali Orizzonte Europa (ricerca), InvestEU (imprese), Erasmus (studenti e giovani), EU4Health (salute). Adesso nei prossimi sette anni nel QFP saranno disponibili 1085,3 miliardi di euro (che fa due miliardi in più del precedente bilancio pluriennale a 28 con la Gran Bretagna!).

Il secondo risultato riguarda la condizionalità nell’uso dei fondi comunitari, ora prevista in caso di violazione dei princìpi e dei valori dell’Unione (art. 2 TUE), dello Stato di diritto e della democrazia da parte di uno degli Stati membri.

Quattro linee strategiche

Il compromesso raggiunto al Consiglio europeo per sbloccare la situazione rispetto al no dei sovranisti polacchi e ungheresi è stato commentato in modo diverso dagli osservatori. Contano i fatti, tuttavia. Il Regolamento precedentemente definito dal Parlamento e dal Consiglio dei ministri UE non è stato toccato di una virgola. Diventerà legge nei prossimi giorni. La “Dichiarazione interpretativa” dei Capi di Stato e di governo, un documento politico, non potrà inficiarne le norme e le procedure definite. Il coinvolgimento della Corte di Giustizia è giusto. Toglierà alibi ai vari Orbán (compresi i sodali Meloni e Salvini) sulla dittatura delle “maggioranze politiche”.

In Italia, a sua volta si è sciolto il nodo, almeno per il momento della riforma del MES. Si trattava, ricordiamolo, di togliere il veto messo dal Governo Lega e 5S. La risoluzione approvata dal Parlamento italiano incastra il consenso nella prospettiva di una “radicale”, ulteriore, riforma, sino alla sua possibile comunitarizzazione, del MES e dice che di questo nuovo processo terrà conto il Parlamento in sede di ratifica della riforma attuale. Speriamo che questo non ci riservi nuove fibrillazioni e sorprese al momento della ratifica del Trattato al quale l’Italia ha dato il suo accordo.

L’attenzione può ora rivolgersi al Piano nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Stiamo parlando dei 196 miliardi previsti per questo piano, sul totale dei 209 che fanno parte dei 750 del Next Generation EU (in italiano, Prossima generazione UE) che si articola in sei strumenti finanziari di cui uno è, appunto, il PNRR. (repetita juvant: il Recovery Fund non esiste, se ne facciano una ragione editorialisti ed esponenti politici che continuano a parlarne).

Il Governo ha diffuso una bozza che ha fatto subito discutere, ha sollevato critiche (molte, tanto fondate quanto premature). In questa bozza su 125 pagine le prime 14 sono occupate dalla presentazione del Presidente Conte e da una lunga premessa.

Il PNRR individua quattro linee strategiche: Modernizzazione del Paese; Transizione ecologica; Inclusione sociale e territoriale; Parità di genere. Segue poi il riparto dei 196 miliardi dello Strumento di Ripresa e Resilienza che si articola nelle famose sei missioni:

  1. Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura
  2. Rivoluzione verde e transizione ecologica
  3. Infrastrutture per una mobilità sostenibile
  4. Istruzione e ricerca
  5. Parità di genere, coesione sociale e territoriale
  6. Salute

Chiari i titoli e l’infografica. E chiara la suddivisione per ciascuna misura degli stanziamenti, che seguono le linee guida indicate dalla Commissione europea (transizione ecologica, digitalizzazione, coesione sociale).

Sessanta progetti

Inutile però affannarsi a cercare gli altrettanto famosi 60 progetti di cui si è sentito dire, se con questa parola si intende l’identificazione puntuale di opere o interventi, le risorse necessarie alla loro realizzazione e, dove possibile, la localizzazione. Ci sono, invece, i cosiddetti cluster, contenitori, che andrebbero pure bene se fossero un contributo di presentazione abbastanza puntuale di quello che si vuole fare. Non sembra così. Un esempio. Al capitolo giustizia, che per l’appunto non è un progetto, sono dedicate molte pagine, copia-incolla della legge delega in ballo da quasi due anni. Qualche pezzo, si capisce a naso, è calato nella bozza per riproporre analisi note (qualcuno ha detto che finalmente sono state utilizzate le schede degli Stati generali!).

Poi se si cerca il capitolo giovani, si vede che ci sono due paginette (nel documento France Relance un piano di rilancio economico da 100 miliardi, che ingloba anche i 40 miliardi di sussidio del Next generation EU, sono dedicate al tema ben 54 pagine con l’indicazione di puntali azioni, sulle 294 totali).

Insomma, vista così la bozza, ci sarebbe da chiedersi su cosa eventualmente discutere e/o litigare in attesa di un doveroso approfondimento con parti sociali, Regioni ed enti locali e, in definitiva, il Parlamento. Quello al quale sembra ora avviarsi il governo. E però è stata la proposta di una task force (discutibile e arbitraria semplificazione della questione della governance), sbrigativamente attribuita a una richiesta della Commissione europea (che ha del resto smentito), a ingenerare sospetti e divisioni.

In realtà l’UE ha chiesto di indicare un Referente Unico per il PNRR, a cui evidentemente potrà far riferimento una squadra di tecnici ed esperti. Si tratta di una istanza politica. Per esempio in Francia, è stato indicato il Ministro dell’Economia Bruno Le Maire.

Si è rischiata una falsa partenza, dunque, aprendo una discussione e un confronto sterili, anziché concentrarsi sulle ambizioni del Piano, le sue priorità e proseguire con l’identificazione di progetti e specifiche iniziative (comprese le riforme in settori vitali come quelli della Pubblica Amministrazione o della giustizia civile). Operazione difficile perché si deve selezionare, coniugare innovazione, investimenti e capacità realizzatrice. Perciò, bisogna uscire presto da quello che, al momento, sembra avere aperto le porte ad uno scontro di potere.

Serve una grammatica della gestione

euro
Foto di angelo luca iannaccone da Pixabay

Le vere condizionalità per l’uso delle risorse disponibili sono, come indicato dalle linee guida europee: promuovere investimenti (quindi non si pensi ad un uso per spese correnti o coperte normalmente dal bilancio nazionale) e varare riforme. Ed è da tener in conto la regola che prevede che i rimborsi sulle spese del piano si faranno per tranche sulla base dell’effettiva realizzazione dei progetti e degli effetti in termini di crescita, benessere economico dei cittadini e dei territori. Una verifica dell’impatto macroeconomico delle azioni è prevista dalla bozza, ma sappiamo che questa dimensione è stata nei decenni passati una di quelle più trascurate nell’utilizzo dei fondi europei nel nostro paese.

Un contributo su questi aspetti, è arrivato da Fabrizio Barca e Mario Monti apparso domenica sul Corriere della sera. Al “linguaggio dei risultati” a cui tiene l’Unione europea deve seguire, dicono, la “grammatica della gestione”. Significa che non si può sprecare questa possibilità destinata a valere per i prossimi decenni e non si può quindi pensare di “prendere a prestito” sulle future generazioni.

La rivoluzione europea in risposta alla pandemia, non a caso, si chiama PROSSIMA GENERAZIONE UE.