Venti regioni, 20 politiche sanitarie. Va ripensato
il sistema nazionale

Disuniti alla meta. Ognuno per sé, a ogni livello: aziendale, comunale, provinciale, regionale (soprattutto regionale), europeo, mondiale. Chiunque ha un minimo o un massimo di potere lo esercita indipendentemente dall’altro, come se il nemico biologico non fosse unico e non debba essere unitaria la strategia per combatterlo. Come se non ci volesse una catena di comando che almeno coordini gli sforzi dal livello planetario a quello del più remoto villaggio e alla più minuscola azienda.

E invece, disuniti alla meta. Come se elevando mura in ogni fabbrica, comune, provincia, regione, nazione si potesse esorcizzare l’infezione. Ma quanto pensate possa reggere il lockdown totale nella nazione, nella regione, nella provincia A se nella limitrofa nazione, regione, provincia B si proclama il “rompete le righe”?

C’è un punto di riferimento internazionale in fatto di lotta alle pandemie: l’Organizzazione Mondiale di Sanità (OMS), un’organizzazione nata nel 1948 proprio per dare al mondo un governo planetario della salute. Ma vi sembra questo il momento di tirarle un calcio negli stinchi, come sta facendo Donald Trump, il presidente degli Stati Uniti, la nazione che proprio per mancanza di una efficiente organizzazione sanitaria sta subendo le conseguenze maggiori della crisi da coronavirus?

Test “regionali”

Ma restiamo in Italia. Gli ultimi esempi della frammentazione dell’azione sono la corsa ai test sierologici che tutte le regioni stanno inseguendo con obiettivi e metodologie diverse, proprio mentre il governo nazionale sta per varare un proprio programma? Ma davvero c’è qualche uomo delle istituzioni che pensa che dalla confusione possa nascere qualcosa di buono per il proprio pezzo di paese? Tra l’altro andrebbe ben specificato che i test sierologici sono uno strumento ottimo per l’analisi epidemiologica – perché fotografa le condizioni di una comunità – ma non per una diagnosi individuale, perché nessuno dei test è ancora sufficientemente sicuro: l’errore è ancora grande e non c’è alcuna possibilità di indicare con sufficiente certezza chi è sano e immune da chi non lo è.

E che dire di regioni – una per tutte, la Lombardia – che un giorno chiedono e decidono la chiusura più ferrea e il giorno dopo sono pronte a dichiarare la ripartenza, che significa via libera a tutte le unità produttive? Che dire di quelle regioni – Lombardia sempre in primis, ma anche altre – dove a decine di migliaia le aziende non hanno mai chiuso, mentre si impediva (e si impedisce ancora) ai bambini di prendere una boccata d’aria vicino casa?

Venti politiche sanitarie diverse

Ecco, la prima, chiara lezione che abbiamo appreso dal contrasto a questo virus ancora sconosciuto è che non è possibile andare in ordine sparso. Che lo Stato centrale – come prevede la Costituzione, Sabino Cassese dixit – ha il potere (ha il dovere, aggiungiamo timidamente noi) di avocare a sé il comando delle operazioni in caso di minacce gravi come una pandemia, sottraendo alle regioni le possibilità di fare ciascuna a modo suo. Comando unico non significa imposizione dall’alto, ma decisioni prese insieme ma vincolanti per tutti.

ospedale riminiNel medio, lungo periodo dovrà essere rivista anche la fisiologia della politica sanitaria nel nostro paese. Non è possibile avere, come è oggi di fatto, venti diverse politiche regionali che non sono in grado di assicurare neppure i LEA (livelli essenziali di assistenza) uguali per tutti, dalla Vetta d’Italia a Capo Passero. La salute è un diritto. E tutti gli italiani hanno diritto ad accedere ai medesimi livelli di assistenza.

Così non è, oggi. Tra la Vetta d’Italia e Capo passero questo diritto ha declinazioni affatto diverse. E inaccettabili.

Ma anche le regioni che hanno la percezione di essere tra le più efficienti, in questo caso hanno mostrato lacune incredibili. Basti pensare alle tragedie vissute dai nostri anziani nelle RSA un po’ in tutto il paese, da Milano a Lecce, dalle regioni più ricche a quelle più povere.

Ricerca, formazione, organizzazione

Che fare, dunque, per non farci cogliere impreparati dalla prossima pandemia? Tralasciamo la componente internazionale (europea, globale) del problema, che pure è una priorità. Concentriamoci ancora una volta sull’Italia. Beh, la prima cosa da fare è chiara: agire su tre fronti, quello della ricerca, quello della formazione e quello dell’organizzazione.

Sono decenni che una minuscola e non sufficientemente combattiva minoranza va sostenendo che la fiducia che il paese riversa nella scienza – leggi, in primo luogo, ma non solo, investimenti – è drammaticamente poca. Questa mancanza di fiducia (e, dunque, di investimenti) pesa sull’economia italiana. Da oltre trent’anni ogni anno paghiamo almeno un punto di PIL di ritardo rispetto alla media dei paesi europei.

Ma questa mancanza di fiducia ha effetti anche sulla nostra capacità di rispondere a emergenze sanitarie in maniera organica, pronta ed efficiente. Il nostro paese ha ottimi ricercatori, di valore mondiale, ma sono troppo pochi e troppo isolati.
Non basta avere, d’altra parte, una struttura di ricerca di assoluto livello. Gli Stati Uniti hanno la migliore al mondo, ma sono quelli che in questo momento hanno le maggiori difficoltà ad affrontare CONVID-2019.

Occorrono gli altri due strumenti cui accennavamo prima. In primo luogo la formazione di un numero sufficiente di medici e operatori sanitari qualificati. Sono mesi – sono anni – che la domanda di medici e di operatori sanitari qualificati da parte del sistema sanitario pluri-regionale italiano (è sempre più difficile definirlo nazionale) non è soddisfatta dall’offerta. Sono pochi i giovani che si laureano in medicina (e sono tanti quelli che preferiscono andare all’estero), sono pochissimi quelli cui è dato accedere ai corsi di specializzazione. La carenza è tale che nei mesi precedenti la pandemia molte regioni hanno dovuto richiamare in servizio i pensionati. E in questo momento ci sono di aiuto sia i medici che vengono dalla Cina, dalla Russia, dall’Ucraina, da Cuba sia i giovani laureati che sono stati chiamati in servizio senza adeguata preparazione e senza passare per l’esame abilitante (e inutile) dell’Ordine. Evidentemente non bastano né gli uni né gli altri. Occorrerebbe personale specializzato che non abbiamo. Anche qui si tratta di investire di più sia nel sistema sanitario nazionale (e sottolineiamo nazionale) sia nell’università.

Già, investire nel sistema sanitario nazionale. Significa più ospedali e meglio attrezzati (per esempio, portando il numero di rianimazioni per milione di abitante al livello tedesco, il che significa quadruplicare il numero di quelle presenti a gennaio). Ma significa anche accrescere la presenza e la qualità dei presidi territoriali. Oggi, in piena epidemia, non sono in difficoltà solo le persone affette da COVID-2019, ma anche quelle che accusano altre patologie, meno gravi e anche più gravi.

Ci aspettiamo che questi tre elementi siano parte importante del nuovo piano di sviluppo che il governo dovrà (speriamo stia già) approntando per il dopo emergenza. Investire in maniera massiccia (non basta lo zero virgola, per intenderci) nella ricerca, nell’università e nella sanità è uno dei modi migliori per recuperare il terreno perduto e far entrare l’Italia nell’economia e nella società della conoscenza da cui siamo da troppo tempo fuori. Una sostanziale assenza che è causa di molti dei nostri mali, economici e anche sanitari.