Bettini: “C’è troppo
silenzio sul ruolo
dell’Università”

Una lettera aperta al ministro dell’Università Gaetano Manfredi che è rimasta senza risposta. Gliela ha inviata, tramite stampa, Maurizio Bettini, uno dei più noti classicisti italiani e direttore del Centro Antropologia del mondo antico.

“Gentile ministro Manfredi, durante questo periodo di confinamento lei ci è un po’ mancato”: strano che una lettera aperta inviata, via stampa, al ministro parta dichiarando la sua mancanza. Sembra l’attacco di una lettera d’amore…                 

“Sì, in effetti è un attacco un po’ confidenziale. In questi mesi di chiusura è aumentato in tutti noi il bisogno di solidarietà. Così come è scattata una reazione di ‘appartenenza’, manifestata per esempio dalle innumerevoli bandiere tricolori o scritte patriottiche comparse in tutte le città. Anche in me è scattata una reazione, e un bisogno, di appartenenza: dato però che non sono un nazionalista, tanto meno un identitario, mi sono sentito di ‘appartenere’ non alla nazione italiana o alla mia regione, piuttosto all’istituzione cui ho dedicato tutta la mia vita: l’Università. E a questo punto mi sono chiesto, come mai chi la rappresenta, chi la dirige, non si fa mai vivo con noi?”

Maurizio Bettini

Il silenzio del ministro è attribuibile solo a una sua ritrosia nell’intrattenere rapporti con i media? Poteva, comunque, trovare forme più tradizionali per parlare alle stesse componenti della comunità universitaria che ha vissuto l’allontanamento dai luoghi dello studio e della ricerca.

“Questo fenomeno può semplicemente essere dovuto al carattere del Ministro, che non conosco di persona. Però noto anche che da molti anni a questa parte all’interno di tutta la comunità universitaria i rapporti si sono fatti più formali, più schematici: questionari da riempire, formulari da redigere, curricula, disposizioni, adempimenti e così via. La comunicazione è cambiata e con lei stanno cambiando i “costumi” che caratterizzano la vita universitaria. Il medium è il messaggio, lo sappiamo: a forza di intrattenere comunicazioni che – sia in senso orizzontale che verticale – sono prive di empatia, di fantasia, e soprattutto in cui la cultura (che pure le Università sono chiamate a produrre) è stata sostituita dalla burocrazia, anche nel linguaggio usato, il “messaggio” che si riceve è: adesso l’Università è questo, è sufficiente adempiere alle norme.”

Questo silenzio, di fronte al gran parlare della ministra della scuola, accredita secondo lei l’idea che, in Italia, istruzione ed educazione siano sinonimo dei soli primi tre cicli, inducendo l’opinione pubblica a sottovalutare la formazione universitaria. Cosa succede se si afferma questa tendenza?

“Non dimentichiamo mai che un paese ignorante rischia inevitabilmente di fare anche scelte politiche negative, autolesive, senza avere la possibilità di rendersene conto. Tornando alla domanda, però, voglio semplicemente ricordare che l’Università non è una cosa diversa dalla scuola, non è il segmento di lusso della medesima. L’Università è scuola, ne fa parte integrante a tutti gli effetti. Per questo mi sento a disagio quando sento parlare continuamente dei primi tre cicli e mai dell’Università. Mi imbarazza dire una banalità come questa, ma ricordiamoci che l’Università costituisce se mai il segmento più delicato della formazione perché è quello che ci garantisce la presenza dei futuri medici, ingegneri, economisti, scienziati, giuristi e così via: ossia quelle fasce della popolazione che sono in grado di progettare, dirigere, amministrare, insomma affrontare tutti quei problemi (e un paese moderno ne pone tantissimi) che senza una adeguata preparazione semplicemente non si vedono, lungi dal poterli risolvere.”

Ha notato che c’è stato il ritorno sulla scena della scienza e della cultura, “dopo anni in cui si era fatta l’apologia dell’ignoranza, dell’uno vale uno. del parla come mangi”. Cosa può esser fatto perché si possa bloccare il ritorno al’analfabetismo?

“Sarebbe fondamentale che la si facesse finita con l’autorizzazione, anzi l’esortazione all’ignoranza, che proviene invece da molti dei nostri politici, da una parte del mondo dei media e dello spettacolo e così via. Questo implicherebbe però, prima di tutto, una presa di coscienza di che cosa significa avere “autorità”: cioè capacità di influenzare il pensiero altrui, di modificare i comportamenti degli altri con il proprio. L’autorità è una materia tanto impalpabile quanto potente, e non bisogna pensare che ad averla sia solo il sindaco o il prefetto. Di una qualche forma di autorità, anche molto più grande di quella del sindaco o del prefetto, godono tutti coloro che, come dicevo, sono in grado di influire, modificare, il pensiero e il comportamento altrui. Solo che l’autorità (a tutti i livelli, in tutte le forme) esige in primo luogo responsabilità: l’autorità (di qualsiasi tipo) esercitata senza responsabilità, diventa una forma di immoralità. Per questo motivo quando si gode di posizioni di “autorità”, nel senso che ho detto, autorizzare l’ignoranza, anzi esortare ad essa con le parole, i comportamenti, i giudizi, costituisce un atto immorale perché si fa del male ai propri concittadini: rendendoli incapaci di affrontare i problemi politici, sociali, economici e soprattutto umani che la nostra società ci pone.”

Uno dei tempi ricorrenti nel dibattito pubblico sull’università è quello sulla didattica a distanza. La divisione è tra coloro che dicono quant’è bello insegnamento con i mezzi telematici e coloro che al contrario affermano che l’università, in mancanza di aule, di biblioteche e corridoi, o del rapporto con le città che le ospitano, diventerà un’altra cosa. Insomma tornano in scena gli integrati e gli apocalittici…

“Sì, ha colto il punto. Prima di tutto però credo sia necessario ricordare che la didattica a distanza non può essere intesa come continuare a fare da casa le stesse cose che si facevano in aula: ossia una lezione frontale. Per il semplice fatto che si parla a dei simulacri, non a degli studenti, e che a nostra volta si è per loro un simulacro, non un professore. Questo cambia tutto. Viene infatti a mancare ciò che caratterizza il rapporto fra persone ossia il “contesto”: che nel caso di una lezione è fisico, ambientale, situazionale, gestuale, interattivo, etc. etc., e tutto ciò ha un impatto enorme su quello che si insegna e quello che si impara. D’altra parte, e mi pare un punto non secondario della questione, ci sono invece specialisti che da anni studiano e sperimentano la didattica a distanza: i quali giurano che si tratta di una forma di insegnamento e di apprendimento che non ha nulla a che fare con quanto abbiamo generalmente fatto noi in situazione di emergenza e non è affatto in opposizione alla didattica tradizionale, anzi la integra e la potenzia. Per farla però si richiedono conoscenze tecniche e pedagogiche molto specifiche, l’adozione di tecnologie adeguate, insomma, tutto un universo di pensiero cui al momento i nostri docenti e discenti sono estranei. Interpellare questi studiosi, aprire con loro un dibattito su questi temi, sarebbe la cosa da fare in questo momento, invece di dividersi  in apocalittici e integrati. Di conseguenza, se lo scambio di simulacri di cui parlavo è stato comunque benedetto, non possiamo pensare di trasformare questo tipo di esperienza in qualcosa di durevole. Ribadisco comunque il fatto che lasciare gli studenti a casa loro per seguire lezioni fantasmatiche sullo schermo di un computer, li priverebbe di tutta una serie di esperienze che, per certi versi, sono ancora più formative dell’apprendere metodi e nozioni: lo scambio umano e culturale diretto con docenti e compagni, il distacco dalla famiglia e dal luogo di origine per sperimentare nuove e fondamentali forme di comunità, la circolazione orizzontale delle idee fra pari, e così via.”

Oltre agli scienziati questa pandemia ha tirato in ballo tante altre questioni che sollecitano anche giuristi, umanisti, studiosi di scienze sociali a riflettere sulle proprie discipline, a “progettare un futuro culturale, oltre che sociale ed economico, degno della rinascita che ci meritiamo”. Cosa occorre fare per compiere questo passo e basta l’intervento dall’alto, diciamo così, o serve anche una nuova disponibilità del mondo accademico?

Gaetano Manfredi

“Un intervento dall’alto sarebbe comunque benvenuto. Sotto forma di stimoli espliciti, come per esempio bandi per progetti, dedicati a giovani e meno giovani, destinati a produrre idee su come potrà essere, o come dovrebbe essere, la cultura italiana nei prossimi dieci o venti anni; ma soprattutto attraverso la creazione di un “mood”, un sentimento, un modo di pensare, da ricreare all’interno delle comunità universitarie, che negli ultimi anni sono state molto silenti nei confronti dei problemi politici, sociali, culturali che il paese si trova ad affrontare. Occorre produrre una consapevolezza rinnovata del fatto che l’Università è uno dei principali cervelli pensanti del paese, e come tale è chiamata a svolgere un ruolo di primo piano nel dibattito nazionale non solo insegnando o facendo ricerca, ma anche dando il proprio contributo intellettuale su questioni di enorme importanza quali la globalizzazione (o quello che essa sarà nel nostro futuro), le nuove identità e le nuove barriere, il razzismo, i nuovi modi di comunicare e produrre cultura, i diritti, la scuola – insomma, sono una miriade i temi e i problemi su cui la comunità universitaria ha i mezzi intellettuali per intervenire. Qualcuno potrebbe dire che ciò è già previsto da ciò che nelle disposizioni di legge è definita la “terza missione” dell’Università: ma un nome, una casella, un punteggio relativo, che i Dipartimenti acquistano o meno se la praticano, non fanno la cultura! tanto meno la stimolano.”