Rinnovabili: dall’Eni
ritardi e false promesse

Nella nostra decennale esperienza di azionisti critici (https://valori.it/domande-scomode-e-vistosi-calzini-la-dura-vita-dellazionista-critico/) ne abbiamo incontrati di CEO (o Amministratori Delegati) di aziende quotate con cui ingaggiamo un corpo a corpo impegnativo (per entrambi), fatto di dati, domande, risposte, incontri, scontri. Di solito iniziano con il trattarci con sufficienza o con il fare paternalistico dell’esperto che racconta ai ragazzi discoli come si devono comportare e, soprattutto, quale sia la verità: la loro. E’ accaduto così, ad esempio, anche con Luca Lanzalone, ormai ex AD di ACEA SpA, la multiutility dell’acqua e dell’energia di Roma (https://it.businessinsider.com/lanzalone-la-polemica-sui-dividendi-di-acea-e-lincontro-segreto-sul-trading-dei-soci-privati/). Poi, visto che questa tattica non funziona perché questi discoli il bilancio e gli atti se li sono studiati almeno quanto loro, allora passano ad altra strategia: da un lato di blandiscono dicendo che certamente abbiamo delle buone ragioni da presentare e, soprattutto, si costruiscono una potente campagna di comunicazione molto green per dimostrare che sono loro quelli buoni, per l’ambiente, per i diritti, per lo sviluppo sostenibile.

Uno degli impareggiabili interpreti di questo approccio è Claudio De Scalzi, AD di Eni. Il quale, prima nell’assemblea degli azionisti del 2017 si infuria con gli azionisti critici di Fondazione Finanza Etica; poi ci incontra per cercare di convincerci che loro fanno sul serio in tema di energie rinnovabili (https://www.facebook.com/FondazioneFinanzaEtica/photos/a.424601207591688.118211.416456931739449/1882573298461131/?type=3&theater). A noi non aveva convinto molto, a dire il vero, e per questo nell’assemblea degli azionisti di quest’anno siamo tornati a porre delle domande sulla effettiva coerenza fra gli impegni green proclamati e le scelte di bilancio.

Intanto Descalzi va in delegazione dal Papa, insieme ad altri amministratori di aziende dell’energia e di fondi d’investimento globali, e torna “rivoluzionario” (v. “La rivoluzione energetica” su la Repubblica, 17.6.2018). Come all’assemblea degli azionisti, Descalzi si prodiga in visioni e obiettivi generali: digitalizzazione per ridurre del 20% le emissioni entro il 2030, mix energetico che integra gas naturale e crescita delle rinnovabili (sì ma quale e quando?), efficienza, riduzione degli sprechi, migliore distribuzione dell’energia a livello globale. Tutto bene, per carità. Ma perché allora insistere sul petrolio nel delta del Niger (109.000 boe/giorno), dove pure Eni dovrà affrontare un processo per corruzione internazionale? Licenze offshore per l’estrazione petrolifera, “mitigate” da interventi sociali e di diversificazione economica in Nigeria, anche questi verdi, ça va sans dire, come Green River Project. E, soprattutto, attività di esplorazione e sviluppo con una produzione di idrocarburi prevista in crescita del 3,5% all’anno nel periodo 2018-2021, da raggiungere anche grazie a nuovi progetti per circa 700.000 barili di petrolio equivalente al giorno nel 2021.

Ma sulle rinnovabili, cosa fa davvero il cane a sei zampe. Lo abbiamo chiesto a Descalzi durante l’assemblea degli azionisti di quest’anno? Ad esempio, rispetto ai suoi principali competitor (Shell, BP, Statoil, Chevron), Eni è decisamente indietro quanto a capacità eolica e solare installata. D’altra parte è la stessa Relazione Finanziaria Annuale 2017 di Eni ad ammettere che “i risultati della Direzione Energy Solutions, impegnata nello sviluppo del business dell’energia da fonti rinnovabili … non soddisfa la soglia di rilevanza quantitativa prevista”; ma la Relazione Finanziaria non chiarisce quali siano i risultati ottenuti, in termini finanziari, della Direzione; né ci dice con chiarezza quanto della potenza pianificata per il periodo 2018-2021 nelle rinnovabili è stata effettivamente installata e con quale suddivisione fra fotovoltaico ed eolico. Nel piano delle rinnovabili lanciato nel 2016, il solare, dice Descalzi, è a 27 MW di capacità installata: mancano circa 440 MW fino al 2020, ma Descalzi assicura che ce la farà. Anzi, già che ci siamo, annuncia che nel 2021 si arriverà ad 1 Gigawatt di capacità installata, per un investimento di 1,2 miliardi. Ma resta da capire come si possa passare dal 2,7% realizzato in un anno, al 100% in soli 3 anni, ma lo scopriremo solo vivendo. Dice che investirà il 20% di questo 1,2 miliardi nell’eolico, anche attraverso aste se necessario. Intanto però la UE sposta in alto l’obiettivo delle rinnovabili al 2030, dal 27% al 32 % con la nuova Direttiva Rinnovabili RED II. La decisione di puntare all’obiettivo del 32% arriva, dopo lunghe trattative, nella Giornata mondiale del Vento: per qualcuno è troppo poco (Europarlamento), per altri è un obiettivo rivoluzionario (Anev, associazione operatori del settore): la risposta, cantava uno tanti anni fa, è nel vento (https://valori.it/rinnovabili-la-ue-alza-la-posta-obiettivo-32-entro-il-2030/). Certo che se dopo aver puntato questi obiettivi, lo Stato italiano, azionista di riferimento di Eni e di Enel, non svolge le sue funzioni di indirizzo, controllo e stimolo presso queste aziende, allora davvero le  buone intenzioni se le porterà via il vento. Comunque il rappresentante del Governo quest’anno non è intervenuto in Assemblea, perché “non aveva nulla da dire, per fortuna”, ci confida.

Intanto, si può dire che le previsioni di aumento del costo del petrolio preconizzato da Descalzi, potranno avere degli impatti per lui positivi: così, magari con un po’ di buyback (l’acquisto di un po’ di azioni proprie da parte dell’azienda, che faccia salire il loro prezzo sul mercato), ci saranno maggiori dividendi per gli azionisti e un incremento della remunerazione per l’Amministratore delegato, la cui parte variabile è pari a 4,47 volte quella fissa. Piano di remunerazione che, ovviamente, gli azionisti critici, fra cui noi di Fondazione Finanza Etica, non abbiamo votato in assemblea degli azionisti. A differenza dell’azionista di riferimento, lo Stato italiano.