L’arrivo di Landini cambierà la Cgil?

Pochi avrebbero dato per scontata, fino a non molto tempo fa, l’ascesa di Maurizio Landini alla segreteria della Cgil. La sua figura, nel corpo complesso del sindacato che fu di Lama e Trentin, non godeva dei consensi necessari. Che cosa è successo? Forse l’ex segretario della Fiom dovrebbe ringraziare l’ex premier Renzi e anche quel che resta della frammentata sinistra politica. Il primo per aver trattato (anche se ora sembra esserci un qualche ripensamento) il sindacato come una specie di ente inutile da “disintermerdiare” se non rottamare, pur dopo aver tentato un dialogo sornione con lo stesso Landini. I secondi, quelli della sinistra finora spezzettata, per aver aiutato assai poco i sindacati, alle prese con potenti modifiche delle regole del lavoro e impotenti di fronte a una politica votata alla “decrescita” e quindi alla cancellazione delle fonti di lavoro.
Un panorama deludente che ha spinto i sindacati, (senza più partiti di riferimento come nel 900), indeboliti anche nelle loro presenza materiale, a tentare di ricostruire nuovi rapporti unitari, per poter aver un ruolo non da spettatori. Così ora vediamo riprendere quota quella che gli osservatori di destra chiamano sprezzantemente “la triplice” ovvero Cgil Cisl e Uil. La spinta unitaria inoltre ha coinvolto anche la struttura della Cgil, cosi com’era uscita dall’ultimo Congresso. Le antiche divisioni correntizie sembrano in fase di superamento. Landini e la sua Fiom erano il contraltare della Camusso e della maggioranza confederale. Ora non più. Merito anche dello stesso Landini che é riuscito a costruire un rinnovo contrattuale, senza spaccare con Marco Bentivogli della Fim Cisl e con Rocco Palombella della Uilm. Chiudendo una fase fatta di accordi separati. Magari inimicandosi violentemente con antichi amici e compagni come Giorgio Cremaschi.
Fatto sta che, in questa estate del 2017, Maurizio Landini entra in segreteria confederale votato da una larga maggioranza. Questo non significa, certo, che siano venuti meno dissapori e e distinguo di merito anche su recenti questioni. Sugli stessi contenuti dell’ultimo contratto dei metalmeccanici si sono viste emergere, ad esempio, critiche da parte di Emilio Miceli, segretario dei chimici Cgil e di Alessandro Genovesi, segretario degli edili Cgil. La materia di discussione riguarda la scelta di aumenti salariali in riferimento all’inflazione ex post e la larga acquisizione di arricchimenti del welfare aziendale con rischi di corporativismo. Le discussioni non potranno mancare anche in futuro. La Cgil, del resto, non è mai stata un Moloch, anche se spesso la sua dialettica interna non è stata chiaramente compresa.
Molti si chiedono che farà ora Landini, se potrà dare, come si propone, un serio contributo al rinnovamento del sindacato e non solo. Dopo aver capito, crediamo, che il suo precedente tentativo di incidere sugli assetti politici operando attraverso una cosiddetta “coalizione sociale”, può lasciare il posto a un’azione del sindacato che, forte della sua unità e della sua capacità di proposta, può incidere davvero sulle scelte politiche.
Non sarà un’impresa facile. Oggi il sindacato offre una serie di esperienze promettenti sparse nel territorio (il sindacato di strada, l’azione inclusiva, spesso attraverso il Nidil, dei giovani precari allo sbando e molte altre). Le difficoltà, gli ostacoli, le zone di apatia e di burocratizzazione, sono altresì non ristrette. Mai come oggi il sindacato ha goduto di così bassa popolarità e non solo per la vasta letteratura giornalistica sulla cosiddetta “casta”.

Viene da pensare, a questo proposito, ai recenti diari di Bruno Trentin pubblicati dall’Ediesse. Qui troviamo il dipanarsi di uno sforzo duro e amaro, da parte dello scomparso segretario generale della Cgil. Non alludo certo ad alcuni sfoghi personali, spesso davvero ingenerosi, frutto di momenti di incomprensione e di collera che colpiscono suoi amici, compagni, colleghi. Io non li avrei consegnati ai posteri perché nulla aggiungono, anzi, alla figura di Trentin. C’è però, in quelle pagine spesso disperanti, la fatica di un dirigente che vorrebbe rinnovare, rifondare una grande organizzazione attraverso un progetto spesso incompreso. E’ la fatica che ha colpito anche altri. Penso a Lama, a Pizzinato, a Cofferati, alla stessa Camusso. Oggi quella scommessa, in tempi ancora più difficili , può trovare nuova forza. Non solo con l’innesto di Landini ma anche con le diverse figure, spesso giovani donne che, per merito di Susanna Camusso, fanno sperare non solo in una nuova unità ma anche in nuovi decisivi passi nella scelta del rinnovamento. Con quella carta dei diritti universali presentata in Parlamento, con il “piano del lavoro”, con l’accordo sulla rappresentanza maturato con Cisl e Uil e che potrebbe essere tradotto in legge. Sono gli aspetti di un progetto possibile. Per ridare dignità al lavoro, aiutando così, in piena autonomia, il rinnovamento inderogabile di una sinistra spesso allo sbando.