Rifiuti radioattivi,
serve senso
di comunità nazionale

Si torna a parlare in Italia di nucleare ma l’occasione, in questo caso e per fortuna, non è l’idea fuori luogo e fuori tempo di qualche politico di rimettere in discussione il plebiscito referendario anti-atomo del 1987 (ci provò Berlusconi una decina d’anni fa, fini con un nuovo referendum e un nuovo e analogo plebiscito). No, la ragione è più seria. E’ stata appena pubblicata la mappa dei siti potenzialmente idonei ad ospitare il deposito nazionale per i rifiuti radioattivi a bassa e media attività, prevalentemente di origine ospedaliera. In realtà la Carta – acronimo Cnapi (Carta nazionale delle aree più idonee), redatta dalla Società pubblica di gestione del nucleare (Sogin) – era pronta da cinque anni, ma da allora ha giaciuto chiusa a chiave nei cassetti dei vari governi coperta da segreto di Stato per il timore di sollevare opposizioni e vere ribellioni in tutti i territori vicini a siti indicati per l’appunto come “idonei”.

Atto dovuto

Allora per prima cosa va dato merito all’attuale esecutivo di avere compiuto questo atto dovuto – la realizzazione del Deposito è prevista da un Decreto del 2010 ed è stata ripetutamente invocata anche dall’Europa – ma potenzialmente anche molto impopolare. Merito giustamente rivendicato dal sottosegretario all’ambiente Roberto Morassut: “E’ un provvedimento – ha sottolineato Morassut – da tempo atteso e sollecitato anche dalle associazioni ambientaliste, che consentirà di dare avvio ad un processo partecipativo pubblico e trasparente al termine del quale sarà definita la localizzazione dell’opera”.

I siti indicati nella Carta sono 67, selezionati sulla base delle linee guide dettate dall’Istituto per la protezione dell’ambiente (Ipsra)– assenza di sismicità, basso rischio idrogeologico e bassa densità demografica, ma quelli giudicati più adatti sono poco più di una ventina, concentrati prevalentemente in provincia di Alessandria e di Viterbo e tra la Basilicata e la Puglia.

Il fatto che il Deposito in questione riguardi solo i rifiuti radioattivi a bassa e media attività, dunque per intendersi non quelli ereditati dalle poche centrali nucleari che erano in funzione prima del 1987, non è bastato ad attenuare le reazioni negative nei territori coinvolti. Ancora prima che la Carta venisse resa pubblica è insorta “preventivamente” la Regione Sardegna, presente nella mappatura ma con siti non “consigliati”, poi a Carta pubblicata è arrivato in tempo reale un diluvio di altre prese di posizione indignate nel più puro spirito “Nimby” (“fatelo dove vi pare ma non a casa mia”). Non una sorpresa: in Italia c’è chi alza barricate per impedire la realizzazione di pale eoliche e pannelli solari per produrre energia pulita o contro gli impianti che trasformano i rifiuti che produciamo ogni giorno in biometano, altra energia rinnovabile, era del tutto prevedibile questo trionfo – rigorosamente bipartisan – di “Nimby” (con rare eccezioni: Legambiente, la deputata ecologista Rossella Muroni) di fronte a un deposito dove verrebbero smaltiti rifiuti comunque pericolosi.

Culto del “particulare”

Non una sorpresa, piuttosto la conferma che siamo un Paese dove la responsabilità sociale difficilmente si allarga dal “particulare” – la famiglia, il campanile – a un autentico interesse generale. Ora è bene essere chiari. E’ più che legittimo protestare contro l’inserimento di un’area o di un’altra tra i siti candidati ad ospitare il Deposito, ed è possibile che in alcuni casi le proteste siano fondate su ragioni più che plausibili. A maggior ragione è non solo legittimo ma doveroso esprimere dubbi sul fatto che a gestire un “cantiere” così complesso – 900 milioni di spesa, esigenza assoluta che siano soddisfatti tutti i più avanzati standard di sicurezza e di trasparenza – sia una società come Sogin, che ha svolto in modo opaco e inefficiente la sua missione pubblica di “smantellare” ciò che resta delle centrali nucleari italiane. Ma a meno di non immaginare un futuro senza più apparecchiature e materiali radioattivi negli ospedali (non sembra questo il momento più adatto), bisogna anche sapere che da qualche parte questa “monnezza” un po’ più delicata, ma incomparabilmente meno pericolosa delle scorie delle centrali atomiche, va smaltita. A oggi sono circa 30 mila metri cubi di rifiuti disseminati qua e là in giro per l’Italia, nei prossimi anni cresceranno rapidamente rendendo il problema sempre più urgente. Un altro aspetto esige chiarezza. Siamo un Paese densamente popolato, pressoché impossibile trovare per il Deposito un sito “nel deserto” che soddisfi anche tutti i requisiti di sicurezza richiesti dall’opera.

E’ troppo, dunque, chiedere che per una volta tutti coloro che hanno voce in capitolo – governo, politici, amministratori regionali e locali, media, cittadinanza attiva –, quelli insomma che dovrebbero essere e sentirsi “classe dirigente”, provino a ragionare e soprattutto ad agire come parte di un’unica comunità nazionale?