La campagna elettorale non parla di scuola

Un documento della Ragioneria dello Stato all’inizio del 2015 dimostrava che dopo la grande crisi del 2008 la spesa pubblica in Italia era aumentata. Solo in pochi settori era, al contrario, diminuita. E che in tre soli settori c’erano stati tagli superiori al 5%: ricerca, università e scuola. Insomma, lo Stato aveva fatto cassa sulla conoscenza.
Navigando peraltro contro corrente.

La Germania, per esempio, aveva fatto esattamente il contrario: aveva diminuito la spesa pubblica in ogni settore (per circa 80 miliardi di euro), ma l’aveva aumentata (di almeno 20 miliardi) in ricerca, università e scuola.


Queste fredde cifre indicano due idee diverse sul futuro del paese. La Germania (ma anche gli Stati Uniti di Obama o la Cina) reagivano alla crisi economica puntando sulla conoscenza. L’Italia ha reagito alla crisi tagliando sulla conoscenza. Disseccando, così, le fonti stesse della ricostruzione.
Ecco, dunque, la questione che ci piacerebbe vedere in cima ai programmi elettorali: la conoscenza. Un bene strategico non solo per la cultura e la civiltà di una nazione (e non sarebbe davvero poca cosa) ma anche per il suo sviluppo economico.
Mettiamocelo bene in testa: senza conoscenza l’Italia non uscirà da quella spirale del declino che la avvolge, ormai, da almeno trent’anni.
La priorità delle priorità è la scuola. La scuola pubblica, s’intende. Qui gli ordini di problemi sono due. Uno tutto italiano: smettere di essiccarla e iniziare finalmente a finanziarla come fanno tutti i grandi paesi europei e non. Ridare uno stipendio accettabile e, soprattutto, una nuova dignità ai suoi docenti.
Queste necessità sono così evidenti, che non vale neppure la pena alcun ulteriore commento. Conosciamo le obiezioni: non ci sono risorse. Dove troviamo le coperture? È questione di volontà politica. Basterebbe, a puro titolo di esempio, ripristinare la tassazione sulla prima casa e avremmo ogni anno 5 miliardi di euro nuovi e aggiuntivi da investire nella scuola, ovvero nel futuro dei nostri figli e del paese intero.


Ma tutto questo non basta. Le nuove tecnologie informatiche hanno creato negli ultimi trent’anni – guarda caso, proprio il periodo del declino italiano – un nuovo universo cognitivo. Una rivoluzione tale da imporre di ripensare la scuola e il suo rapporto con la democrazia in termini assolutamente nuovi. Stavamo per usare un aggettivo abusato: rivoluzionari.
Abbiamo bisogno – tutto il mondo ha bisogno – di ripensare la scuola. Ovvero il modo di trasmettere (e di creare) conoscenza.
Perché è vero il problema del rapporto tra scuola e società, tra modernità e democrazia, è stato posto con acume già quattro secoli fa, dal moravo Jan Amos Komenskẏ, più conosciuto da noi come Comenio, che ha indicato nella scuola di massa e nell’educazione per tutti la nuova frontiera della modernità e la pasta stessa della democrazia, perché è attraverso la scuola che tutte i cittadini possono migliorare la propria condizione intellettuale, civile, economica, sociale.
Ma questa indicazione è più che mai attuale oggi, sia vogliamo trasformare la “società della conoscenza” in una “società democratica della conoscenza”. Ovvero in una società l’uso della conoscenza non crei (come succede adesso) nuove e odiose disuguaglianze, ma diventi un fattore di integrazione sociale, creando benessere spirituale e materiale, per tutti.
Ora, come abbiamo detto, la nostra epoca è segnata (anche) dalla tecnologia. I nuovi strumenti informatici, in particolare, consentono l’accesso a e l’uso creativo di una quantità di informazione e di conoscenza (ebbene sì, anche di conoscenza) che non ha precedenti nella storia. Ed è una conoscenza che si sviluppa a rete: la rete di computer, la rete della telefonia mobile, le reti radiotelevisive, la rete delle reti. Tutti (o quasi) siamo connessi con tutti (o quasi). E poiché la conoscenza è un bene davvero strano – più persone la usano, più cresce – mai il mondo ha avuto una conoscenza collettiva così grande ed estesa.

Gianni Rodari coglieva un elemento essenziale degli anni ’60 del secolo scorso quando sosteneva: noi adulti ormai scriviamo «per i ragazzi di oggi, astronauti di domani». Per questa abbiamo bisogno di ripensare l’educazione e la creatività. Abbiamo bisogno, diceva, di una nuova grammatica della fantasia.
Parafrasando Rodari noi adulti «comunichiamo con i ragazzi di oggi, cybernauti di oggi».
È chiaro quindi che noi, immigrati digitali, dobbiamo riscrivere daccapo la nostra grammatica della fantasia, se vogliamo comunicare e se vogliamo contribuire all’apprendimento efficace dei ragazzi di oggi, che sono ormai tutti nativi digitali.
In questa opera di ri-creazione, la scuola deve accettare e vincere due sfide. Diverse e in apparenza persino antitetiche. Una è la sfida della quantità. Occorre fare in modo che molti, tendenzialmente tutti devono poter compiere un percorso di studi che duri almeno 15 se non 20 anni. Che non si fermi alla maturità, ma prosegua nell’università.
Non a caso l’Europa si è posta come obiettivo quello che almeno il 40% dei suoi giovani tra i 25 e i 34 anni abbia una laurea. Ma alcuni paesi sfiorano il 60%. Uno, la Corea del Sud, raggiunge il 70%. Fra trent’anni in Corea ben oltre i due terzi delle persone in età da lavoro avranno una laurea. Ma non basta. La sfida quantitativa impone che molti, tendenzialmente tutti, continuino ad apprendere per tutta la vita. Il long life learning è ormai considerato non solo un diritto di ciascuno, ma anche un bene comune. Una ricchezza cui nessuna nazione moderna può rinunciare, pena la sua stessa marginalizzazione culturale ed economica.


La seconda sfida che la scuola oggi deve affrontare è quella della qualità. Occorre abbandonare l’idea che si possa trasmettere, con il classico approccio top-down, dall’alto di una cattedra, un sapere uguale per tutti. Occorre invece acquisire l’idea – ecco la nuova grammatica della fantasia – che ciascuno studente o, per dirla con il sociologo francese Alain Touraine, ogni “soggetto individuale”, compartecipi con spirito critico e creatività alla sua stessa formazione, secondo un percorso personalizzato che si modella sull’intelligenza, l’interesse, la creatività, i bisogni, le speranze, la storia di ciascuno.
Accettare e vincere le due sfide per la scuola significa ripensare se stessa dal profondo e proporsi come “scuola del soggetto”, in grado di perseguire l’uguaglianza nella diversità.
Ciò costituisce un inedito cambio di paradigma. Perché significa che, nell’era dei nativi digitali e della conoscenza che si trasferisce mediante reti con un’infinità di nodi, la scuola non deve cercare di trasmettere la conoscenza, di cui non ha più il monopolio, ma deve insegnare a ciascuno come si apprende: cioè come si acquisisce e, magari, si produce conoscenza.
Insegnare oggi significa proporre “un discorso sul metodo”.
Non è né facile né scontato. Non lo è per gli studenti, perché richiede (impone) loro di diventare attori del proprio destino culturale. Ma non è neppure impossibile Perché la sfida richiede di apprendere (ri)creandosi, in una dimensione, dunque, che è prima di tutto piacere.
Ma non è facile né scontato neppure per i docenti, perché chiede loro di trasformarsi da “agente che trasmette” a “guida che connette”. E tuttavia non è impossibile. Perché anche i docenti, nel nuovo ambiente informatico, stanno imparando a (ri)creare il loro sapere. A vivere in un universo cognitivo fatto appunto di connessioni a rete e non più di singoli canali lineari.
Questa nostra visione è certamente segnata da una vena illuminista, che guarda con ottimismo alle opportunità cui spalancano le nuove tecnologie. Ma, altrettanto certamente, è una vena di illuminismo realista. Perché riconosce che, così com’è strutturata, la scuola, di ogni ordine è grado, ancorché in maniera molto diversificata, è in mezzo al guado. Non solo perché, almeno in Italia, mancano le risorse. La scuola è in mezzo al guado – e non solo in Italia – anche e soprattutto perché è vecchia. Anche fisicamente. Il mondo intorno alle aule scolastiche è quello del XXI secolo. Ma le aule – metaforicamente e non solo – sono ancora quelle del XIX secolo.
C’è uno scarto di due secoli tra dentro e fuori le mura scolastiche.


Eppure non partiamo da zero, noi in Italia. Abbiamo una tradizione importante di pensiero pedagogico che spalanca sul futuro. Magari ci siamo dimenticati di loro, ma non è un caso se il nostro paese ha dato i natali a gente come Maria Montessori e don Lorenzo Milani, teorici e pionieri della scuola partecipata e personalizzata. Non è un caso ha dato i natali a Gianni Rodari, teorico e pioniere della (ri)creazione (nel suo duplice senso) continua dell’apprendimento. Non è un caso che ha dato i natali a Emma Castelnuovo, la matematica recentemente scomparsa che ha cercato strade nuove per insegnare la scienza dei numeri. E il pensiero scientifico come pensiero critico.
Queste tradizioni non si sono esaurite. Ancora oggi nella scuola italiana ci sono energie vitali. Anche oggi la scuola italiana ha, al suo interno, le risorse umane per accettare e cercare di vincere le sfide dei tempi, perseguendo non un apprendimento fine a se stesso, non la semplice acquisizione di conoscenze e di nozioni, ma un tipo di apprendimento per competenze.
Ai tempi di Comenio, nel Seicento, il francese Michel de Montaigne, diceva: «Noi teniamo in serbo le opinioni e la scienza altrui, e questo è tutto. Bisogna farle nostre. A cosa ci serve la pancia piena di cibo, se non lo digeriamo? Se esso non si trasforma in noi? Se non ci fa crescere e non ci rende più forti?».
In queste parole c’è il programma per uscire dalla contingenza e dalle politiche di bilancio e per costruire, fisicamente e metaforicamente, nuove aule. Aule spalancate a tutti: è la sfida della democrazia nella società della conoscenza. Ma anche aule in cui tutti, ciascuno secondo il proprio metabolismo, possono trovare e digerire il cibo della mente, trasformando i contenuti di sapere e di conoscenza in esperienze di costruzione d’identità, di elaborazione di progetti individuali, di capacità di adattarsi a un mondo che cambia e continuamente offre situazioni sempre nuove.
Difficile? Certo. Perché si tratta di una sfida epocale. Utopico? No. Perché si può trasformare in un grande programma politico. I programma politico che ci piacerebbe venisse discusso in campagna elettorale: in cui i “soggetti individuali”, ciascuno nel suo ruolo e con la sue competenze, siano chiamati finalmente a costruire la società democratica della conoscenza.