Riemerge Milena Jesenská, ovvero la Milena di Kafka

“Così ci gettiamo sulle lettere, cerchiamo in esse di scoprire l’uomo, divoriamo le pagine: Come ha potuto scoprirlo? Attraverso quale dolore? Quale desiderio? Quale malattia? Quale aspirazione? Per noi le lettere completano l’opera, così come una carta geografica completa il mondo. Noi, gli increduli, che non ci accontentiamo di un miracolo, ma abbiamo bisogno di una spiegazione concreta, cerchiamo nelle lettere una giustificazione, un fondamento logico.” Così scrive il 15 agosto 1920, in un articolo intitolato Lettere di uomini famosi, una giovane giornalista boema di ventiquattro anni. Il suo nome è Milena Jesenská.

Ironia della sorte, lei stessa sarebbe divenuta celebre, pochi decenni dopo, proprio grazie alle “lettere di un uomo famoso”, come un frammento della carta geografica che critici, psicologi e storici della letteratura si sono sforzati di disegnare attorno alla figura di Franz Kafka. All’interno della produzione dello scrittore praghese, le Lettere a Milena sono celebri tanto quanto le opere di narrativa, e forse più: che le si legga come espressione di un amore sofferto e appassionato, o le si studi in chiave biografica o psicanalitica, esse rappresentano un passaggio obbligato per chiunque voglia addentrarsi all’interno dell’universo kafkiano.

La corrispondenza tra Kafka e la giovane scrittrice ha inizio nel 1919, quando la Jesenská si imbatte nel racconto Il fuochista (quello che poi diventerà il primo capitolo di America) e chiede all’autore il permesso di tradurlo dal tedesco al ceco; lui accetta, e i due danno inizio a un intenso rapporto epistolare, che durerà circa quattro anni. Sono lettere inizialmente brevi e formali che si fanno via via sempre più colloquiali, ricche di aneddoti, confidenze e riflessioni. Col passare del tempo, in Kafka nasce una vera e propria ossessione per Milena, di tredici anni più giovane di lui: sono lettere d’amore atipiche, lucide e deliranti al tempo stesso, in cui lo scrittore esterna i suoi sentimenti nella stessa prosa suggestiva e claustrofobica dei suoi racconti. I due si incontrano in un paio di occasioni, ma la loro relazione epistolare si rarefà col passare del tempo, mentre i sentimenti di Franz Kafka si incupiscono fino a toccare i toni della disperazione. La loro corrispondenza cessa del tutto intorno al 1924.

Nonostante la relativa brevità di questo epistolario, in seguito alla grande diffusione che ebbero le opere dello scrittore dopo la sua morte, Milena Jesenská passerà alla storia come “la Milena di Kafka”, simbolo di un amore tormentato, ipotetica ispirazione delle perturbanti figure femminili che infestano i racconti del praghese; è questo, d’altronde, il destino riservato a coloro che gravitano attorno a individui letteralmente geniali, la cui ombra si estende spesso sulle vite che li circondano, fagocitandole inevitabilmente.

Ridare autonoma dignità alla figura di Milena Jesenská è il compito di un libro recentemente edito dalla Giometti&Antonello, giovane casa editrice di Macerata dedita alla ricerca letteraria, con una certa predilezione per le scritture diaristiche, gli scritti perduti e gli epistolari.

Qui non può trovarmi nessuno di Milena Jesenská (Giometti&Antonello, 2018) è infatti una raccolta consistente di articoli, interventi e lettere scritti tra il 1919 e il 1939 e che attraversano, con diverse sfumature e toni, il passaggio storico tra due epoche: dal timbro brillante e anticonformista dei primi interventi di costume e sulla società alla voce allarmata degli ultimi reportage politici sui temi (che tornano attuali) del dramma dei profughi, della militarizzazione della società e delle prime persecuzioni razziali: “La città ha mutato volto. Giardini pubblici dissodati, finestre tappate con carta nera, soldati nelle scuole. La sera comincia già al crepuscolo e, di notte, la città si presenta come una visione apocalittica. Di giorno un tiepido sole autunnale splende sopra la città. Di notte il cielo è cosparso di stelle. Che in questo cielo debbano fare la loro comparsa aerei da bombardamento?”.

Nata nel 1896 a Praga Milena compie i suoi studi all’Istituto Minerva, il primo liceo classico femminile d’Europa, celebre per i comportamenti anticonformisti e di emancipazione adottati dalle sue studentesse. La giovane non è da meno ma la sua indole scapigliata e comportamenti stravaganti o provocatori, screzi con le autorità, gite notturne nei cimiteri e le prime brevi incursioni nel mondo della morfina, inducono il padre a rinchiuderla in una clinica psichiatrica dove passerà nove mesi, con la diagnosi di “insania morale”.

Una volta raggiunta la maggiore età Milena si sposa con il suo primo grande amore, lʼaustriaco Ernst Pollak, e si trasferisce con lui in Austria. È qui che, trovatasi a corto di denaro, dà inizio alla sua carriera giornalistica, inviando articoli da Vienna ai giornali praghesi. Dapprima incentrati sulla situazione della città all’indomani della fine della grande guerra, i suoi articoli finiscono presto col trattare una variegata gamma di tematiche: riflessioni su casi di cronaca, recensioni cinematografiche, racconti di viaggio, meditazioni sulla pubblicità e sul matrimonio, il tutto condito da uno stile personale e vigoroso e da una lucida (e amara) comprensione dello zeitgeist.

Non mancano le escursioni nel campo della letteratura (oltre che di Kafka, fu traduttrice di Meyrink e Laforgue) e quelle nel costume: in vita, sarà celebre soprattutto come giornalista di moda. Sullo sfondo la Vienna del dopoguerra, quella Vienna “ridicola” che “vive il crepuscolo della sua grandezza”, una città affetta da schizofrenia, dove una pagnotta ammuffita costa quanto un salario mensile e allo stesso tempo, come per una febbricitante frenesia per il lusso, teatri e caffè registrano quotidianamente il tutto esaurito.

Nel 1923, lasciatosi il matrimonio alle spalle, la Jesenská abbandona Vienna per ritornare in patria, dove prosegue la sua carriera giornalistica ormai avviata. Qui scriverà soprattutto per rubriche femminili, inserendosi nella corrente di emancipazione femminile fortemente presente nella Praga postbellica (fa scalpore un suo feroce articolo del 1931 contro la proibizione dell’aborto).

Nel 1927 si sposa con l’architetto Jaromir Krejcár. A questo matrimonio seguirà una gravidanza difficile, tanto che dopo il parto madre e figlia rimarranno un anno in una casa di cura, dove la donna svilupperà la sua dipendenza dalla morfina. Segue una decade piuttosto buia, segnata dalla fine del secondo matrimonio, dalla perdita del lavoro e da una breve adesione al partito comunista che abbandonerà quasi subito, delusa dallo stalinismo.

La rinascita giornalistica avviene nel 1937, con l’inizio della collaborazione con l’importante testata Přítomnost: non più feuilletone articoli di costume ma reportage sulla situazione geopolitica di unʼEuropa sempre più vicina alla catastrofe. Dalla questione dei Sudeti all’antisemitismo dilagante, passando per i trattati di Monaco, sino all’occupazione della Cecoslovacchia del 1939 da parte della Germania nazista: osservazioni lucide e precise di una donna vissuta a cavallo tra due epoche, che si rifiutò sino all’ultimo di abbandonare la sua patria e il suo dovere di testimone dei tempi.

Arrestata in qualità di collaboratrice della resistenza, Milena Jesenská muore il 17 maggio 1944 nel campo di concentramento di Ravensbrück.