Spazio alla politica:
le buone ragioni del
sistema proporzionale

Ma davvero il “ritorno al proporzionale” è una sciagura, come pigramente continuano a sostenere autorevoli commentatori ed esponenti politici? Nonostante il tema delle riforme elettorali sia da anni presente nel dibattito politico italiano, sorprende la banalità e la ripetitività di molte ricette, le vere e proprie “sgrammaticature” con cui se ne parla, la rimozione delle evidenze empiriche. Prima fra tutte, quella relativa alla “frammentazione”: dovrebbe essere oramai ben chiaro a tutti che all’origine di questo fenomeno si trovano proprio le peculiari versioni del “maggioritario” all’italiana che, dal Porcellum al Rosatellum, hanno caratterizzato le nostre leggi elettorali. O per meglio dire: sistemi con il “premio di maggioranza”, che hanno esaltato il potere di ricatto dei gruppi marginali, e favorito la creazione forzosa di coalizioni pre-elettorali che poi in Parlamento si sono puntualmente sbriciolate.

Come aiutare il nostro fragile sistema politico

E allora è forse proprio il caso di fare il punto: archiviato il referendum, la questione della riforma elettorale torna prepotentemente di attualità, anche se incerti sono i tempi con cui verrà affrontata in Parlamento. Ed è opportuno esporre le ottime ragioni che giustificano una riforma in senso proporzionale: non un ripiego, ma l’unica, razionale e saggia, soluzione che può aiutare (solo aiutare: occorrono molte altre cose) a superare l’endemica fragilità del sistema politico italiano.

E’ inevitabile che una possibile riforma elettorale, quando diviene essa stessa una posta del gioco politico (come è da decenni in Italia), sia soggetta alle distorsioni delle convenienze immediate, alle vedute di corto raggio di chi pensa di approfittarne per un qualche vantaggio a breve termine. E tuttavia, proprio per questo, bisogna fare uno sforzo per cercare di portare in primo piano le ragioni di fondo, la “filosofia”, che dovrebbe e potrebbe ispirare una riforma elettorale, in questo momento: l’idea di sistema politico a cui si pensa, e le finalità “sistemiche” che una riforma dovrebbe perseguire.

Sono ancora molti e autorevoli i fautori di una qualche soluzione “maggioritaria”, ma ritengo che queste posizioni non abbiano tratto le dovute conseguenze dal fallimento che le varie versioni di “maggioritario all’italiana” hanno sperimentato. La storia oramai pluridecennale delle riforme elettorali italiane (nessuna democrazia consolidata ha visto un tale vorticoso succedersi di riforme fatte o abortite, nell’arco di un quarto di secolo) ha visto il progressivo emergere di una torsione plebiscitaria nell’idea di democrazia che ha ispirato questi modelli elettorali. E anche oggi, in coloro che insistono a riproporre questa ricetta, credo vi sia al fondo una lettura riduttiva, e francamente inaccettabile, – ma anche, in fondo, illusoria – delle ragioni stesse di quella che viene correntemente definita come “crisi della democrazia”.

Tra governabilità e legittimazione

Ridotta all’osso, la domanda è: questa crisi, è una crisi di “governabilità” o è una crisi di “legittimazione”? Ossia, nasce dall’inadeguatezza delle “normali” procedure di una democrazia parlamentare, a cui rispondere attraverso soluzioni istituzionali “decisionistiche” e plebiscitarie, oppure la crisi della “governabilità” nasce da un profondo deficit di consenso reale, dalle fratture che emergono nella società, dalle crescenti diseguaglianze economiche e sociali, dall’interrompersi dei canali della rappresentanza e della mediazione politica? E alle difficoltà del governo di società “complesse” si può rispondere con una qualche strategia di “riduzione della complessità”, attraverso cioè meccanismi istituzionali di accentramento e verticalizzazione del potere e del comando (il famoso “vincitore, la sera delle elezioni”); o, al contrario, provando a riattivare pazientemente modelli e pratiche di partecipazione politica diffusa e decentrata, e ricostruendo una pluralità di forme e livelli di rappresentanza politica e di mediazione sociale? Se questi sono i dilemmi di fronte a noi, una qualsiasi riflessione sulle basi normative (nel senso dei “valori” e dei “principi” che la ispirano) di una possibile riforma elettorale è necessaria, anche quando poi si devono fare i conti con le contingenti condizioni politiche che ne rendano possibile l’approvazione.

E allora, la domanda da cui partire è la seguente: posta la condizione critica della democrazia italiana, a quali principi occorre dare priorità, e quali obiettivi primari è necessario davvero perseguire? E su questa base, quali concrete soluzioni appaiono insieme desiderabili e realistiche, sagge e praticabili allo stesso tempo? Naturalmente, significherebbe ricadere negli errori del passato pensare che una buona riforma elettorale possa bastare di per sé a risollevare le condizioni critiche della democrazia italiana: essa però può porre alcune basi per favorire e incoraggiare un’inversione di tendenza.

Ebbene, se le premesse sono queste, le finalità dovrebbero essere chiare: in primo luogo, ricostruire le condizioni di legittimità democratica del Parlamento. E’ questo il compito primario, una condizione necessaria per qualsivoglia, vera e non fittizia, espressione di una capacità di governo. Il famoso binomio governabilità-rappresentanza non può essere affidato ad un equilibrio tra esigenze messe astrattamente sullo stesso piano: la ricostituzione di una legittima e forte rappresentanza politica è la premessa per una qualsivoglia effettiva governabilità. Ed è una premessa ineludibile, almeno se vogliamo dare al “governo” il valore di un esercizio del potere democratico fondato su un reale consenso e su una reale propensione dei cittadini a collaborare con fiducia ad un’impresa collettiva, a farsene attivi protagonisti.

Questo consenso e questa legittimazione sono il solo modo con cui è possibile “governare” veramente società complesse e pluralistiche, per le quali è del tutto illusorio pensare la panacea sia un potere solitario e accentrato. Certo, se assumiamo che oggi la democrazia può avere solo la forma di un atto puntuale di autorizzazione al comando, e che ai cittadini, in fondo, basta chiedere di svolgere solo il ruolo di giudici-spettatori, chiamati ad acclamare o ripudiare il leader di turno, allora vanno bene anche sistemi elettorali che ci garantiscano un vincitore certo e non condizionabile, che abbia le “mani libere” per cinque anni: ma sarà poi, costui, in grado veramente di governare e di esprimere realmente una capacità di governo legittima e riconosciuta?

Ricostruire un solido sistema di partiti

Nelle condizioni specifiche del sistema politico italiano, segnato da un processo decennale di destrutturazione, questa finalità – ricostruire la legittimità della rappresentanza parlamentare – deve essere accompagnata da altre finalità che appaiono parimenti rilevanti. E la prima di queste è quelle di adottare un sistema elettorale in grado di incentivare – incentivare, non determinare – la ricostruzione di partiti, e di un sistema di partiti, degni di questo nome. Si possono adottare diverse soluzioni, ma sarebbe delittuoso proseguire sulla via di una farraginosa combinazione tra logiche diverse, perseverare diabolicamente sulla via del “bricolage” elettorale, anziché su quella di una vera “ingegneria” istituzionale, nel senso rigoroso a cui ci richiamava Giovanni Sartori.

Ma ciò che è prioritario è ricostruire una vera legittimazione “dal basso” degli eletti (attraverso le preferenze, in collegi territoriali di dimensione ridotta, o con collegi uninominali, sul modello del Senato nella “prima Repubblica”). Chi scrive ritiene che la scelta di un sistema coerentemente proporzionale – con una soglia ragionevole e non aggirabile – si presenti come la soluzione più saggia. Le ragioni che depongono a favore di questa scelta sono molteplici e si possono riassumere in una parola d’ordine: ridare la parola alla politica. Un sistema proporzionale permette di orientare il conflitto politico lungo l’asse destra-sinistra, senza comprimere le reali articolazioni della cultura politica degli italiani e affidando agli elettori la responsabilità di indicare il peso relativo delle diverse aree politiche. E siccome siamo una democrazia parlamentare, occorre finalmente “liberare” il discorso pubblico da un imbarbarimento politico e lessicale: non si può spacciare come “inciucio” ogni possibile, e legittima, mediazione parlamentare post-elettorale. Spetta al confronto politico, e alla campagna elettorale, chiarire di fronte ai cittadini quali siano le possibili compatibilità programmatiche tra le diverse forze.

Non sarebbe già solo questo un effetto salutare, rispetto ad un dibattito politico giocato tutto su una mefitica personalizzazione della competizione? Ma dire “proporzionale”, in sé, può voler dire tutto e nulla. Ci possono essere diverse varianti e soluzioni; ma vi è una condizione essenziale: questi benefici effetti potranno dispiegarsi solo in presenza di un sistema che preveda una soglia di accesso ragionevole, in modo da scoraggiare la polverizzazione dell’offerta elettorale e costruire una rappresentanza parlamentare articolata, ma non frammentata. Dare voce agli elettori, senza deformare la rappresentanza delle loro idee, è anche un modo per tornare a legittimare il ruolo politico dei singoli eletti, ricucire una frattura drammatica, tornare ad eleggere “dal basso” chi ci rappresenta. Ma è anche un modo per responsabilizzare tutti gli elettori: chiamati tutti a dichiarare in quali idee si riconoscono e da chi vogliono essere rappresentati, non soltanto a votare per o contro un possibile vincitore.

Ma naturalmente, l’obiezione principale di chi agita lo spauracchio del “ritorno al proporzionale” riguarda i rischi di ingovernabilità. Qui, si può rispondere in due modi: in una fase di crisi acuta come quella che viviamo, non ci si può sorprendere che esista questo rischio; ma, in ogni caso, proprio perché governare oggi è questione tremendamente spinosa, è davvero illusorio che lo si possa fare senza avere un consenso reale alle spalle. Di più, è illusorio, e foriero di ulteriori fratture, pensare che si possa ovviare a tutto ciò ricorrendo ad un qualche marchingegno elettorale che produca “maggioranze” fittizie. Prima o poi se ne paga il conto, e questo modo di surrogare il consenso reale si scontra con la durezza dei fatti.

Ma si può rispondere anche su un piano empirico. E’ del tutto arbitrario dedurre dalle ultime elezioni, o dall’ultimo sondaggio, gli effetti che produrrebbe una competizione su base proporzionale. Siamo in presenza di un’estrema volatilità dell’elettorato, altissima è l’entità dei passaggi dal voto al non-voto e viceversa, e vi è l’indebolirsi dei legami di appartenenza e di identificazione. Un sistema elettorale non è solo un meccanismo che trasforma i voti in seggi: è un sistema che condiziona anche le logiche del comportamento degli elettori. E quindi è del tutto impossibile prevedere oggi quali effetti produrrebbe un modello diverso di competizione, o cosa comporterebbe, ad esempio, il fatto che gli elettori possano tornare a scegliere il “proprio” parlamentare, su una base territoriale ristretta.

Il 3% è una soglia di sbarramento ragionevole

Questa incertezza, questo “velo d’ignoranza”, è una buona premessa per fare una decente legge elettorale. Le riforme elettorali sono un gioco strategico, in cui ciascun attore, inevitabilmente, nutre delle aspettative e cerca di individuare le proprie convenienze, ottimali o sub-ottimali. Ma, se l’incertezza domina, ciascun giocatore è indotto a ripiegare su una linea più prudente. Gli effetti perversi e imprevisti sono sempre dietro l’angolo e questo può rendere possibili convergenze ragionevoli. Nel nostro caso, un sistema proporzionale, con una soglia che a mio parere può essere fissata anche al 3%, (un milione circa di voti: è giusto che rimangano senza voce?) potrebbe essere una soluzione soddisfacente per molti. E potrebbe avere effetti positivi per il sistema politico nel suo complesso.

Un sistema proporzionale così concepito può contribuire a fare emergere (o riemergere) la reale articolazione e distinzione delle forze in campo e delle diverse culture politiche (non le finte “coalizioni” della precedenti e attuali leggi elettorali), lungo un asse che permetta di identificare famiglie e tradizioni politiche e restituisca un senso alla distinzione tra destra, centro, sinistra. E’ negativo che si produca questo effetto di articolazione dell’offerta politica? O è meglio che tutto venga “compresso” nello scontro leaderistico tra mega-aggregati privi di una reale rispondenza nei reali orientamenti presenti nell’elettorato?

Un’altra finalità che potrebbe essere perseguita in questo modo è quella che possiamo sintetizzare così: cercare di innalzare la qualità del discorso pubblico. Una ricostruzione del sistema dei partiti su basi coerentemente proporzionali (con le conseguenti implicazioni per le campagne elettorali) potrebbe indurre tutte le forze in campo a delineare un proprio autonomo profilo politico e programmatico, ma, nello stesso tempo, a indicare la possibile compatibilità con i programmi altrui: sarebbe male se ciò accadesse? Cercare un punto di equilibrio tra l’autonomia e la specificità delle proprie posizioni e la possibile compatibilità con i programmi altrui sarebbe anche un modo per attenuare un discorso pubblico giocato tutto in modo adversarial, per evitare “un tutti contro tutti”, e costringerebbe partiti ed elettori a guardare anche nel merito delle possibili politiche da perseguire e sui necessari punti di mediazione per rispondere ad esigenze diverse. Tra l’altro, non sarebbe male se agli elettori fosse fatta presente la complessità obiettiva delle politiche, l’impraticabilità delle soluzioni “facili”, la necessità di strategie di medio-lungo termine, cercando di superare quella che possiamo definire la “tirannia delle preferenze immediate”, la ricerca del consenso “a breve termine”.

Infine, vi sono ragioni più contingenti, se vogliamo, ma altrettanto importanti: vi sono le condizioni, oggi, per ricreare un vero “bipolarismo”? Per quanto si possa essere favorevoli, e chi scrive ne è convinto assertore, allo sviluppo di dialogo unitario tra il centrosinistra e il M5S, costringere questa possibile alleanza entro i vincoli di un sistema elettorale che obblighi ad una coalizione pre-elettorale, non è né facile né produttivo. E’ giusto che lo stesso M5S, alle prese con una radicale crisi di identità, sia messo alla prova di un confronto politico di fronte agli elettori, sottraendolo alla comoda posizione di forza “anti-sistema” che ha permesso nel 2013 e nel 2018 di gonfiare le sue vele elettorali: avete un programma? E con chi pensate di poterlo realizzare? E lo stesso vale sul versante destro: a chi conviene che forze conservatrici e moderate, ma democratiche ed europeiste, siano costrette a coabitare in modo subalterno entro una coalizione dominata dalla destra populista e sovranista? E un’area liberal-democratica, così onnipresente sulla stampa mainstream, non sarebbe ora che si misurasse con il consenso effettivo su cui può contare nel paese?

Insomma, ci sono buone, anzi ottime, ragioni per considerare un sistema elettorale proporzionale come il primo pilatro di una seria ricostruzione del sistema politico italiano; ragioni di fondo, che concernono l’idea e il modello di democrazia a cui ci vogliamo ispirare, ma anche il futuro prossimo della politica italiana.