Ricordo di Pietro
giornalista generoso

Ho conosciuto Pietro Cheli un tempo che mi pare un secolo fa. In realtà potrei dirlo con una lieve approssimazione: era il 1995, quando si chiuse l’avventura della Voce, il quotidiano fondato da Indro Montanelli, la meteora di un anno nel sistema dei media italiani, che allora sopravviveva senza prosperare ma meno peggio di oggi. Pietro, assai giovane (era nato a Genova cinquantadue anni fa), era stato al Giornale e aveva seguito Indro quando era sopraggiunto Berlusconi. Il nuovo quotidiano era vivace, combattivo, coraggioso, ben scritto, sostenuto da una grafica innovativa opera del bravissimo Vittorio Corona, che pochi ricordano, morto proprio dieci anni fa, padre di un altro Corona, Fabrizio, che abbiamo imparato ad apprezzare per ben altre imprese.

Pietro, non so come, riuscì ad entrare, mesi dopo, nella redazione di un nuovo settimanale, Diario, fondato e diretto da Enrico Deaglio. Diario era nato come allegato dell’Unità. Poi s’avviò, con Deaglio alla direzione, per la sua strada, che era  una strada molto originale, molto diversa da quella percorsa da vecchi periodici come Espresso o Panorama, una strada che voleva distinguersi per l’originalità dei temi, l’attenzione ai fatti minimi della storia, la scrittura di qualità, anche per sperimentare in Italia quel racconto di cronaca, no-fiction novel, che aveva fatto grande il giornalismo americano (basterebbe pensare a Truman Capote o a Gay Talese). A Diario incontrai Pietro, poco più che trentenne. O meglio lo incontrai nello stanzone coloratissimo, accogliente, gremitissimo di via Melzo, dove ogni tanto mi presentavo per scambiare due chiacchiere con qualcuno della redazione. Succedeva un tempo. Si faceva salotto con il direttore per scambiare due idee, si discuteva con chiunque capitasse a tiro. Era un bel modo per aggiustare le opinioni di ciascuno, per carpire idee, per orientarsi e informarsi.  Nei giorni di Berlusconi…

Pietro mi raccontava del Giornale, della Voce, di Indro e dei libri che leggeva, con la sua parlata che sapeva un po’ di Genova, sorridente, ironico, capace di chiudere in una battuta di poche parole la recensione “in diretta” di un libro. Però era generoso, molto più disponibile di me ad apprezzare anche i fallimenti quando i fallimenti erano figli dell’onestà, dell’ingenuità, della sincerità.

L’ho sempre visto ciccione (segno della sua passione per la buona cucina oltre che per il Genoa), un po’ ansimante, un po’ traballante e me ne dispiacevo. Lo rivedevo, dopo i tempi di Diario, quando si presentava un libro, ad un dibattito, ad un convegno. Non ho mai osato presentarmi ai piani alti di Amica, quando ne divenne vice-direttore. Mi sono sempre chiesto che cosa ci facesse là, ma non ho mai avuto il coraggio di chiederglielo.

L’ultimo saluto fu forse un anno fa, alla presentazione del saggio di un comune amico. Cenammo insieme e uscimmo insieme. Con lui c’era Alba. Ci salutammo dandoci appuntamento. Invece non l’avrei più rivisto, l’avrei solo sentito, al microfono di Radio Popolare. Di tanto in tanto, nel corso della rassegna stampa, commentava episodi del giorno, con l’arguzia che gli avevo riconosciuto venti anni prima.

Altri avranno altro da raccontare. Mi fermo qui, ricordando solo i suoi libri: “Carte da decifrare”, lunga intervista con Ivano Fossati (Einaudi), e “Sono razzista, ma sto cercando di smettere”, con Guido Barbujani (Laterza).

Era giovane Pietro, avrebbe lavorato ancora per molti anni, avrebbe conosciuto molti altri cambiamenti del mestiere che si era scelto. Per me rappresenterà sempre il giornalismo di un’epoca alle nostre spalle, un giornalismo che ti aiutava a conoscere, a ragionare, a discutere, che ti aiutava a crescere, che non ti aggrediva con il nulla.

Domani, mercoledì 8 novembre, lo accompagneremo per l’ultima volta, a Milano, nella chiesa di Santa Maria del Suffragio, in corso XXII Marzo, alle ore 11.