Revelli: “La politica senza politica
ha aperto la porta ai populismi”

Professor Revelli, nel 1992 Tangentopoli travolge, con poche eccezioni, i partiti che avevano retto la nostra Repubblica dal dopoguerra in poi. Si conclude in quel momento la democrazia dei partiti?

A quella data la democrazia dei partiti era in realtà già in crisi da almeno un quindicennio, tenuta in piedi artificialmente da un consenso comprato con il saccheggio delle risorse pubbliche. In quell’anno piuttosto diviene conclamata la fine di una stagione e nasce ufficialmente un nuovo modello di democrazia che ha poco a che fare con quella dei Padri costituenti. Una democrazia che derubrica i cittadini a spettatori, che trasforma la rappresentanza in rappresentazione. In questo scenario mutato, la classe politica non è più titolare di un mandato dei propri elettori, ma recita sul palcoscenico delle istituzioni uno spettacolo a cui i cittadini sono chiamati ad assistere, ad applaudire, in qualche caso a fischiare. È la cosiddetta democrazia del pubblico, secondo la felice definizione del politologo francese Bernard Manin. Dove per “pubblico” si intende non la sfera pubblica, ma il pubblico che assiste in teatro alla rappresentazione, che può essere più o meno riuscita.

Nel 1994, Silvio Berlusconi “scende in campo” usando il potere del mezzo televisivo per affermarsi nell’agone politico e, particolare non trascurabile, anche per salvare le sue fortune economiche. La democrazia del pubblico nasce con lui?

Berlusconi è l’incarnazione dello spettacolo, uomo dello spettacolo lui stesso, senz’altro emblema del passaggio dalla democrazia dei partiti alla democrazia del pubblico. L’uomo dello spettacolo, della spettacolarità post-moderna, quella televisiva. Con lui comincia una stagione che trova un altro epigono sotto le spoglie e le apparenze di sinistra in Matteo Renzi. Con loro si materializza l’incubo dei costituenti: la politica del capo, attraverso una personalizzazione ossessiva, che occupa tutta la scena politica. È una politica non solo legata al corpo, ma al linguaggio, all’affabulazione, allo storytelling, al calembour.

A quali interessi risponde questa politica dell’uomo solo al comando? È indubbio che questi leader, anche se per una breve stagione, hanno attirato su di loro un consenso enorme.

Con un linguaggio legale, potremmo dire che non è un consenso informato, anzi, è molto disinformato. È una politica che riflette la disgregazione sociale, parla agli atomi solitari di una società in cui il sociale è stato spappolato, in cui l’individualismo ha rotto le relazioni sociali. È il trionfo di Margareth Tatcher che disse: «La società non esiste, esistono solo gli individui». In un paio di decenni i popoli e le classe sociali si sono trasformati in somme di individui soli, sfiduciati nell’azione collettiva perché in qualche modo sconfitta. I cittadini diventano insieme narcisisti e impotenti: narcisisti perché ripiegati su loro stessi e nello stesso tempo non padroni del proprio destino. Molto affidati a quello che viene deciso altrove, spettatori di spettacoli sempre meno brillanti e pronti a scommettere su qualche salvatore della patria, che si rivela tutto tranne che salvatore.

Cosa sono oggi i partiti?

I partiti novecenteschi di massa che venivano identificati con una appartenenza stabile non esistono praticamente più. Spariscono con il fordismo, di cui erano la forma politica tipica. Oggi nella migliore delle ipotesi, sono macchine – sul piano della classe politica – al servizio di un capo. Oppure dei riferimenti simbolici a cui ci si rivolge nel supermercato elettorale come a un nuovo tipo di detersivo. Simulacri, spesso avatar intorno ai quali una massa liquida di elettori, senza più vincoli di fedeltà, guarda sulla base delle impressioni del momento.

Nasce così il populismo?

Il populismo non nasce oggi, e non finirà stasera o domani. È una condizione che tende a semplificare tutti i rapporti politici, identificando un alto e un basso e un popolo più o meno uniforme contrapposto di volta in volta a qualcuno o a qualcosa. Questo scenario di masse malmostose e frustrate, perché avvertono di non essere rappresentate e che di volta in volta assediano gli usurpatori, è destinato a durare perché viene da lontano: affonda le radici in alcuni decenni di congiuntura infausta, con l’epocale sconfitta del lavoro nei suoi diritti, con la crisi del partito di massa, con la mutazione dello scenario socio-produttivo. Assistiamo oggi a un modello produttivo altamente finanziarizzato, che ha tutte le caratteristiche dell’immaterialità e dell’astrattezza del denaro, dove a contare non sono più i luoghi fisici dove si raggruppa il lavoro, ma le grandi piattaforme e gli algoritmi che organizzano milioni di individui all’interno di filiere produttive di cui nessuno sa chi sia l’utente finale.

La globalizzazione sta mandando in crisi la democrazia?

Il capitalismo attuale sta agendo come agiscono le termiti in un albero. Un meccanismo che consuma la democrazia dall’interno, la svuota del significato nobile e politico, e la riduce a un palcoscenico sul quale si svolgono piccoli giochi di potere di mediocri classi politiche, mentre le questioni fondamentali sono decise altrove. Dentro questa clamorosa svolta, si consuma quella che io chiamo la politica senza politica, lo svuotamento delle sedi democratiche decisionali, che non sono più il luogo delle scelte in grado di influire sulla vita delle persone. In altre parole le decisioni oggi vengono prese dal mercato, dalle agenzie internazionali, dalle banche centrali autonome dai governi. Le classi politiche recitano una parte del grande spettacolo, ma i giochi veri si fanno dietro le quinte. Di fronte a tutto ciò, la gente avverte che c’è una crisi feroce di rappresentanza, di volta in volta cerca chi possa rappresentarla, in modo giusto o sbagliato, e in questo gioco consuma fiducia democratica.

Una situazione questa che finisce per ridurre il consenso intorno alla democrazia. Paradossalmente, tutti gli attori in campo si definiscono democratici, gli stessi populisti dicono di esserlo.

Tra gli stessi populisti non c’è apparentemente l’odio verso la democrazia che i fascismi del Novecento avevano manifestato. Anzi, in molti casi essi enfatizzano, nella loro retorica, il processo democratico, fino al punto che si fa decidere al popolo se una medicina debba essere autorizzata oppure no, se un cantante canti bene o male. O quando affermano che i giudici non possano giudicare se non eletti. Ma dietro questa apparente iper-democrazia, per cui tutto deve essere sottoposto a una approvazione di massa, ci sono leader i quali sanno benissimo che gli elettori non hanno autonomia, e che alla fine saranno loro a decidere.

Come potremmo definire i leader populisti che affollano oggi la scena europea e americana?

Sono dei classici demagoghi, nel senso non dispregiativo ma tecnico del termine. Stanno all’interno di sistemi politici nei quali la politica è in crisi perché non può risolvere i problemi della gente, e sostituiscono alla risoluzione dei problemi la retorica, la narrazione del capro espiatorio su misura. Personalmente li definisco come “la forma del vuoto” della politica, che non è in grado di articolare politiche – sociali, economiche, industriali, della salute – sia perché non sono in grado sia perché non hanno le risorse sia perché sono vincolati da mille condizioni. Limitati nella sovranità, sostituiscono alla concretezza dell’agire politico la virtualità retorica del discorso. Salvini è un campione di tutto questo. Lo coniuga addirittura con le felpe, parla attraverso le felpe.

Quali responsabilità ha la sinistra?

La sinistra secondo me ha una gigantesca responsabilità, riassumibile in un deficit di pensiero. È un paradosso, perché è sempre stata identificata come la parte pensante, la parte dell’universo politico in cui risiedeva una forte capacità di pensiero critico. Ma è venuta meno a questa funzione. Ha accompagnato acriticamente, quasi come fossero meriti suoi, la globalizzazione, la società post-industriale, l’uscita dal noioso “secolo del lavoro” per il secolo della creatività. La sinistra pur al governo in molti paesi, ha favorito con atti questo processo di trasformazione come se il nuovo coincidesse necessariamente con il progresso: siamo progressisti appunto. E oltre agli aspetti di apertura non ha colto anche quelli critici e problematici delle novità in arrivo. Fino all’inconsapevolezza assoluta che è diventata complicità, come se si fosse sulla cresta dell’onda solo se si certificavano e si approvavano i nuovi statuti del mondo. In questo modo, senza accorgersene, ha sposato il pensiero dell’oligarchia vincente e si è alienata il suo seguito di massa, che sentitosi abbandonato, ha assunto un atteggiamento vendicativo traslocando altrove. Il populismo con la sua retorica oggi occupa il vuoto lasciato dalla sinistra, senza avere la soluzione ai problemi, attraverso rappresentazioni che non cambiano la sostanza dei rapporti sociali, ma che offrono oggetti e forme di riconoscimento a un rancore diffuso. Ecco: il populismo oggi è la solidificazione del rancore stesso.

Sarà ancora democrazia?

Gli studiosi più accreditati usano oggi termini piuttosto inquietanti: Colin Crouch parla di post-democrazia, PiLibeerre Rosanvallon parla di contro-democrazia, Manin parla di democrazia del pubblico, e addirittura di democrazia del capo che è in sé un ossimoro. Tutti quanti prendono atto che il modello di democrazia che pensavamo definitivo, in realtà non è tale. La stessa teoria della fine della storia di Fukuyama e tutta l’ideologia che ruota intorno a essa, in realtà affermando il trionfo della democrazia liberale e dichiarato che non c’erano alternative – non solo nella forma ma anche nei contenuti – ha posto una pietra tombale sulla democrazia. Ha portato a quella narrativa dell’inevitabilità che è una teoria dello svuotamento del politico.

In contrapposizione alla narrativa astratta ed eterna della democrazia liberale, ora emerge quella che propone l’etnocentrismo come soluzione. Che alternativa è?

Le ragioni del corpo, del colore della pelle, dell’appartenenza linguistica, del micro-gruppo che produce identità, non più possibili in un mondo che ne consuma di continuo, rappresentano un’alternativa da tempi oscuri, che ci riporta all’inizio della storia – a prima dell’Atene del V secolo – non alla sua fine.
Chi immagina di poter restaurare “l’America great again”, il “prima gli italiani”, ci vuole riportare a forme regressive che non riaprono il discorso, ma che danno l’impressione di risarcire quanti, in un mondo che non vive bene, non si rassegnano alla mancanza di alternative. A questo racconto da incubo bisogna oggi rispondere con determinazione.

Cosa fare per difendere la democrazia?

Il primo obiettivo per chi crede nella democrazia è combattere questa deriva, cominciando a contrastare le degenerazioni interne alla democrazia stessa. È una battaglia fondamentale in cui dobbiamo inventarci forme nuove che restituiscano ai cittadini, intesi non come atomi solitari ma come persone in relazione con altre, un grado accettabile di controllo sulle loro vite. Per salvare la democrazia, occorre rimettere in discussione un modello di sviluppo che ha creato oligarchie che insidiano la democrazia. Se non mobilitiamo tutte le forze intellettuali a pensare questo, a dare un’alternativa all’esistente e uscire quindi dalla maledizione della mancanza di alternative, ci si prende una responsabilità spaventosa. Perché la democrazia è esattamente questo: è scelta, è avere alternative.

 

*Marco Revelli, storico e sociologo, insegna Scienza Politica per l’Università del Piemonte Orientale. Tra le sue opere più recenti occorre citare Finale di partito (2013), Dentro e contro. Quando il populismo è di governo (2015), Non ti riconosco. Un viaggio eretico nell’Italia che cambia (2016), Populismo 2.0 (2017) e La politica senza politica. Perché la crisi ha fatto entrare il populismo nelle nostre vite (Einaudi, 2019).

 

Il brano che pubblichiamo è tratto da un’ampia intervista contenuta nel volume
“Democrazia. Passato e presente di un’idea” a cura di Antonio Fico per le Edizioni LiberEtà (120 pagine, 10 euro).
Nel libro otto interviste che riaffermano il senso e il valore della democrazia che, stretta tra il capitalismo senza regole della globalizzazione e i sovranismi, oggi combatte la sua battaglia per la sopravvivenza. Oltre a Marco Revelli, ne parlano Luciano Canfora, Giovanni De Luna, Paolo Ercolani, Yves Mény, Michele Mezza, Giovanni Sabbatucci, Nadia Urbinati.