Covid-19, com’è difficile essere responsabili per gli italiani
poco avvezzi alla libertà

In questi giorni, che trascorrono fra la paura quotidiana e tutte le difficoltà di intravedere il futuro che ci attende, ciascuno è chiamato, come raramente accade nella storia, a rispondere a se stesso e agli altri del proprio comportamento, in altre parole ad essere responsabile. Ma la necessaria e condivisa coscienza dell’importanza della responsabilità non è purtroppo così diffusa in Italia e proprio per questo gli appelli ad adottare stili di vita consoni alla situazione contingente sono accolti con pericolosa disattenzione. Basti pensare all’assalto di pochi giorni fa alla stazione ferroviaria di Milano Centrale o alle quotidiane e inutili fughe verso le regioni meridionali, considerate illusoriamente lontane dal contagio; oppure a chi è andato al mare e a tutti quelli che hanno fatto leva sulla giovanile vitalità degli studenti, lontani dalla scuola, per proporre loro allettanti e vantaggiose settimane bianche, mettendosi però magari in prima linea, senza alcuna vergogna, nella critica violenta rispetto alla ribellione disperata dei carcerati.

coronavirusLe parole purtroppo possono ben poco se chi le ascolta non può riferirle alla propria esperienza, se manca cioè la consapevolezza radicata nei gesti della propria vita che la responsabilità riguarda sia le conseguenze dirette delle nostre azioni, sia tutto ciò che accade negli ambiti in cui ci troviamo a muoverci e con i quali entriamo in contatto, anche se non lo abbiamo deciso con ponderazione. È una mancanza che si può spiegare su base storica, se si pensa all’arretratezza morale e alla fragile laicità italiane, quelle che hanno favorito, tanto per intendersi, nel Novecento l’avvento del fascismo e negli ultimi anni il consenso crescente dell’estrema destra.

L’assalto ai treni e Gramsci

Sono mali atavici, quegli stessi che Piero Gobetti imputava alla mancata adesione al protestantesimo, considerato «l’ultima grande rivoluzione avvenuta dopo il cristianesimo»; i medesimi che inducevano Antonio Gramsci a porre in relazione la violenza squadrista alla psicologia barbarica del popolo italiano, alla sua crudeltà e assenza di simpatia; che portavano Ferruccio Parri ad auspicare che la Resistenza potesse essere un secondo Risorgimento di moralità; che fecero scrivere nel 1943 a Leone Ginzburg, in una lettera a Benedetto Croce, quanto fosse necessario «incivilire la gente»; che spinsero infine, più recentemente, Vittorio Foa a leggere la storia del Novecento rimarcando l’importanza della politica come responsabilità.

Sarebbe ingenuo pensare che riportare alla memoria tutto ciò possa essere più che un’esortazione: chi non è avvezzo a considerare l’esistenza degli altri, se non in modo consumistico o in costante riferimento a se stesso, difficilmente può cambiare atteggiamento e vedere come la responsabilità sia prerogativa di un individuo libero, che agisce cioè in maniera autonoma, senza essere determinato da forze esterne e da doveri imposti.

Responsabilità e paura

Ma se non c’è libertà nel dovere agito in nome dell’obbedienza incondizionata all’autorità, non esiste libertà neppure nell’eccesso di narcisismo, che contraddistingue il nostro tempo in tutte le fasce sociali e arriva, con candore teoretico imbarazzante, a giustificarsi come un sano individualismo, senza tenere in alcun conto la storia politica e culturale italiana. In un paese in cui il peggior passato non è mai davvero passato, dove la modernità non ha mai sopravanzato del tutto arretratezza e povertà morale, dove i rapporti gerarchici sono praticati in maniera più o meno subdola e violenta, se non addirittura invocati come risolutori dei problemi sempre più complessi che la contemporaneità presenta, è molto difficile pensare che ciascuno sia in grado di amministrare se stesso come individuo relazionale e solidale.

Che rispetto alla debole abitudine degli italiani alla libertà gli appelli alla responsabilità possano ben poco lo dimostra il fatto che il ricorso alla paura sia la strada maestra che, alla fine, le autorità hanno scelto di praticare, anche se non pochi italiani, sconosciuti ma quotidianamente responsabili nel pubblico e nel privato, saranno costretti a subire. Il fatto che sia stata intrapresa la strada cinese per opporsi al contagio del Coronavirus la dice lunga sulla maturità civile e politica del nostro tempo, soprattutto sull’oblio della nostra memoria migliore, quindi sulla diffusa incapacità di ritirarsi dal fare, dall’esteriorità, di cogliere l’importanza della possibilità rara, resa paradossalmente possibile dall’emergenza attuale, del ritorno a se stessi, alla riscoperta della propria vita interiore, ben più importante di quella mondana.